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historia del arte1 ArtPresAmericasmall
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Nancy Spero
di Giacomo Belloni


I think that the War Series and Codex Artaud are the angriest works, […] angry at my situation as an artist – frustrated in that I had no voice […] I was sticking my tongue out and trying to find a voice after feeling silenced for so many years. And I used Artaud as a means to externalize my voice asan artist and maybe at that time I had to have that masculine voice…

Nata nel 1926 e scomparsa nel 2009, Nancy Spero ha vissuto la sua lunga vita artistica misurandosi con il quotidiano, cercando di offrire attraverso il suo agire artistico visioni nuove, illuminanti, diverse da quelle usualmente diffuse dai canali del potere; immagini sempre attuali costruite per denunciare l’omologazione nei suoi aspetti più devastanti ed emarginanti. La Spero ha sempre cercato di mettere in discussione l'apparenza deviante della realtà, così come presentata dai mezzi ufficiali, offrendo alternative ad un immaginario indotto, contestandolo sempre nelle sue manifestazioni più scontate per riuscire a relativizzare il potere consolidato.

Poco dopo la sua nascita, la famiglia Spero si trasferisce da Cliveland a Chicago, dove cresce e si laurea, all’Art Institute, nel 1949. Ha vissuto quindi gran parte della sua vita a New York, in compagnia del marito, l’artista Leon Golub.
Subito dopo la laurea il padre le dà la possibilità di trasferirsi per un anno in Francia insieme alla sorella, per frequentare l’Ecole di Belle Arti di Parigi. Rimane profondamente colpita dalle opere di Alberto Giacometti - artista che frequentava Parigi proprio in quegli anni -, i cui lavori aveva comunque già avuto modo di conoscere a New York, alla galleria di Pierre Matisse. Altro artista di fondamentale importanza per la sua formazione, anche i suoi lavori conosciuti a Parigi negli anni ‘50, è Jean Dubuffet, in particolare i suoi
Corps de dames. A Parigi frequenta molti personaggi della cultura francese come Sartre e Simone de Beauvoir.
Si è contraddistinta sul panorama artistico, politico e culturale, per il l'attenzione a temi caldi come la guerra, la violenza, l'emarginazione, i soprusi, l’arroganza e la prevaricazione maschile.
La Spero ha avuto la capacità di inventare un vocabolario, tanto vario quanto potente, capace di resistere al tempo e di ripetersi di continuo, anche in opere di cicli distanti tra loro; un vocabolario da cui attingere simbologie significative, a volte prelevate da contesti "alti" come quelli dei musei, a volte dai contesti popolari, come le immagini della pittura murale metropolitana.
La donna viene sempre rappresentata attraverso le iconografie del passato, prese in prestito da civiltà antiche come quella greca o egizia, dalla preistoria ai giorni nostri. La donna e il suo stato di subordinazione rimarrà il tema dominante durante tutto il suo percorso creativo e sono molti i cicli che la vedranno centrale, sempre in contesti disagiati, di emarginazione o di prevaricazione:
Torture of Women del 1976, Notes in Time on Women del 1979, The First Language del 1981.
Molti dei suoi lavori sono invece centrati sul tema della guerra, una serie di 150 disegni (
war series) e di opere dove risulterà sempre evidente l'elemento fallico, come voler dimostrare che tale devastazione ha la sua origine nella volontà di dominio tipicamente maschile. Le sue immagini sono comunque il pretesto per evidenziare il rapporto drogato e pernicioso tra politica e potere, generalmente bianco.
Nel 1953 produrrà una serie di teste, dipinte di profilo e senza corpo, come quelle che si ritroveranno "appese" alla biennale del 2009. I loro profili non cercano gli occhi del pubblico per trascinarlo con lo sguardo dentro l'opera, ma sono rivolte verso i bordi laterali, eludendo qualsiasi tentativo di interattività con lo spettatore. L'osservatore è lasciato volutamente fuori, in una relazione interrotta tra ciò che è dipinto ed il suo esterno. Le teste dipinte sono sempre in coppia, come le figure rielaborate nelle serie degli
amanti degli anni 60.

Negli anni 50 lavora su opere che raffigurano madri con i figli. Nel 1956, fino al 1957, si trasferisce con il marito ed i suoi due figli in Italia. È a Firenze e ad Ischia che scopre e si appassiona allo stile e dallo stato d’animo degli affreschi Romani, Etruschi, ai sarcofagi, scoperte che influenzeranno i suoi lavori successivi lavori.
Nel 58 l'opera
omaggio a NY ove, al lato di una di pietra fallica sono riportate le iniziali degli artisti in voga al momento, inserisce due teste dalle quali fuoriescono le lingue; sopra la pietra scrive I do not change.
Dal 1959 al 1964 tutta la famiglia si sposta nuovamente a Parigi, città in cui nasce il terzo figlio Paul e dove espone alla Galleria Breteau, nel 1962, nel 1964 e nel 1968. Durante questo periodo dipinge i
Black Paintings raffiguranti tematiche mitologiche come madri e figli, amanti, prostitute e figure a metà tra l’umano e l’animale.
Sono degli anni 60 i
fuck you drawings contro la guerra francese in Algeria.
Nel 1964 la Spero fa ritorno a New York con la famiglia, senza soldi, proprio quando la guerra del Vietnam era nel suo momento più intenso e violento. Le immagini del conflitto venivano trasmesse senza sosta durante la notte, unico momento della giornata in cui riusciva a dipingere. In questo periodo effettua innumerevoli tentativi su una singola tela, per mesi la stessa Erano questi gli anni in cui, mentre si formavano i movimenti per i diritti civili, si concretizza la coscienza politica della Spero, anche se già anticipata da
female bomb, inchiostro e acquerello su carta del 66.
I
Lovers, eseguiti nel 1964 e nel 1965 sono lavori che si rifanno alla carta dei tarocchi chiamata appunto gli amanti, caratterizzata da un fondo tanto scuro da assorbire in sé le figure dipinte che vengono sfumate e sottomesse ad una sorta di nebbia esistenziale, una materia primigenia da cui tutto si genera. Su queste opere è sempre dipinta la coppia di amanti in posizione reclinata. Anche queste opere riprendono e richiamano gli stilemi delle pitture murarie erotiche di Pompei e di Ercolano, viste al museo archeologico di Napoli o al sarcofago di Cervetri degli sposi.
Dopo la nascita del terzo figlio, Paul, le viene diagnostica una dolorosa artrite reumatoide alle mani, che ne obbliga un cambio nella scelta delle tecniche espressive da utilizzare.
Nel 66 decide quindi di lavorare solamente su carta, abbandonando completamente la tela, anche perché quest'ultima era considerata un mezzo utilizzato dal potere maschile maschile.
"
Non volevo che i miei piccoli figli potessero andare in guerra", ecco quindi le War series, 150 piccole gouache e inchiostro su carta, prodotte dal 1966 al 1970. Eseguite rapidamente, con l’intento di denunciare l’oscenità e la distruzione della guerra, le War series vogliono essere un modo per esorcizzare quanto accadeva, un modo artistico per proteggere i propri figli. Sono state eseguite solamente su carta, utilizzando il disegno piuttosto che la pittura. La carta costava poco e su di essa si adatta bene la leggerezza del colore ad acqua, altra scelta fatta per discostarsi dal sistema artistico considerato di potere. Nelle War series le bombe divengono antropomorfe: ci sono le bombe maschili e quelle femminili (o androgene). Il colore diviene simile al sangue, lavorato con un pennello fino, quindi con le dita per creare lingue dalle quali si materializzano teste, ritagliate ed applicate a stencil.
Inizia ad apparire, per divenire subito ricorrente, l'immagine dell’
aquila, intesa come simbolo del potere in una sorta di iconografia simbolica del potere.
Attivista politica e femminista la Spero è stata membro del Art Workers Coalition (1968–69), di Women Artists in Revolution (1969), e nel 1972 è stata tre le fondatrici della prima galleria cooperativa esclusivamente femminile, A.I.R. (Artists in Residence).
È stato durante questo periodo che ha completato gli
Artaud Paintings (1969, 1970), e in cui ha lavorato ai Codex Artaud, opere nelle quali utilizza alcune frasi originali di Antonin Artaud, sovrapponendo sullo stesso rotolo di carta testo ed immagine, poi incollato o inchiodato con puntine da disegno direttamente sulle pareti di A.I.R.

I
Codex Artaud vengono realizzati tra il 1971 ed il 1972. Sono una serie composta da collages nella quale riprende ed utilizza ancora una volta le immagini tipiche dalla cultura romana, egiziana, celtica, pagana e indiana.
Antonine Artaud, poeta e drammaturgo francese, tra gli anni 20 e il 1948 ha prodotto una serie di disegni sulla follia; lui stesso era considerato un pazzo avendo portato in scena testi teatrali recitati in una sorta di performance comunicativa. Il suo teatro non voleva rappresentare altro se non una comunicazione stratificata, a più livelli. Artaud mette in discussione il linguaggio stesso, dal quale estrae le parole: il soggetto si costituisce attraverso di esso, la sua decostruzione apre a nuove possibilità:
L'infrazione, il caos in cui le parole si intrecciano e con loro anche il senso, rompono lo spazio rassicurante in cui il simbolico recinta e protegge le divaricazioni e le devianze del linguaggio ed aprono la porta al segno, al confine in cui ancora non è diventato parola e si trova nello stato della frammentazione e della disarticolazione. (Subrizi)
La Spero lo fa divenire una figura chiave nel suo linguaggio. Lo conosce quando, dalla seconda metà degli anni '50, i suoi testi iniziano ad essere tradotti dal francese, anche negli Stati Uniti.
I
Codex Artaud sono una serie di 37 collage su pannello, composti da fogli di carta, incollati uno ad uno, end to end, per formare strisce orizzontali o verticali. I pannelli sono numerati da I a XXXIII. Questi lavori sono stati realizzati nel 1971 e nel 1972, con unica eccezione di un pannello datato 1973.
Le lunghe strisce sono state il sorprendente abbandono dei precedenti formati convenzionali utilizzati per i dipinti e per i lavori su carta:
Non ho mai pensato il mio lavoro in termini di essenza radicale [] volevo con il mio lavoro dire qualcosa che andasse oltre il consueto, il solito formato rettangolare, quadrato, o qualcosa di piatto, incorniciato, attaccato o agganciato alla parete. Queste erano le pratiche consolidate. Così ho deciso di sperimentare, di estendere il quadrato o il rettangolo che si trovava direttamente davanti allo spettatore per avere qualcosa che avrebbe potuto coinvolgere anche la sua visione periferica. Quando ho iniziato ad incollare i fogli tra loro per i Codex, ero alla ricerca dei geroglifici egizi, del loro metodo di composizione sia sulla parete che sui papiri. Volevo che estendere il mio lavoro spazialmente e mi piaceva particolarmente utilizzare qualità di carta che presentassero caratteristiche di fragilità e di deperibilità. Così decisi che per fare questo avrei dovuto semplicemente incollare i vari fogli di carta insieme.
I fogli utilizzati per assemblare i pannelli avevano dimensioni comprese tra i 40 e i 61 centimetri in altezza, o in larghezza se il pezzo era verticale. Diverse opere più tarde di formato verticale utilizzano fogli ancora più stretti (circa 32 centimetri). Le figure non sono state dipinte direttamente sul supporto, ma invece sono ritagli di
collages, dipinti a gouache, a volte con aggiunte di altri elementi.
I testi sono stati scritti con una macchina da scrivere convenzionale o, più comunemente, a lettere maiuscole con una
bulletin typewriter, una sorta di macchina utilizzata per digitare testi che possono essere letti a distanza nelle bulletin boards. I testi scritti venivano poi tagliati o strappati ed incollati sui supporti finali.
Tecniche miste su scrolls irregolari di carta, orientati verticalmente o orizzontalmente, i
Codex Artaud non sono un tentativo di raffigurare un codice come tradizionalmente è stato raffigurato per oltre duemila anni in Europa. Il termine codice si applica anche ai manoscritti di cultura pre-ispanica, mesoamericana: lunghi fogli piegati a fisarmonica, fatti di pelle o di carta. Spero era infatti molto interessata alla cultura azteca.
I Codex Artaud rappresentano un importante momento di transizione tra le immagini delle
War series e gli Artaud Paintings e le continue impiccagioni o i fregi degli anni 1970 che culminano in Notes in Time (1979) e The First Language (1981). I Codex Artaud sono quindi un importante e fondante momento di transizione.
Ho lavorato agli Artaud Paintings per due anni, dal 1969 al 1970, senza far altro. Avevo fatto piccoli lavori per tutti questi anni. Ho provato nuovamente a dipingere ad olio. Non ha funzionato. L'ho odiato. Quindi ho provato ad utilizzare materiali darchivio e a riportarli su carta.
Il primo Codex Artaud
è un assemblaggio in carta; immagini varie in tensione tra loro uniti a spezzoni di testi di Artaud scritti con una macchina da scrivere convenzionale [] tutto collage testo su scala allargata e pittura (gouache e inchiostro), collage su carta, con molti spazi vuoti sui lunghi fogli distesi. Ho affittato una bulletin typewriter, enorme. Poi ne ho comperate due. Ho unito insieme immagini tagliate e scritte di Artaud.

La Spero si è misurata con tutta la storia cercando di recuperare modelli antichi mai considerati passati o finiti, ma moderni e contemporanei, relativizzando le concezioni culturali definite unicamente attraverso costruzioni storiche di matrice evoluzionista. La storia è il nostro patrimonio e gli stilemi già collaudati divengono attuali e utilizzabili per esprimere concetti contemporanei.
E’ stata un’artista vicina a molti personaggi del mondo della cultura.
Ha utilizzato molto lo stencil, tecnica diffusa nella cultura underground newyorkese, così come il mosaico. Quando la Spero si è affacciata, negli anni 60 nel mondo dell’arte, uno dei temi più attuali era quello della fine e della morte dell’arte, la fine della pittura. Al contrario di altri artisti che si sono orientati verso altre situazioni, la Spero ha cercato di superare la pittura senza negarla, cercando di recuperare tecniche differenti.
Ha volutamente scelto supporti provvisori o caduchi, come la carta o le stesse mura delle gallerie, o addirittura dei palazzi; ha posizionato i suoi lavori diversamente, fuori dagli spazi consueti, magari sfruttando lo zoccolo della parete o utilizzando formati inusuali - scroll verticali od orizzontali, pannelli che si affiancati -, utilizzando frasi e parole a completamento dell’opera visiva, come una sorta di didascalia interna. Ha scelto di utilizzare acquerelli e inchiostri, sia perché poco utilizzati sia perché tracce delebili e provvisorie.
Anche se del 1926, la Spero si affaccia nel panorama artistico solamente negli anni 60.
Immagini dure, violente con riferimenti all’osceno, all’escremento, al fallico.
Tra il 1966 e il 1970 realizza una serie di 150 disegni sul conflitto del Vietnam, ove mette in relazione il concetto di guerra e quello di gender. Nel 2003 scrive a questo proposito:
ho immaginato queste opere come un manifesto di protesta allinvasione degli stati Uniti nel Vietnam, agiscono su di me come degli esorcismi. Le bombe sono terribili, falliche e sessuali, la loro testa è simile ad una lingua.

io@giacomobelloni.com


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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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