Guernica: l’arte come antidoto all’anestesia morale
di Giacomo Belloni 6 min
Sono cresciuto all’ombra di una memoria ancora viva della Seconda guerra mondiale, in un’atmosfera permeata dalla consapevolezza delle devastazioni che l’uomo è capace di compiere nei confronti del mondo e dei propri simili. Faccio parte di una generazione cresciuta con la convinzione profonda che ogni forma di violenza, sopruso, abuso della forza e sopraffazione debba essere combattuta sul nascere, prima di tutto sul piano della cultura e della coscienza. Fin da bambino mi è stato insegnato che gli estremismi non vanno tollerati né normalizzati, perché ogni deriva violenta nasce da una lenta assuefazione collettiva, da piccole rinunce morali e da silenzi che solo apparentemente sono innocui.
In quel contesto ho assimilato la convinzione che la pace non sia semplicemente assenza di guerra, ma un equilibrio fragile che richiede attenzione costante, memoria storica e responsabilità condivisa. La memoria delle tragedie del Novecento non è un semplice capitolo dei libri di storia: è un monito, il tentativo di trasmettere alle nuove generazioni oltre alla conoscenza degli eventi, il dolore che quegli eventi hanno provocato.
In questo periodo ho la sensazione che qualcosa stia profondamente cambiando, che quella coscienza collettiva costruita sulle ferite della storia stia velocemente svanendo. Siamo come anestetizzati mentre assistiamo passivi, quasi indifferenti, alle immagini drammatiche di bambini in fila per un pezzo di pane, di missili che colpiscono civili inermi, ospedali e ambulanze, di città ridotte in macerie, di madri che, devastate dal dolore tengono tra le braccia i propri figli uccisi. Tutto questo sembra stia divenendo normale. Il nostro tempo ha reso ordinaria una condizione di spettatori passivi, capaci di osservare tutto con lo stesso distacco con cui guardiamo un film holliwoodiano, in cui il dramma viene consumato rapidamente e per poi essere dimenticato, schiacciato sotto il peso di una quotidianità che trasforma ogni tragedia in un contenuto tra i tanti.
La distanza geografica si trasforma in distanza emotiva; se la sofferenza accade lontano da noi, finiamo per percepirla come finzione, come una storia che osserviamo da spettatori e che abbandoniamo non appena sullo schermo scorrono i titoli di coda.
La storia è davvero magistra vitae soltanto quando riesce a trasmettere un sentire comune, e non quando si riduce a un racconto sterile, a un elenco di eventi, di date, di battaglie e trattati. Le guerre del passato non possono essere lette con sterile distacco, ma devono restituirci il dolore, la paura e le ferite che hanno lacerato l’animo di chi le ha vissute. Devono ricordarci che nessuno è immune dalla barbarie e che la pace è una conquista fragile, da difendere ogni giorno con memoria, coscienza e responsabilità.
Per questo motivo credo che l’arte abbia ancora oggi una funzione fondamentale, perché ci costringe a guardare, ci impedisce di distogliere lo sguardo restituendoci quella sensibilità che rischiamo di perdere ogni volta che trasformiamo una tragedia in qualcosa da osservare e poi mettere da parte, da dimenticare.
Ieri sono rimasto ore davanti a Guernica di Picasso, al Museo Reina Sofía di Madrid. Più il mio sguardo si perdeva nell’opera, più la tragedia che l’aveva generata acquistava una presenza concreta e dolorosa. Guernica non è un dipinto che si può contemplare passivamente: è un pugno nello stomaco che ti lascia senza fiato, è il tentativo disperato di rappresentare il dolore, di trasformarlo in memoria per lasciarne traccia per le generazioni future.
Il quadro nasce in seguito al bombardamento della cittadina basca di Guernica del 1937, uno dei primi attacchi aerei sistematici contro una popolazione civile. La città, lontana dal fronte, viene colpita nel giorno di mercato, quando le strade sono affollate di donne, bambini e contadini. Per oltre tre ore gli aerei scaricano il loro carico di morte.
Picasso congela quell’orrore in un’immagine destinata a diventare universale, trasforma un evento storico in una memoria condivisa che continua a interrogare le coscienze.
Nell’opera lo spazio è annullato e la prospettiva scompare; non esiste né un prima né un dopo, tutto avviene contemporaneamente mentre le figure sembrano esplodere davanti ai nostri occhi, coinvolgendoci, rendendoci partecipi e trascinandoci dentro l’evento rappresentato.
Picasso sosteneva che non si dipinge ciò che si vede, ma ciò che si sente. Ed è esattamente ciò che accade quando ci si trova di fronte a quest’opera, non vediamo semplicemente delle figure, sentiamo tutto il loro terrore.
Il cavallo al centro della composizione ne è un esempio straordinario: appare deformato, frammentato, quasi irriconoscibile. Eppure, osservandolo con gli occhi della sensibilità, si comprende come l’artista lo abbia volutamente rappresentato in modo più completo di quanto una fotografia avrebbe mai potuto fare. Il cavallo diventa simbolo universale della sofferenza. Il suo nitrito sembra attraversare la tela e raggiungere direttamente lo spettatore. Gli occhi sono spalancati nel terrore. Il suo corpo si contorce in una sequenza temporale che prolunga all’infinito il momento della disperazione. Non è più soltanto il dolore di un animale, è il dolore dell’umanità, è l’urlo di tutti davanti alla devastazione che l’uomo stesso ha generato.
Attorno al cavallo le altre tragedie: la madre che stringe il figlio morto tra le braccia, una donna che arde tra le fiamme mentre un’altra fugge disperatamente.; il guerriero che giace a terra con la spada spezzata. Ogni volto è deformato dalla paura, ogni figura testimonia la violazione della dignità umana e ogni gesto si fa denuncia, fino a trasformare l’intera opera in un atto d’accusa contro la guerra, la violenza e ogni forma di sopraffazione.
Per esprimere tutto questo, Picasso non si rifà alla prospettiva rinascimentale, ormai inadeguata a restituire la complessità della modernità, nella quale la realtà non può più essere descritta come un’unica superficie ordinata e osservabile da un solo punto di vista. Dietro ciò che appare esistono dimensioni più profonde: emozioni, paure, traumi e frammenti di esperienza che sfuggono a ogni forma di raffigurazione convenzionale. Egli non ci mostra semplicemente ciò che accade, ma ciò che si prova quando accade. Non raffigura soltanto un bombardamento, ma il terrore, il dolore, lo smarrimento e la perdita di umanità che esso genera. Forse è proprio questo ciò che oggi rischiamo di perdere: la capacità di sentire come nostra la sofferenza degli altri, di praticare quel cum pati da cui nasce la parola compassione, il soffrire con chi soffre.
Mentre ero davanti al dipinto, ho sentito una madre dire a suo figlio che quell’opera non le piaceva. Quelle parole mi hanno colpito non tanto per il giudizio estetico, ma perché mi hanno dato la sensazione che tra noi e il dramma rappresentato sulla tela si fosse aperta una distanza generazionale enorme, oramai incolmabile: una distanza emotiva e, forse, persino morale.
Perché quando il dolore degli altri smette di interrogarci, la compassione si affievolisce, l’indignazione si spegne e persino l’orrore finisce per apparirci normale. È allora che la sofferenza degli altri diventa qualcosa di remoto, astratto, incapace di raggiungerci; qualcosa che possiamo osservare senza sentirci coinvolti, senza permetterle di attraversarci e metterci in discussione.
Forse è proprio questo il rischio più grande del nostro tempo: l’assuefazione.
Susan Sontag metteva in guardia da un pericolo tanto sottile quanto insidioso: la continua esposizione alle immagini della sofferenza può finire per trasformare l’orrore in qualcosa di familiare, di normale. Non perché il dolore sia meno atroce, ma perché la sua ripetizione rischia di attenuare la nostra capacità di esserne colpiti.
Oggi siamo circondati da immagini di guerra, di distruzione e di sofferenza come nessuna generazione prima di noi. Eppure sembrano toccarci sempre meno. Le osserviamo, le consumiamo e poi le lasciamo scivolare via. Siamo drammaticamente assuefatti, anestetizzati.
Credo sia proprio per questo che abbiamo ancora bisogno dell’arte. Essa non ci permette di cambiare canale, non ci consente di scorrere oltre. Ci costringe a fermarci, a indagare oltre le apparenze, a riflettere e a comprendere. Se siamo disposti a lasciarci coinvolgere dal suo linguaggio, l’arte può ancora aiutarci a ritrovare quella dimensione umana e compassionevole senza la quale la storia non è più magistra vitae, ma soltanto una successione di eventi destinati a ripetersi.