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Italo Calvino e l’Arte. L’Immagine, l’Immaginazione e il tempo del racconto
di Giacomo Belloni


INDICE:
1 Premessa: Calvino e l'arte Pag. 3
2 Immagine e Immaginazione nell'opera di Calvino:
mentira e verdad Pag. 9
3 Calvino e le immagini fotografiche Pag. 12
4 Calvino e Barthes, ancora sulla precarietà
dell'immagine Pag. 15
5 Calvino e il suo lettore. "Ce sont les regardeurs qui font les tableaux" Pag. 20
6 Calvino e il tempo del racconto Pag. 22
7 Conclusione Pag. 28
8 Bibliografia Pag. 30

Italo Calvino e l’Arte. L’Immagine, l’Immaginazione e il tempo del racconto
di Giacomo Belloni

    La difficoltà che da subito ho incontrato nell'intraprendere un lavoro su Italo Calvino e il suo rapporto con l'arte è stata quella di stabilire il confine tra ciò che per lui faceva parte del mondo dell'arte e cosa invece ne fosse escluso. L'arte era per lui solamente qualcosa di cui parlare in scritti dedicati, in testi sui pittori e sui loro dipinti, sugli scultori e sulle loro sculture, oppure faceva parte di un vero e proprio modo di essere, di pensare, un qualcosa di innato che prendeva forma da una visione figurativa del mondo, iconica, che lo scrittore - come un artista - riusciva poi a trasformare a suo modo in scrittura?
    Lo stesso Calvino ha tentato più volte di renderci partecipi delle sue intenzioni cercando, per quanto possibile, di assottigliare quella zona di frontiera che separa la scrittura dalla figurazione, lasciandoci intendere che l'una e l'altra non corrono su binari paralleli ma hanno costanti punti di tangenza e di influenza reciproca.

    La penna corre sul foglio, si ferma, esita, distrattamente o nervosamente deposita sul margine un profilo, un pupazzo, un ghirigoro, oppure s'applica nell'elaborazione d'un fregio, d'un'ombreggiatura, d'un labirinto geometrico. La spinta dell'energia grafica di momento in momento si trova di fronte a un bivio: continuare a evocare i propri fantasmi attraverso l'uniforme stillicidio alfabetico oppure inseguirli nell'immediatezza visiva d'un rapido schizzo? Pare che questa tentazione non si sia presentata sempre: pittori che scrivono ce ne sono sempre stati, ma raramente scrittori che disegnano.

    Ciò che da subito mi ha colpito di lui è stato il suo modo di ragionare per immagini e il fascino che queste esercitavano su di lui - in particolare quelle artistiche - e di conseguenza quanto abbiano influenzato il suo modo di scrivere, sia per gli argomenti trattati che per le storie narrate, a volte anche per uno stile incredibilmente "visivo".
    Sono rimasto più volte sorpreso per l'ammirazione che lo scrittore aveva nei confronti del pittore e per le potenzialità che l'arte figurativa ha per esprimersi senza dover cedere a troppi compromessi.

    Lo scrittore guarda il mondo del pittore, spoglio e senza ombre, fatto solo di enunciati affermativi, e si domanda come potrà mai raggiungere tanta calma interiore.

    Per Calvino la pittura "funziona" meglio della scrittura perché dietro ogni piccolo dettaglio si nasconde un universo di sensazioni non esprimibili con altro mezzo. Egli ci ha spesso lasciato intendere quanto l'immagine dipinta, con le sue forme e i suoi colori, possa restituire una completezza che le parole difficilmente riuscirebbero a esprimere.

    Una parola scritta [...] trattava i colori con alterigia. - Chi guarda il quadro è obbligato a leggermi, mentre a voi vi vede solamente. [...] Leggere, - spiegò la parola scritta, - è quando guardandomi si pensa al suono di me stessa parlata. Cioè la vista conta in funzione dell'udito. [...] Ne nacque una gran lite: per stabilire chi avesse ragione, decisero di sottoporsi al giudizio della voce.
    La voce [...] lesse la parola scritta, pronunciandola con tono neutro e secco. [...] La voce si concentrò [...] sui colori , tossicchiò, aspirò, poi fece vibrare una nota, modulò un accordo, intonò un motivo senza parole, emise un trillo, un solfeggio, prese a cantare a gola spiegata.


    Calvino è stato uno scrittore che ci ha lasciato un'eredità enorme e quanto
    mai eterogenea. Ha rivestito una posizione praticamente unica nell'ambito letterario italiano per merito della varietà della sua opera; si è occupato di tante cose e di moltissimi argomenti, tra questi naturalmente anche di arte.
    Quando ho iniziato a leggerne i testi non ho potuto non considerare ciò che da subito risulta fin troppo evidente, ovvero il comune denominatore che lega i suoi scritti ad alcune dinamiche tipiche dell'arte figurativa, come il concepire ogni cosa partendo dall'immagine. Dal suo modo iconico di concepire il mondo egli genera i suoi racconti. Scrive lo stesso Calvino:

    All’origine di ogni storia che ho scritto c’è un’immagine che mi gira per la testa, nata chissà come e che mi porto dietro magari per anni. A poco a poco mi viene da sviluppare questa immagine in una storia con un principio e una fine, e nello stesso tempo - ma i due processi sono paralleli e indipendenti - mi convinco che essa racchiude qualche significato.

    L'arte ha avuto per lo scrittore un ruolo decisivo per le immense possibilità di figurazione che offre. La
    Visibilità, ovvero il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, gli ha permesso di aprire i propri scritti a nuove modalità immaginative di narrazione. I punti di tangenza sono innegabili e fin troppo evidenti per cui lo paragonerò spesso all'artista, a volte confondendolo, perché come lui dà vita a vere e proprie figurazioni.
    L'arte è
    immagine e come tale non può essere quindi non considerata se si vuole parlare a fondo di Calvino, in un percorso circolare che parte appunto da questa, che diviene narrazione, per poi ritornare nuovamente a essere immagine nella mente del lettore (figura che prenderò in esame più volte nel corso del mio testo).

    Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

    Ecco perché, nonostante siano molti i contributi di Calvino legati all'arte, mi sembrava riduttivo considerare in questo mio lavoro solamente quelli esplicitamente dedicati a essa. Ogni suo scritto presenta possibilità uniche - tanto per lo scrittore quanto per il lettore - per entrare in mondi immaginari e in realtà fantastiche, grazie a una scrittura coinvolgente, capace di trasportarci lontano, in dimensioni dove tutto prende nuove forme, dove le parole si trasformano in colori, le frasi in figure, le pagine in paesaggi.
    Quando leggiamo un racconto di Calvino tutto si ferma, il tempo diviene quello della diegèsi; l'istante si dilata fintanto il lettore rimane nella storia, catturato dalla sua meraviglia; tutto si estende senza fretta, fino al momento in cui il lettore deciderà di alzare lo sguardo, di sollevare gli occhi dal libro.

    Gli orologi mi avvertono che il tempo scorre ancora, minuto per minuto. Anche il tempo è un altrove che mi esclude, murato come sono dentro un istante sempre uguale.

    In molti casi la sua scrittura diviene rumore, ritmo, sapore, odore, musica. Tutto diviene figurabile - a volte perfino il silenzio - in un percorso inverso dove l'astrazione delle parole diviene una (altra) realtà, leggera e fluttuante nel pensiero immaginativo del lettore.

    Se il silenzio veniva dall'alto o dal basso non si sa; aderiva ai muri vestendoli come una fodera diafana e impalpabile, una coltre che s'inspessiva via via e occupava tutto lo spazio. [...] C'è chi dice di aver sentito ondate di silenzio venir giù dai campanili, pausate come rintocchi a morto, il che equivarrebbe a dire che tra un colpo di silenzio e l'altro c'era un intervallo di silenzio.

    Per mettere insieme tutte queste mie prime considerazioni ho provato a ragionare sul rapporto che lo scrittore sanremese aveva con l'
    immagine, quindi con l'immaginazione e con il processo interpretativo, tanto nello scrittore nel momento creativo, quanto nel lettore, figura alla quale lo stesso Calvino dava estrema importanza. Quindi ho inserito un paragrafo sul tempo del racconto, elemento che ritengo avvicini molte sue opere, in particolar modo i racconti, più al cinema che alla staticità dell'immagine artistica. Tutto ciò sempre cercando di capire quale fosse la sua relazione e le connessioni con il mondo della figurazione, ovvero quello dell'arte e della fotografia.
    Mi sembra quindi chiaro che ragionando su questi presupposti le
    immagini devono essere, per forza di cose, il nocciolo da cui far partire ogni riflessione. Queste, senza dimenticarci di quelle fotografiche, sono il centro intorno a cui si concentra buona parte del mio lavoro. Il riferirsi di Calvino costantemente a loro mette in luce un modo di essere, una prassi innata, un'istintiva modalità per la costruzione dei pensieri.
    Ecco quindi
    immagini di fantasia, fotografiche, artistiche, immagini narrate, raccontate, insomma, ogni dove e in qualsiasi forma queste si siano manifestate, sono state lo spunto per trasformare il mondo in vera e propria poesia.

    Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.

    Da esse lo scrittore ha elaborato l'intensa rete di collegamenti che ha costituito la struttura di base dei suoi lavori; da loro fa emergere la storia, elabora il racconto, in alcuni casi sembrano essere l'ossatura di molti dei suoi saggi.
    Calvino pensa per immagini e ne conosce bene la forza evocativa, non ne può proprio mai fare a meno.

    2. Immagine e Immaginazione nell'opera di Calvino: mentira e verdad
    Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto. [...] La menzogna non è nel discorso, è nelle cose.

    L'immagine, così come l'arte, diceva Picasso, es una mentira que nos acerca a la verdad. Un'opera d'arte - così come un racconto scritto - svela, attraverso un gioco infinito e continuo di rimandi quasi impercettibili, ciò che è l'essenza profonda, la verdad assoluta, una realtà invisibile che rimarrebbe altrimenti irraggiungibile se non vi fosse la sensibilità dell'artista - o dello scrittore - capace di far emergere in superficie piccoli segnali che danno prova della sua esistenza. Ogni immagine - artistica o meno che sia - è falsa e menzognera, es una mentira, ma insostituibile strumento se si vuole andare oltre la grigia insignificanza di ciò che troppo comodamente viene preso in considerazione dagli occhi nella semplicità dell'atto del vedere.
    Tutto questo lo scrittore lo sapeva bene. Tanto per chiarire da subito il racconto scritto non è
    immagine; nel caso di Calvino parte da questa per divenire immaginazione; ritorna quindi a essere tale nella mente del lettore, anche se completamente stravolta. Immagine, immaginazione, nuovamente immagine. Ma andiamo con ordine e procediamo per gradi.
    Ciò di cui parlerò nelle righe che seguono si riferisce quindi all'
    immagine e all'immaginazione e quanto queste siano strettamente legate tra loro per la distanza che le separa dall'apparenza, ovvero da ciò che abbiamo davanti agli occhi, da ciò che appare scontato.
    La prima, l'
    immagine, la considero qualcosa di prelevato direttamente dal mondo, che si riferisce direttamente agli occhi e alla vista, qualcosa che, tra l'altro, coinvolge a pieno titolo l'arte e i suoi derivati. Dietro la sua semplicità e la sua immediatezza, come vedremo, si nasconde qualcosa che poco ha a che fare con ciò che vuole raffigurare, anzi, se ne distacca all'istante non appena viene catturata dalla sensibilità per essere elaborata dall'immaginazione di chi la osserva, di chi legge o di chi guarda un dipinto.
    Come abbiamo detto è ingannevole perché non riesce mai a rendere oggettivamente quello che rappresenta. Dall'
    immagine Calvino elabora i propri pensieri per restituirli al lettore in modo che possano stimolarne la creatività.
    Dietro quella più imparziale, quella fotografica, si è spesso nascosto lo stesso Calvino, quasi a voler mettere tra lui e il lettore uno schermo d'apparenza, un alone di vaghezza e di indeterminatezza. Vi sono suoi ritratti un po' ovunque. Ma di questo ne parleremo più avanti quando analizzeremo il suo rapporto con le fotografie.
    La seconda, l'
    immaginazione, la Visibilità (come la chiamava lo scrittore) riguarda invece una dimensione personale, privata, esclusiva, intima; qualcosa di incorporeo e impalpabile che prende forma nella fantasia, nei pensieri, il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi. L'immaginazione è innescata dal racconto, dal libro, dalla storia, ma anche da un dipinto, da un disegno, da un paesaggio, da una fotografia.
    Immagine e immaginazione sono state per lo scrittore i cardini fondamentali per molte delle sue opere. Ogni volta che leggiamo Calvino ci sembra di osservare un quadro, o meglio ancora, ci sentiamo all'interno di esso, protagonisti della storia. Siamo dentro la rappresentazione, condotti lentamente per mano, passo dopo passo dalle sue parole, mentre ci dimentichiamo, colmi e soddisfatti dalle sue descrizioni, di tutto ciò che si muove all'esterno.

    La verità è presto detta: da quando sono entrato in questa città, la città è entrata in me; dentro di me non c'è posto per nient'altro.

    Calvino utilizza la sua macchina da scrivere, la sua penna, come il pittore usa il pennello, si serve delle parole così come l'artista adopera i colori. Alla base di tutto vi è il suo modo di guardare iconicamente il mondo e la sua incredibile capacità di indagarlo per mezzo di uno sguardo curioso.
    Egli s'impadronisce della realtà, la prende in prestito, la fa sua; quindi elimina ciò che non serve, tutto quello che costituirebbe un inutile ostacolo, per mantenere solo ciò che è strettamente necessario affinché la
    Visibilità del lettore, l'immaginazione, possa mettere chiaramente a fuoco una nuova immagine. Attraverso il suo modo di scrivere Calvino ci restituisce una realtà nitida, semplice, chiara, senza orpelli, senza elementi distrattivi e contaminanti, una verità; trasforma la mentira in verdad.
    Tutto sembra così ovvio, scontato. Era già tutto lì davanti a noi, così evidente, così accessibile. Tanto semplice che, quando leggiamo, abbiamo la sensazione che avremmo potuto fare a meno della sua mediazione. Effettivamente era tutto lì a portata di mano (soprattutto di occhio) ma scremare è una capacità di pochi e, restituirlo poeticamente all’
    immaginazione sensibile del lettore, una qualità di pochi eletti.

    3. Calvino e le immagini fotografiche
    Dal momento che ogni foto è contingente [...], la Fotografia può significare (definire una generalità) solo assumendo una maschera. Questa è la parola che giustamente Calvino usa per designare ciò che fa d'un volto il prodotto di una società e della sua storia.

    Ogni volta che m’imbatto in Calvino mi trovo di fronte a una sua fotografia. Prima ancora che una qualsiasi altra cosa che lo riguardi, magari più consona al suo ruolo di scrittore o intellettuale, devo fare i conti con la sua figura. Mi trovo sempre davanti a un'immagine che lo ritrae, spesso del suo volto sorridente o pensieroso, magari con una penna in mano o seduto davanti a una libreria o a una scrivania coperta da libri e fogli.
    Abbiamo già detto che l'immagine è menzognera e che nasconde dietro di sé una verità difficilmente visibile, una realtà più profonda, un'essenza che non è in grado di trasferirsi sull'immagine che si pone di fronte allo sguardo.
    Le fotografie che ritraggono lo scrittore sono qui davanti a me, chiare e apparentemente indiscutibili (cosa c'è di più vero e reale?), mentre vorrei avere qualcosa che meglio mi aiuti a comprendere chi era lui veramente e che lo faccia uscire dall'anonimo e fuorviante apparire.
    Ma allora perché Calvino, ha voluto manifestarsi in prima battuta per mezzo di immagini che di lui ci danno solamente una vaga e superficiale impressione?
    Molte delle copertine dei suoi libri lo raffigurano con fotografie (probabilmente per scelta dell'editore), come se queste potessero dirci quello che poi troveremo all'interno, nei suoi racconti, come se avessero attinenza con le pagine che stiamo per leggere.

    Era dunque indispensabile che al più presto l'equivoco fosse chiarito. E per chiarirlo, potevo sperare in una cosa sola: che, dopo quella volta là, fossi stato visto altre volte, mentre davo di me tutt'altra immagine, cioè quella che era - non avevo dubbi in proposito - la vera immagine di me da tener presente.

    Egli aveva ben chiare le dinamiche che si muovono intorno a questo genere di rappresentazioni: sapeva che le fotografie sono porte da aprire per accedere a qualcosa che si trova oltre a esse, sapeva che queste altro non sono che facciate d'apparenza dal valore relativo, anche se indispensabili per innescare, per chi lo volesse, un successivo percorso di approfondimento. Sapeva bene che per "presentarci" al mondo da qualcosa dobbiamo pur partire, e una fotografia è quanto di più immediato vi sia. Inoltre, se non ci "offriamo" alla vista non esistiamo, non abbiamo la credibilità per svelare poi qualcosa di più intenso, privato, recondito, di più profondo.

    Eccomi allora di fronte alla copertina del terzo volume di
    Romanzi e racconti che raffigura Calvino in bicicletta al Cinquale nel 1969, in una fotografia di Carla Cerati (I Meridiani, Mondadori, 1994). Prendo questa copertina solamente come esempio tra le tante immagini che lo ritraggono.
    Lo scrittore ci guarda mentre sembra volerci dire: "non ti fermare a ciò che hai davanti, a quello che vedi, alla scontatezza di ciò che semplicemente si mostra; non fermarti alla superficie, questo è solo l'involucro. Quello che conta lo scoprirai solo se aprirai il libro e inizierai a leggere ciò che ho scritto; quello sono io, non ciò che appare a prima vista. Le immagini vere sono dentro, tra le pagine, ma non sono così istantanee come la fotografia di copertina; le scoprirai piano piano con la pazienza di chi avrà la capacità di seguire il mio ritmo, di muoversi con i miei tempi attraverso i paesaggi, i personaggi e le situazioni che si materializzeranno davanti agli occhi della tua sensibilità e alla tua voglia di lasciare da parte la comoda esteriorità; le potrai interpretare come meglio vorrai perché si adatteranno all'istante al tuo modo di
    immaginare. Non saranno però visibili come quelle a cui sei abituato, perché prenderanno forma nella tua mente, saranno immateriali, incorporee, ma con un valore infinitamente più grande, quello dato volta per volta dalla tua fantasia, dalla tua immaginazione".
    Questo pare volerci dire da dietro quel sorriso appena abbozzato, enigmatico, un po' beffardo, mentre pedala lento sul prato della sua casa di vacanza al Cinquale.

    È già da un paio di pagine che stai andando avanti a leggere e sarebbe ora che ti dicesse chiaramente se questa a cui io sono sceso da un treno in ritardo è una stazione d’una volta o una stazione d’adesso. [...] Sta’ attento: è certo un sistema per coinvolgerti a poco a poco, per catturarti nella vicenda senza che te ne renda conto: una trappola. O forse l’autore è ancora indeciso, come d’altronde anche tu lettore non sei ben sicuro di cosa ti farebbe più piacere leggere.

    4. Calvino e Barthes, ancora sulla precarietà dell'
    immagine
    Nella seconda parte di Collezione di Sabbia vi è un passo che può ulteriormente chiarirci il discorso che stiamo portando avanti sulla fragilità dell'immagine fotografica, sulla sua interpretazione ma soprattutto su quello che è il lavoro che lo scrittore compie nel trascrivere la realtà.
    Nel capitolo
    Il raggio dello sguardo Calvino parla di Roland Barthes riferendosi a La Chambre Claire, Note sur la Photographie. Ancora una volta immagini, ma non immagini qualunque; nuovamente fotografie, ovvero quelle che, come abbiamo già accennato, dovrebbero offrire la forma più alta di oggettività proprio perché impronte di luce, tracce figurate che certificano la compresenza del soggetto fotografato e di colui che ha effettuato lo scatto.
    Vi è un capitolo, il quinto, in cui il semiologo francese parla della madre venuta a mancare da poco. Nell'immensità del suo dolore, Barthes la cerca nelle fotografie che la ritraggono, senza però riuscire a trovarla:

    Il suo essere [...] mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L'avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la «ritrovavo». [...] La fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l'essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false.

    È come se le fotografie non ne avessero colto l'essenza, come se l'imago della madre non si fosse impressa negli scatti, capaci solo di catturarne una superficialità effimera, inconsistente, fugace.
    Chiunque sia stato costretto a vivere la stessa dolorosa esperienza sa bene che vi è un momento in cui l'immagine di una persona cara evapora velocemente senza si possa fare nulla per trattenerla a noi. Scrive Calvino:

    Perché era ben da una ricognizione tra le fotografie della madre morta da poco che la meditazione di Barthes aveva preso le mosse [...]: un inseguimento impossibile della presenza della madre, ritrovata alla fine in una foto di lei bambina, un'immagine «perduta, lontana, che non le somiglia, la fotografia d'una bambina che non ho conosciuto.

    Se, come abbiamo detto, le fotografie sono prelevate direttamente dal mondo anche qui non sembrano darne conto come ci si aspetterebbe.
    Come dice lo stesso Calvino quando parla di Barthes e sulla delicatezza del rapporto tra fotografia e ciò che vi si nasconde dietro:

    Nel suo ultimo libro che avevo letto poche settimane prima (La chambre claire, Note sur la photographie) m'avevano colpito soprattutto le pagine bellissime sull'esperienza d'esser fotografato, sul disagio di vedere il proprio volto diventato oggetto, sul rapporto tra l'immagine e l'io; così tra i primi pensieri che mi presero nell'apprensione per la sua sorte s'affacciava il ricordo di quella lettura recente, il legame fragile e angoscioso con la propria immagine che veniva lacerato a un tratto come si lacera una fotografia.

    Fotografie, dipinti, immagini. Non vi è nulla di vero, nemmeno il mondo che abbiamo osservato
    con gli stessi occhi che hanno visto l'imperatore [Barthes 1980]; neanche ciò che appariva, nemmeno nostra madre, anche se, fintanto era qui, ci sembrava così incredibilmente reale.
    Siamo stati per anni con lei, l'abbiamo avuta vicino, davanti agli occhi, chiediamo adesso solamente di avere qualcosa che ce la ricordi, che ci doni l'illusione che sia ancora qui e che lo possa rimanere per sempre.
    Ma le immagini sono
    "legami fragili e angosciosi" e ora, a conti fatti, non ci sono rimaste che menzogne, solamente "immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false".
    Cos’è quindi sopravvissuto? Poesia, soltanto poesia. La poesia dei momenti che abbiamo condiviso con lei, istanti d'amore che hanno impresso nella nostra memoria visioni caduche, immagini di riflesso che ci sfuggono via, lontane, sempre più veloci.
    È all'interno di queste dinamiche che s’insinua lo scrittore: egli preleva dal reale ciò che vede, l'
    imago della madre, la elabora, la rende in parole; ce la restituisce regalando alla nostra immaginazione figurazioni poetiche.
    Calvino ci rende la madre, ce la riconsegna per sempre, ce la restituisce nella sua essenza. Ecco la
    mentira che finalmente diviene verdad.

    Cercavo sempre l’equivalente d’un’energia interiore, d’un movimento che dall’immagine scaturisce naturalmente, pur sempre sapendo che non si può parlare d’un risultato letterario finché questa corrente dell’immaginazione non è diventata parola.

    Per provare a dare forza alle mie tesi e tentare di spiegare meglio ciò che intendo, provo a girare l'argomento da un altro punto di vista.
    Qualche tempo fa Maurizio Ferraris nel raccontare la storia di un suo libro ci fa un esempio che fa proprio al nostro caso. Sulla copertina, al posto di una fotografia di Nietzsche, personaggio a cui era riferito il testo, era stata erroneamente inserita quella di Umberto I di Savoia (in realtà molto somigliante per i grandi baffi). Proprio Nietzsche, il filosofo del
    "non esistono fatti ma solo interpretazioni", colui che più di chiunque altro ha fatto di tutto per esporsi a tutte le interpretazioni possibili, è stato interpretato nell'immagine scelta proprio da chi - avendolo tanto studiato - lo conosceva meglio di molti altri.
    Alla fine, non importa se fosse Nietzsche o meno sulla copertina del libro, questa storia ci dimostra ancora una volta quanto una fotografia, così come un dipinto, siano incapaci di una riproduzione veritiera; anche in questo caso, come per le fotografie di Calvino, è evidente la loro inadeguatezza nel riproporci ciò che hanno la pretesa di mostrare (Nietzsche era meravigliosamente descritto all'interno del libro, molto più di quanto la copertina avesse mai potuto raccontare).
    Tanto più un'immagine vuole essere fedele all'originale tanto più se ne allontana. L'artista, così come lo scrittore, non sono in ciò che appare ma in quello che esprimono con il loro lavoro, nel quadro che dipingono così come nelle parole che scrivono.
    L'immagine
    è morte [Barthes 1984] e non è in grado di rappresentare la vita perché nella sua staticità non riesce a cogliere ciò che si trova dietro la facciata d'apparenza: la vita ci scorre davanti lasciando al suo passaggio un'infinità di sensazioni che non trovano spazio nella sua bidimensionale immobilità; queste possono solo farsi strada nella vitalità dell'opera dello scrittore.
    Quello che conta per Calvino quindi, non è lo schermo di finzione che si frappone tra sguardo ed emozione, ma l'immensità degli stimoli che, come un fiume in piena, ci travolge mentre viviamo. Quello che gli interessa è quello che si trova dietro l'esteriorità, ciò che è invisibile alla vista, che lui riesce a captare e tradurre in prosa.
    Calvino ci rende l'
    Imago della madre, ma in una versione ripulita, incorrotta. Egli ci restituisce il mondo che sentivamo dentro, lo stesso che non riuscivamo a vedere perché condotti fuori strada dalla mendacità retinica [Duchamp 1957].


    5. Calvino e il suo lettore. "Ce sont les regardeurs qui font les tableaux"
    Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore.

    Quindi c'è il lettore (abbiamo detto all'inizio che avrebbe rivestito un ruolo basilare in questo elaborato). Egli, quasi al pari dell'autore, è una figura fondamentale nel discorso. Senza fruitore non esisterebbe l'opera, o almeno, se questa non potesse confrontarsi con qualcuno differente dall'autore non avrebbe alcuna vera ragione per essere concepita. L'opera deve fare i conti con qualcuno che ne beneficia: qualcuno che ne aggiunge ogni volta un tassello, che la mantiene in vita, in movimento, in evoluzione.

    Se nel Viaggiatore ho voluto rappresentare (e allegorizzare) il coinvolgimento del lettore (del lettore comune) in un libro che non è mai quello che lui s’aspetta, non ho fatto che esplicitare quello che è stato il mio intento cosciente e costante in tutti i miei libri precedenti.

    Se è vero che Calvino riesce a metterci in contatto con l'
    Imago è anche vero che l'immagine che ne scaturisce si adegua sempre alle necessità di chi legge e alle sue capacità d'immaginare.
    Ogni volta che abbiamo a che fare con un'opera, dovrebbe oramai essere chiaro che questa muta a secondo dell'
    interpretazione del lettore che, a sua volta, la completa a propria misura, ne aggiunge qualcosa di differente, rendendola irripetibile. Uno stesso racconto genera quindi un'infinità di rappresentazioni tante quanti saranno i suoi lettori.
    La
    madre non è più quella di Barthes ma cambia di continuo, è quella di chi s’immerge nella lettura. Lo scrittore con la propria opera crea la condizione di partenza perché l'immaginazione si adatti volta per volta alle esigenze inconsce del lettore, perché ognuno ha la propria verdad da far emergere.
    Ogni creazione - pittura, scultura, teatro, letteratura o altro - non ci dirà quindi mai qualcosa di definitivo, di concluso. Il racconto produce sempre infiniti punti di vista. Chiunque viene chiamato in causa - compreso lo scrittore - non può esimersi dall'entrare in una dimensione unica, personale, intima, ma soprattutto differente, proprio perché nel processo di fruizione si mettono in campo i modi di essere, le esperienze personali, le diverse sensibilità.
    Quando chiediamo a qualcuno un parere su un'opera non siamo alla ricerca di una visione ultima, di una verità ontologica; sappiamo bene che ciò che ci verrà restituito sarà un modo di vedere esclusivo. Prendiamo in prestito la sua sensibilità perché ci faccia entrare in un mondo differente dal nostro, affinché si possa comprendere quel qualcosa di diverso, quel qualcosa in più che non riuscivamo a cogliere perché troppo radicati nella nostra individualità.
    La scrittura, così come l'arte, non ci mette davanti a situazioni immutabili, ma sempre di fronte a punti di vista, e dei più differenti tra loro. Come avrebbe detto Nietzsche: non siamo di fronte a
    fatti ma a differenti interpretazioni. Questo vale per un dipinto come per un racconto scritto.

    In questo processo il lettore è una figura fondamentale. Marcel Duchamp diceva:
    "Ce sont les regardeurs qui font les tableaux" [Duchamp 1957] per spiegare che il processo creativo non si ferma al momento in cui l'opera viene generata ma continua a vivere e a evolversi in colui che la osserva, nel fruitore, nel lettore. Un secondo stadio della creazione in cui l'opera si evolve, muta, in cui l'artista - lo scrittore - viene messo a margine per lasciare spazio a qualcuno che viene dopo. Ogni immagine, anche quella narrata, non viene mai considerata unicamente per ciò che rappresenta, ma viene interpretata; e questo è esattamente ciò Calvino voleva facesse il lettore quando leggeva un suo racconto, così come se si fosse trovato davanti alla sua fotografia. L'interpretazione è un processo in movimento, differente ogni volta, un viaggio personale che si compie all'interno del racconto.
    Provo a riassumere quanto esposto fino a questo punto: un'opera viene interpretata dall'
    immaginazione di un osservatore-lettore; quest'ultimo è colui che ne fruisce leggendola, anche se un analogo processo d'interpretazione si svolge nella mente di chi la crea. L'opera continua a vivere ogni volta che la si legge, ogni momento in cui la si osserva, perché ogni volta essa si relaziona con risultati differenti.

    6. Calvino e il tempo del racconto
    Quando invece entrato nel cinema alle quattro o alle cinque, all’uscirne mi colpiva il senso del passare del tempo, il contrasto tra due dimensioni temporali diverse, dentro e fuori del film. Ero entrato in piena luce e ritrovavo fuori il buio, le vie illuminate che prolungavano il bianco-e-nero dello schermo. Il buio un po’ attutiva la discontinuità tra i due mondi e un po’ l’accentuava, perché marcava il passaggio di quelle due ore che non avevo vissuto, inghiottito in una sospensione del tempo, o nella durata d’una vita immaginaria, o nel salto all’indietro nei secoli.

    Ciò che scriverò nelle prossime righe sono solo impressioni personali ma non posso fare a meno di provare a condividere ciò che ho provato quando, per scrivere queste pagine, ho iniziato a leggere i suoi libri.
    Calvino non ha dipinto, non ha scolpito, non ha disegnato. Tanta era l'ammirazione per le arti visive che, forse per questo motivo, ha spesso utilizzato le parole come stesse dipingendo. Come pochi è riuscito a creare immagini senza ricorrere al pennello, senza usare i colori, e lo ha fatto con uno stile incredibilmente iconico, capace di figurazioni (a volte) incredibilmente più potenti di quelle pittoriche. Molti suoi scritti, anche quelli che non riguardano nello specifico l'arte, ci presentano opere che si situano in una regione di confine, in bilico tra scritto e figurato.
    Mi sarebbe piaciuto riproporre qui alcuni suoi brani per intero, nella speranza di riuscire a condividere le sensazioni che Calvino ogni volta mi regala, lo stato di serenità e appagamento che mi consente di raggiungere mentre mi estranio attraverso un incredibile coinvolgimento emotivo. Dopo un po' che leggo Calvino esco dal mondo ed entro in me stesso; i miei occhi non vedono più ciò che ho davanti, né il libro né quello che lo circonda; la visione diviene
    Visibilità, nuove immagini lentamente si materializzano nella mente e mi conducono in un'altra dimensione:

    Non più sommerse negli spessori e nei congegni le rarefatte impalcature della felicità si levano sull'orizzonte cancellato agli occhi ilari del viaggiatore. Ma il sorriso del savio che lo guida, leggero come un vecchio angelo, interrogativo come un augure bambino, già lo avverte che questa vegetazione di segni scorporati ha pur sempre radici nel nostro precario stare al mondo; questo concerto di percussioni e trilli di zufolo è l'unico modo per dire la pena di fronte a tutti i possibili impossibili.

    Nuove visioni evanescenti, leggiadre, in continua mutazione, non più reali, provocate dal racconto e da un modo pittorico di utilizzare le parole. La sua forza sta, oltre che nell'utilizzo sapiente della scrittura - sempre perfetta -, nell'introdurci dolcemente nella storia e, con il giusto ritmo, scandire il tempo per svelarci nuove immagini che si fanno via via sempre più nitide. Abbiamo quindi introdotto un nuovo elemento: il tempo, proprio per questo potremmo quasi dire che, ancor più che con le arti plastiche, la scrittura di Calvino ha qualcosa in comune con il cinema e con il suo modo di utilizzare la linearità sequenziale della diegesi.
    È stato lo stesso Calvino ad ammettere l'importanza che il cinema ha avuto nella sua formazione:

    Ci sono stati anni in cui andavo al cinema quasi tutti i giorni e magari due volte al giorno, ed erano gli anni tra, diciamo il Trentasei e la guerra, l'epoca insomma della mia adolescenza.

    Egli riesce come pochi a creare una sorta di
    bolla esistenziale (Francesco Cassetti, 2015), uno spazio isolato dal mondo, che protegge il lettore/spettatore da ogni intromissione.

    Forti sono entrambi, e diversamente indispensabili, e pur fratelli. È segno ancora che […] conta quel bisogno fondamentale dell’uomo, cui tanto il romanzo quanto il film rispondono : inventare delle storie e riconoscersi in esse.

    Vorrei allora tornare per un momento alla frase di Barthes
    "l'immagine è morte". Abbiamo detto che la sua staticità non si adatta al pensiero in movimento, al dinamismo delle riflessioni.
    La vita scorre davanti ai nostri occhi seguendo logiche legate ad algoritmi di linearità consequenziale. Il mondo con le sue storie si racconta ed entra in noi, nella nostra immaginazione, nell’unica maniera in cui abbiamo imparato a interpretarlo: un evento, quindi un altro, poi un altro ancora; tutti legati tra loro per esaurimento del precedente o per reazione, attraverso concatenamenti di alternanze senza fine di cause ed effetti.
    Come un sistema ininterrotto di successioni temporali, come i battiti continui del cuore pulsante della vita, noi osserviamo, ricordiamo, elaboriamo, costruiamo i nostri pensieri e diamo forma alla realtà che scorre per mezzo di sequenze, di storie con un inizio ed una fine, di film con un capo ed una coda, seguendo gradi progressivi di situazioni che si rincorrono e che si susseguono con uno sviluppo continuativo, lineare.
    A differenza del pittore la scrittura di Calvino non è paralizzata all'interno di un'immagine fissa, ma si muove, si sviluppa dinamicamente, è in movimento costante, è vitale. Potremmo dire che Calvino s'impadronisce del tempo, esattamente come fa la pittura d'azione dal secondo dopoguerra in avanti.

    Il tempo narrativo può essere anche ritardante, o ciclico, o immobile. In ogni caso il racconto è un'operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo e dilatandolo.

    Questo è il modo in cui siamo abituati a ragionare, seguendo le cadenze del tempo che scorre.
    Quando siamo davanti a un quadro (troppo spesso scomodamente in piedi) scorriamo con gli occhi ogni suo centimetro, apprezziamo la perizia dell'artista nell'averci rappresentato la scena. Lo osserviamo con attenzione cercando di non lasciare da parte nulla, di non dimenticare nemmeno un piccolo scorcio. Purtroppo però, nonostante l'impegno che ci mettiamo, la fissità del dipinto non ci consente di rimanere troppo a lungo in questo stato di beatitudine. Le pareti di questa parentesi di estraniamento - di questa
    bolla esistenziale - sono estremamente fragili, precarie. Basta un nulla per farci tornare nella dimensione del reale e farci perdere la magia che stavamo vivendo.
    Quando leggiamo Calvino la storia cambia.

    Un quadro con tanti personaggi è un po' come un romanzo in cui s'intessono parecchie vicende; ragion per cui mi sento autorizzato a parlarne io, senza invadere il campo degli storici dell'arte e dei critici, ma semplicemente raccontando quel che viene spiegato [...] e cercando di leggere il quadro come si legge un libro.

    Gli occhi non vedono più ma leggono, si muovono rapidi sulle lettere, sulle parole. Divorano frasi, pagine, capitoli. Davanti al libro la vista riduce la sua funzione a quella di mero mezzo tecnico; l'occhio si allontana dal reale e piano piano si spegne per lasciarci entrare nel mondo fantastico della narrazione. Non esiste più nulla davanti a noi, tutto si svolge nella dimensione sospesa della sensibilità. La resistenza delle pareti di questo spazio senza riferimenti non dipende più dalla fissità di un'immagine ma dalla forza delle parole, dalla capacità dello scrittore di trasportarci dinamicamente nel suo racconto, di mantenere il movimento consequenziale della realtà.
    Il segreto è proprio qui: leggendo vediamo senza vedere, guardiamo con gli occhi della mente senza rimanere impigliati nella limitatezza delle immagini; queste si materializzano vaghe solo in seconda istanza, solo dopo che gli occhi hanno perso la loro funzione fisica. Quello che abbiamo davanti non conta più, esiste solo ciò che la narrazione riesce a farci immaginare, i luoghi ove riesce a portarci, le atmosfere che ci fa vivere, le persone che ci permette di incontrare.

    Calvino "scrive" immagini e "dipinge" con le parole; crea mondi magici e fantastici. Come nessun altro riesce a farci raggiungere profondità altrimenti inaccessibili per mezzo di altri tipi di figurazioni. E lo fa coinvolgendo il tempo, esattamente come lo fa il cinema.
    Meglio di un pittore ci mette di fronte a una concretezza leggera, a una dimensione atavica, sincera. Uno stato primordiale nel quale noi, per merito delle parole che si susseguono, costruiamo nella mente e nella fantasia situazioni che si adattano, istante dopo istante, nel tempo che scorre della nostra sensibilità.

    7. Conclusione
    Calvino è un autore talmente incredibile che non mi è stato per nulla facile capirlo. A volte mi è sembrato più filosofo che scrittore. Non è stato difficile leggerlo, anzi, ma dietro la semplicità e la scorrevolezza dei suoi testi si nasconde un'incredibile complessità di pensiero. Tutto si sviluppa ben oltre ciò che sembra stimolando riflessioni meravigliosamente intricate. Inoltre, ogni volta che lo rileggo scopro qualcosa che non avevo considerato prima.
    Ho riscritto spesso frasi, a volte interi paragrafi, convinto - e poi smentito - di aver compreso e portato alla luce definitivamente un suo pensiero. Quando ero sicuro di averlo fatto mio mi scappava nuovamente; non appena ero convinto di aver fermato sul foglio un concetto, magari dopo aver passato giorni a elaborarlo, improvvisamente mi trovavo a fare i conti con qualche elemento nuovo che smentiva completamente ogni mia certezza, screditando completamente la mia tesi.
    È il caso della realtà ultima, la verità, quella che ho simbolizzato con l'esempio della madre di Roland Barthes. Quando ho poi iniziato a leggere
    "Se una notte d'inverno un viaggiatore", mi sono subito reso conto di quanto Calvino credesse che il racconto scritto, invece che avvicinarci (come sostengo io nel mio lavoro), ci allontana inesorabilmente dalla verdad.
    Invece di cancellarla però, ho mantenuto la sezione per intero, e vorrei spiegarne la ragione.
    Ho scritto più volte che le sensazioni che Calvino mi regala, unite a un utilizzo emozionante delle parole, sono talmente forti e reali che non credo possano era tanto lontane dalla
    verdad teorizzata da Picasso. A differenza di ciò che sostiene lo scrittore, la completezza del mondo interiore che mi restituiscono molte delle sue opere, mi permette un contatto con una dimensione infinitamente più rispondente e poetica, una realtà che non è quella che si offre quotidianamente allo sguardo ma un fiume in piena che scorre sotto la facciata, dentro di me.
    La nostra convinzione culturale di avere tutto a portata di occhio ci porta sempre più fuori strada; è una presunzione con la quale sono costretto a confrontarmi tutti i giorni come studioso di Storia dell'Arte, quando m’imbatto (continuamente) in qualcuno che crede che l'arte vera sia la capacità artigianale di riprodurre un fiore, un volto, un paesaggio, piuttosto che una possibilità capace di recepire l'invisibile e metterci in contatto con qualcosa di infinitamente più assoluto. Ecco perché lo scopo dell'immagine dell'arte non è quello di rendere figurativamente il mondo retinico ma quello di metterci in contatto con una realtà più vera, quella delle emozioni.
    Lo stesso vale per Calvino (per questo lo confronto continuamente con l'artista), quello che leggo nei suoi testi mi fa viaggiare in me stesso, mi trascina dolcemente in uno stato di grazia che mi mette in contatto con profondità più reali della realtà stessa.
    D'altronde cosa siamo in definitiva noi? Siamo quello che sogniamo o quello che viviamo? Non lo so, ma mi piace pensare che c'è un universo di completezza dietro ciò che appare - un mondo sogni - e che Calvino - unico - è capace di avvicinarmelo ogni volta con la forza delle sue parole.

    Abu Dhabi, 21 gennaio 2017


    8. Bibliografia
    - CALVINO ITALO, Saggi. 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995
    - CALVINO ITALO, Racconti e Romanzi, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1994
    - CALVINO ITALO, Collezione di sabbia. Scrittori che disegnano. Collana "Saggi Blu", Milano, Garzanti, 1984
    - CALVINO ITALO, I nostri antenati, Torino, Einaudi, 1960
    - CALVINO ITALO,
    Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio. Milano, Garzanti, 1988
    - CALVINO ITALO,
    Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972
    - BARTHES ROLAND,
    La Chambre Claire, Note sur la Photographie, Parigi, Cahiers du Cinéma-Gallimard-Seuil, 1980
    - CALVINO ITALO,
    Le Cosmocomiche, Torino, Einaudi, 1965
    - CALVINO ITALO,
    Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino, 1979
    - CONRAD JOSEPH,
    Lettera a Robert Bontine Cunninghame Graham, 1897
    - CALVINO ITALO,
    La strada di San Giovanni, Milano, Mondadori, 1990
    - CALVINO ITALO, Tarocchi.
    Il mazzo visconteo di Bergamo e New York, Franco Maria Ricci, 1969.
    - CALVINO ITALO,
    Il castello dei destini incrociati, Torino, Einaudi, 1974
    - AS 74:
    Autobiografia di uno spettatore, prefazione a Federico Fellini, Quattro film, Torino, Einaudi,1974
    - BELPOLITI MARCO,
    L’Occhio di Calvino, Torino, Einaudi, 2006
    - CABANNE PIERRE,
    Entretiens avec Marcel Duchamp, Paris, Pierre Belfond, collection «Entretiens», 1967
    - CASSETTI FRANCESCO,
    La Galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene, Milano, Bompiani, 2015

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    "È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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