Silent Landscapes
Giuliano Giuliani a The Warehouse, Dubai, dal 13 febbraio 2027
di Giacomo Belloni 4 min

Il 13 febbraio 2027 Giuliano Giuliani torna a Dubai con una personale intitolata Silent Landscapes, negli spazi di The Warehouse, a Goshi Village, nel cuore di Al Quoz 3, dopo il successo della sua personale al Dubai Design District di qualche anno fa.
Il titolo della personale, per chi segue il suo lavoro da tempo, suona familiare. Anni fa scrivevo dei suoi “paesaggi silenziosi” sulle pagine di una nota rivista d’arte italiana, e ritrovarli oggi, a qualche migliaio di chilometri dall’Italia, fa un certo effetto.
Il silenzio di quelle tele è rimasto lo stesso ma la città che li ospita è decisamente cambiata. Dubai è un posto estremamente dinamico, in costante evoluzione. È una città in perenne trasformazione, un luogo pulsante ove rimane poco spazio per l’attesa e per il silenzio. Ed è proprio per questo che la pittura di Giuliani troverà qui un pubblico particolarmente attento, desideroso della quiete dei suoi lavori. Entrare in una sala dove i quadri non alzano la voce, ma sussurrano pacatamente, significa necessariamente rallentare e finalmente lasciare allo sguardo il tempo di entrare nella loro poetica tranquillità.
I paesaggi silenziosi di Giuliani non descrivono un luogo preciso. Non ci sono colline riconoscibili né coste da cartolina; spesso manca perfino l’orizzonte, perso in una foschia che confonde il cielo con la terra. Resta la pittura: velature che ne ricoprono altre, infiniti strati che si depositano uno sull’altro fino a creare una profondità che appartiene al tempo prima ancora che alla prospettiva. L’artista lascia visibili le tracce del suo lavoro, compresi i graffi e i ripensamenti, così che il quadro finito conservi qualcosa del percorso che lo ha prodotto.
Già allora mi aveva colpito questa sua maniera di costruire l’immagine per sovrapposizioni. Non c’è il tentativo di simulare una profondità tridimensionale. I piani rimangono piani, e proprio dalla loro successione nasce uno spazio diverso da quello della prospettiva tradizionale. Ogni strato porta con sé quello precedente, anche quando quasi lo nasconde. Guardando a lungo ci si accorge che qualcosa riaffiora. È una pittura che conserva sia le proprie esitazioni che le proprie certezze, come se ogni tela trattenesse la memoria del tempo trascorso a dipingerla.
C’è una sua frase che considero ancora la chiave di questo ciclo: “Non c’è spazio senza tempo, non c’è tempo senza spazio. Qui, con questo spazio dipinto, dilatato su piani distinti, ho recuperato la misura del tempo”. Mi è rimasta impressa, legata alla lenta costruzione dei suoi quadri. A distanza di anni continua a spiegare bene quello che accade sulla tela. Il tempo non è soltanto quello impiegato da Giuliani per dipingerla, è anche quello che viene chiesto a chi la guarda.
Per questo lo sguardo rapido a cui ci hanno abituato gli schermi qui serve a poco. Le gradazioni di tono e le trasparenze emergono lentamente. Alcune differenze si percepiscono soltanto dopo aver dedicato all’opera l’attenzione che meritano. È quasi il contrario della quantità di immagini che consumiamo ogni giorno, viste e subito sostituite da altre. Questi quadri non funzionano così. Bisogna conceder loro tempo.
E forse il quadro finito non è nemmeno il vero centro del lavoro di Giuliani. È ciò che rimane di un processo fatto di aggiunte, cancellazioni e ritorni. La superficie conserva questa storia senza raccontarla esplicitamente. Non occorre ricostruire l’ordine delle pennellate. Basta sapere che sotto ciò che vediamo qualcosa continua a vivere.
Poi ci sono i titoli, spesso dipinti direttamente sulla tela. Giuliani vuole che siano leggeri ma leggibili, senza equivoci, senza permettere loro di diventare didascalie separate. Rimangono dentro la pittura, sono la pittura. Anni fa li avevo definiti la continuazione del messaggio visivo su un altro piano della percezione. Oggi continuo a pensarla così; le parole aggiungono qualcosa, ma non spiegano il quadro; gli appartengono.
E c’è la solitudine, che nei suoi lavori prende spesso la forma di un albero isolato nella nebbia. A Giuliani interessa soprattutto quella di chi si sente solo in mezzo agli altri. “Dipingo la mia solitudine”, ha scritto, “dipingo la disperazione di tutti coloro che si sentono soli nella moltitudine. Dipingo l’assenza tra le presenze invisibili. Dipingo la presenza utilizzando l’assenza”.
È una distinzione importante. Giuliani non parla semplicemente dell’isolamento creativo, necessario a chi dipinge. Parla di una solitudine che può diventare ancora più profonda proprio quando gli altri sono presenti. L’albero perso nella foschia diventa allora qualcosa di più di un elemento ricorrente del paesaggio; non è difficile capire perché continui a tornare nelle sue opere.
Vedere queste opere a Dubai aggiunge inevitabilmente qualcosa alla loro lettura. Non perché Giuliani le abbia dipinte pensando a questa città, ma perché poche città rendono altrettanto evidente il paradosso della moltitudine. Qui ci si incontra continuamente, si incrociano lingue e provenienze diverse, si vive circondati da persone che arrivano da ogni parte del mondo. Eppure, in mezzo a tanta gente, si può continuare a essere profondamente soli.
Forse è anche per questo che i suoi paesaggi silenziosi arrivano a Dubai senza sembrare fuori posto. Non hanno bisogno di adattarsi alla città. Chiedono soltanto che, per qualche minuto, sia chi li guarda ad adattarsi al loro tempo.
L’inaugurazione è fissata per il 13 febbraio 2027 a The Warehouse, Goshi Village, Al Quoz 3, Dubai. Conviene andarci senza fretta.