Berlino,
la Porta ed il museo Hamburger Bahnhof
“Il Tempo rimargina le ferite ma le cicatrici rimangono
segni visibili, incancellabili tracce della storia
sull’uomo”. (M.G. Torrengo).

Un solco
profondo rimane invisibile ma percettibilmente impresso
nella storia di Berlino. Se la storia con il suo passaggio
lascia un peso diverso su ogni luogo, Berlino ne sostiene
uno immenso. Percepiamo questa sensazione ogni istante
durante il nostro passaggio tra le mura della città.
Mentre ci lasciamo trasportare dal flusso dei turisti siamo
accompagnati passo dopo passo da una profonda inquietudine.
Un lamento sottile è il suo costante rumore di fondo.
Ci ritornano in mente le pellicole in bianco e nero che
mostrano chi tentava di oltrepassare il Muro, nel desiderio
di riabbracciare la vita di un tempo. Se ogni luogo ha una
propria colonna sonora, quella di Berlino è una musica
malinconica, sottile e insistente, come a voler rimarcare
che, quello che oggi è luogo di moderne architetture
riflettenti, ieri era luogo di grigi impedimenti e tragiche
privazioni.
Vero è che non sono sempre le barriere fisiche ad
ostacolare il movimento. Ci sono muri invisibili e
recinzioni mentali che impediscono di vagare fluidi nelle
proprie potenzialità. Lo spazio non è mai quello visibile
ma quello che siamo in grado di sostenere. Ci sono
costrizioni culturali che impediscono alla mente si
spaziare convinti che le uniche direzioni di marcia siano
quelle che vediamo con gli occhi.
Berlino ha bisogno di respirare, di cancellare le sue
cicatrici, di eliminare il grigiore che la ha accompagnata
per tanto tempo. Nessun muro, nessuna barriera: luce per le
strade, palazzi di vetro che lasciano trasparire quello che
c’è oltre, specchi che riflettono uno spazio che vuole
estendersi all’infinito; solo superfici diafane e sottili
membrane senza impedimenti.
Berlino è stata la città divisa, la città del muro. Berlino
è stata la città dell’immobilità spaziale. Prima del
crollo, il muro era l'icona più rappresentativa
dell'alienazione di una città, di una nazione, di una
cultura. Con la sua caduta la città si è ritrovata in un
abbraccio tra la gente e la porta di Brandeburgo è
diventata il simbolo moderno e pacifico della libertà dei
popoli e dell'unione, non solo di Berlino, del mondo
intero.
Ora che non ci sono più barriere fisiche la separazione
rimane comunque visibile attraverso la risultante sociale
che ha prodotto in oltre mezzo secolo: una linea rimane
evidente, è il confine tra la ricca Berlino occidentale e
la parte orientale che scopre giorno dopo giorno una nuova
dimensione. Certo, nel centro della città ove locali alla
moda hanno preso il sopravvento, l’eredità del muro è meno
evidente ma, basta spostarsi verso la periferia orientale
per ritrovare i grigi casermoni fatiscenti ed il tipico
paesaggio silenzioso dell’Europa dell’Est. Il muro non
serviva solamente ad impedire il passaggio fisico ma
proteggeva l’inadeguatezza di una società dall’invadenza
dell’altra.

La porta
di Brandeburgo è sicuramente il monumento più conosciuto
della città, il simbolo dell’unità tedesca e l’emblema
della pace. E’ uno dei simboli più rappresentativi della
Germania tanto da essere scelta per essere raffigurata
sulle monete della zecca
tedesca.
Alta 26 metri e larga 65, la porta è composta da 12
colonne
doriche
in
pietra che lasciano liberi 5 corridoi di attraversamento.
Prendendo spunto dai propilei di Atene venne progettata e
costruita nel 1791 dall’architetto Carl Gotthard Langhans,
fu la prima struttura di ispirazione greca a Berlino e aprì
il lungo periodo del neoclassico tedesco. Si trova al
centro della Pariser Platz ed è la sola porta cittadina
rimasta integra dopo la seconda guerra mondiale.
Circa due anni dopo la sua costruzione, nel 1793, venne
aggiunta da Johann
Gottfries Schadow la dea
alata della vittoria sulla quadriga
che la
trasformò nel simbolo del potere prussiano.
La dea e i suoi destrieri si trasferirono per un breve
periodo in Francia, quando Napoleone li portò a Parigi nel
1806 come bottino di guerra. Nel 1814,
con la caduta dell’impero napoleonico, i prussiani la
riportarono indietro ed aggiunsero la croce di ferro alla
corona che sormonta l’asta tenuta in mano dalla dea.
Nel 1868 vennero aggiunti da Johann
Heinrich Strack, ai
lati della parte centrale, due basse costruzioni.
Durante i bombardamenti della seconda
guerra mondiale la porta
venne miracolosamente risparmiata mentre i bronzi furono
seriamente danneggiati; venne tutto prontamente restaurato
tra il 1956
ed
il 1958.
La sua imponenza ben si prestava come quinta per i raduni
della DDR tanto da essere utilizzata spesso come fondale
scenico a manifestazioni politiche fino al 13 agosto 1961,
data nella quale la porta venne chiusa con la costruzione
del muro e venne confinata in una sorta di “terra di
mezzo”.
Il 22 dicembre del 1989, a seguito dei noti avvenimenti, la
zona fu nuovamente aperta; la notte di Capodanno dello
stesso anno la quadriga venne danneggiata per essere ancora
restaurata nel 1991.

Passato,
presente e futuro sono ben rappresentati dal museo di arte
contemporanea della città, l’Hamburger Bahnhof. Costruito
sul passato, sulle rovine della stazione da cui partivano i
treni diretti verso Amburgo, dalla quale prende il nome, il
museo vuole essere il luogo che vive e cresce insieme ai
suoi visitatori. I concerti, gli incontri con artisti, le
performance ed i dibattiti fanno dell’Hamburger Bahnhof uno
specchio sensibile del post-moderno, non solo contenitore
dove conservare e salvare i beni culturali, ma luogo di
produzione pulsante, spazio dove si possono vivere nuove ed
inedite sensazioni. Oltre l’esposizione infatti, nel museo,
ci sono sale semivuote, come quella illuminata
dall'installazione al neon di Dan Flavin, apparentemente
senza senso ma con l’intenzione di trascinare il visitatore
in una dimensione nuova.
Come la vita è un processo di continuo cambiamento,
l’Hamburger Banhof è museo in evoluzione, nuove possibilità
si aprono per crescere insieme allo spettatore. Non vuole
essere uno spazio fermo e statico ma invita
all'introspezione e alla critica senza essere unicamente il
tempio del bello. Non più museo tradizionale con le opere
d’arte appese ai muri, l’intenzione è quella di lavorare
sul modo in cui gli spettatori guardano; l'ambizione
dell'Hamburger Bahnhof è quella di consentire uno sguardo
sulla produzione artistica e al tempo stesso proporre un
chiaro percorso di percezione.
Il museo è nato per soddisfare la necessità di fornire uno
sfogo adeguato alla collezione delle opere d’arte
contemporanea della Neue Nationalgalerie; negli anni '80,
il famoso edificio di Mies van der Rohe, presso il
Kulturforum, si rivelò insufficiente a contenerle. Si
impose pertanto l'esigenza di creare un museo apposito ove
esporre i capolavori più recenti.
Inaugurato nel novembre 1997, il complesso è stato
ristrutturato dall’architetto Richard Paul Kleihues. L’area
espositiva è di circa 10.000 metri quadrati ed è
interamente dedicata all’arte contemporanea dal secondo
cinquantennio del ventesimo secolo fino ai nostri giorni.
Comprende vasti spazi, sia per la raccolta permanente che
per allestire mostre temporanee oltre a strutture in grado
di offrire servizi per il pubblico e per gli studiosi.
La collezione offre le opere provenienti dal Staatliche
Museen zu Berlin (National Museums di Berlino) e comprende
i capolavori di molti artisti tedeschi dell'ultimo
trentennio e di molti grandi autori europei e
nord-americani. Il contributo decisivo è dato soprattutto
dalla famosa collezione dell'imprenditore Erich Marx.
Il piano terra dell’ala orientale è dedicata ai lavori di
Joseph Beuys; oltre ai 450 disegni la collezione include
alcune tra le sue più famose installazioni come "The End of
the 20th Century" del 1982, "Unschlitt/Tallow" del 1977, e
"Richtkräfte" del 1974.
Tra le altre opere del museo figurano molti capolavori dei
principali autori della Pop Art americana come
Rauschenberg, Warhol, Lichtenstein e Wesselmann, le opere
di Cy Twombly (al quale è dedicata un’intera sala), di
Anselm Kiefer e della transavanguardia italiana.
Un settore di particolare interesse è la raccolta dei video
e delle installazioni multimediali.

L’antico
e il moderno, il passato ed il presente sono i presupposti
necessari da tenere sempre in considerazione perché una
città cresca consapevolmente senza il timore di ricadere
negli stessi errori; si può costruire il nuovo solo se non
si dimentica il vecchio. La porta di Brandeburgo con la sua
memoria consegna al futuro la storia di Berlino. Oggi,
aperta al passaggio, si lascia attraversare dai pedoni e
dallo sguardo, offrendo agli occhi le architetture
futuristiche e alla sensibilità l’ottimismo del moderno.
Tutto rimane però pervaso dalla temporaneità, il passato
non si dimentica. Tutto è in bilico, un senso di precarietà
avvolge impietoso le terse atmosfere della città in
evoluzione. Questo senso del provvisorio è stimolante e,
forse addirittura liberatorio per il visitatore.
"Berlino è una giovane e infelice città del futuro. La sua
tradizione ha il carattere del frammento". (Joseph Roth)
Giacomo Belloni

Hamburger
Banhof,
Berlin, Invalidenstraße 50/51
giorno di chiusura: lunedì; orari 9-17, sabato e domenica
10-17

