GIOVANNI MARINELLI: Sguardi
Giacomo Belloni: 1000 strati della nostra anima
Marinelli
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Giovani Marinelli. 1000 strati della nostra anima
di
Giacomo Belloni

"Fotografare persone è come violarle, vedendole come queste non potranno mai vedersi, avendone una conoscenza di loro che queste non potranno mai avere; equivale a trasformarle in oggetti che possono essere simbolicamente posseduti. La macchina fotografica è una sublimazione della pistola, fotografare qualcuno è come un omicidio sublimato, un omicidio morbido, proprio di un'epoca triste e spaventata." (Susan Sontag, On Photography, 1973)

Nota per il traduttore:
Frase iniziale: To photograph people is to violate them, by seeing them as they never see themselves, by having knowledge of them they can never have; it turns people into objects that can be symbolically possessed. Just as the camera is a sublimation of the gun, to photograph someone is a sublimated murdera soft murder, appropriate to a sad, frightened time. (Susan Sontag, On Photography, 1973)

Agli albori della sua storia, ancora nella prima metà del diciannovesimo secolo, quando l'immagine fotografica non si era ancora consolidata nella percezione generale, quando le immagini della quotidianità erano solamente poche tavole dipinte o disegnate, farsi fotografare od osservare una fotografia, non era semplice, innocuo e senza conseguenze, come oggi.
Nessuno era abituato a vedere il mondo riprodotto in maniera tanto fedele, trasposto su carta sensibile per mezzo della sola luce, qualcosa in grado di mostrare un - quasi esatto - doppione della realtà; e ciò spaventava. Non si riusciva istintivamente a giustificare come fosse possibile fermare una scena della vita, senza da questa prelevarne o averne sottratto anche solamente una sua piccola porzione.
A maggior ragione per i ritratti: era come se al soggetto venisse sottratto un velo dalla sua anima; per ogni fotografia una sua piccola parte volava via per andare ad imprimere la pellicola, ad ogni scatto una sottile velina di energia vitale si disperdeva per arrivare a comporre la nuova immagine.
Come avrebbe detto Roland Barthes, a differenza di un dipinto, davanti a quell'obiettivo il soggetto c'è stato veramente, c'e stato ed ha lasciato lì qualcosa di sé, di effettivo, qualcosa che nessun altra rappresentazione avrebbe mai potuto catturare: uno strato della sua anima, appunto.
"Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa" (Susan Sontag, 1973).
Sì, perché la fotografia, unica rispetto a qualsiasi altra arte, ha quella capacità di prelevare, di estrarre e fermare sulla pellicola qualcosa che è ben oltre l'apparenza. Cattura qualcosa che c'è dietro, oltre noi. S'impadronisce delle impronte che lasciamo sulla sabbia del deserto della nostra vita, mettendoci a nudo, mostrando a noi - ed agli altri - senza alcuna menzogna ciò che siamo veramente, senza veli. La fotografia, unica, vede quelle tracce leggere, impalpabili ed evanescenti, che sono dietro l'espressione, che sono le discrete manifestazioni esteriori della nostra anima, fugaci, pronte per essere cancellate dalla leggera brezza della sera. Ed è qui che arriva Marinelli, quando ancora la traccia è visibile, ancorché confusa nel mulinello d'aria che la sta per cancellare, quand'è sospesa a mezz'aria nella sua leggera ma faconda obiettività espressiva.
Giovani Marinelli, con questi nuovi lavori ha ancora una volta superato se stesso. Già consacrato come il fotografo dell'
istante dell'attesa oggi, con questi nuovi scatti ci dimostra di saper utilizzare la sua perizia per indagare altri fondamentali aspetti delle nostre profondità. Questa volta impegna la sua arte per mettere a nudo ciò che si nasconde dietro gli sguardi. Marinelli indaga adesso qualcosa che fino a ieri era completamente sconosciuto, anche per chi si pone davanti al suo obiettivo, qualcosa che si annida nei più profondi meandri delle singole individualità.
Il viso non tradisce mai, e questo Marinelli lo sa bene. Prelevarne l'aura, l'essenza, è per lui come far girare al contrario il vecchio vinile dei Led Zeppelin sui solchi di
Stairway to Heaven; se ne ascolta tutt'altra canzone, un brano nuovo, disarmonico ma familiare, con parole disarticolate ma che parlano di noi. Il viso con le sue impercettibili sfumature momentanee, quelle isolate dal flusso dello scorrere regolare del tempo, porta in sé i veri messaggi subliminali della nostra anima; è sempre sincero ed impietoso. Marinelli fa proprie solo le espressioni più impercettibili, quelle che si mostrano per istanti infinitesimali, quelle che l'occhio non riesce ad individuare se non perché opportunamente isolate dal suo obiettivo.
Ne
La Chambre claire: Note sur la photographie, (Parigi 1980), Roland Barthes parla di quando, per quanto si sforzasse di ritrovare la madre scomparsa da poco nelle fotografie di fronte a lui, non ci riuscisse: ... Non speravo di ritrovarla [...] non mi aspettavo nulla. Non il suo volto, troppo lontano [...] Le scorrevo, ma nessuna di loro mi pareva veramente "buona" nessuna performance fotografica, nessuna resurrezione viva del volto amato. Le fotografie di un volto dicono poco; altro non fanno se non metterci di fronte ai vuoti contenuti di un'apparenza prevedibile. Barthes riconoscerà qualcosa della madre solamente in una sua fotografia da giovane, ma in nessun'altra.
Se siamo in cerca della verità, della ontologia dell'individuo, se miriamo l'essenza della persona, non dobbiamo accontentarci della banalità dell'apparenza, in ciò che sembra; dobbiamo provare a cogliere ciò che si trova dietro l'immagine stessa. Questo è ciò che fa Marinelli. Chiunque si rivede in una sua fotografia dopo esser passato davanti alla sua macchina fotografica rimane spaesato, disorientato, spesso sconvolto; ma si riconosce, si ritrova. Le sue fotografie distillano l'essenza perché la catturano, fanno proprie le caratteristiche peculiari del referente.
Ma siccome nulla è senza un prezzo, con essa s'impadroniscono anche di un pizzico della sua anima. Ad ogni foto corrisponde infatti un alito di lui che scompare, un soffio di vita che se ne va, ma di contralto si raggiunge quello strato sotteso di verità che scorre dietro ogni finzione.

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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