Testo pubblicato su:
DORI CASPI: ?NTIMACY
Pubblicazione edita in occasione della mostra al BAG di Pesaro (ottobre 2014) e al TEMPORARY DI SOLFERINO a Milano (febbraio 2015)

caspi
Schermata 03-2457093 alle 09.10.05
ISBN 978-88-908201-8-2
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Dori Caspi - ?ntimacy
BAG, Pesaro, 18 ottobre - 22 novembre 2014
di Giacomo Belloni

La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell'aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.
Milan Kundera, Nesnesitelná lehkost byti, 1984

Il lavoro editoriale che avete sotto mano nasce con il proposito di essere un utile compendio di immagini e testi a corredo della mostra ?ntimacy. Si vuole qui provare a trasmettere al lettore gli intenti curatoriali, fornendo contestualmente gli spunti e gli elementi indispensabili per accompagnare lo spettatore lungo tutto il percorso espositivo, tra le opere di Dori Caspi in mostra oggi alla Photo Art Gallery di Pesaro.
Come di consuetudine, anche questa volta BAG esplora e sperimenta attraverso possibilità espositive generalmente poco utilizzate nel campo dell'arte - forse scomode, poiché ci costringono a mettere in discussione molte tra le certezze più radicate - attraverso un progetto, innovativo e unico nel suo genere, che si propone di estendere finalmente anche in Italia la grande mostra Himba Moments di Tel Aviv e il documentario Cry of the Owl, vincitore del prestigioso Premio Speciale della Giuria al Jules Verne Adventure Film Festival di Parigi.

In mostra oggi al BAG le immagini del progetto Himba, fotografie scattate in circa 10 anni, nel corso di ben 15 viaggi in Africa, dove Dori Caspi ha saputo raccontare intimamente, con una sensibilità analitica decisamente rara, gli abitanti di uno sperduto e isolato villaggio della Namibia, gli Himba, una tra le pochissime tribù ad essere rimaste completamente incontaminate dai meccanismi del mondo civilizzato. Una comunità semplice, impegnata quotidianamente in un confronto sociale ancora ingenuo e incondizionato, completamente scevra dalle dinamiche distorte tipiche della società dello spettacolo.
Qui Dori Caspi si muove delicatamente, in punta di piedi, in equilibrio precario tra le fragilità di questa piccola comunità, gli Himba; uomini e donne che portano come tatuato nel loro sguardo fiero quella purezza che l’uomo moderno ha perduto con il passare del tempo. Un'armonia perfetta e leggera, la stessa che avevamo e che abbiamo lasciato svanire lentamente durante il nostro percorso di modernizzazione.
Nel guardare queste opere di Caspi veniamo catturati da un'istintiva curiosità, quella di provare a ritrovare l'uomo - e quindi noi stessi - nella sua costituzione originaria, quella ancora spontanea ed inviolata. Per far ciò dobbiamo immergerci negli sguardi sereni di questi uomini, forti dell'inconsapevolezza della loro fragilità e, allo stesso tempo, orgogliosi della forza che li rende padroni e liberi nel proprio contesto isolato. Le fotografie degli Himba ci mettono difronte a ciò che saremmo potuti essere e, contemporaneamente, a ciò che, senza accorgercene, abbiamo lentamente perduto. Come non percepire nei loro occhi la tranquillità incosciente caratteristica di chi è ignaro della propria precarietà.

In contraltare agli Himba, le splendide fotografie del progetto Omo, progetto nel quale Dori Caspi ha ritratto le popolazioni dell’omonima tribù del sud dell’Etiopia, al confine con il Sudan. Al contrario degli Himba, l’artista questa volta si è trovato a confronto con una realtà molto diversa in cui, scatto dopo scatto, ha dovuto conquistarsi la fiducia della popolazione, così da riuscire a ritrarli in una naturalezza dimenticata, in una spontaneità perduta perché sempre mediata dall'acquisita propensione all'apparire piuttosto che all'essere. Qui, con gli Omo, l'artista ha dovuto cercare di smontare di continuo la finzione delle pose costruite davanti alla macchina fotografica.
Himba e Omo, due stadi della nostra evoluzione, due stati opposti del nostro essere. Ciò che eravamo a confronto con ciò che siamo. L’ingenua serenità dell’inconsapevolezza da una parte e quella faticosa finzione, tipicamente contemporanea, che ci costringe alla vestizione di una maschera sempre differente per riuscire a conformarci all'unica relazionalità che ci è permessa, quella di facciata. Il paradosso qui sta nel fatto che in realtà siamo più precari noi con le nostre simulazioni di quanto lo siano gli Himba con loro sincera caducità. Il nostro rischio è quello di una separazione ancor più evidente tra l’io e la nostra immagine sociale mentre quello degli Himba è il venire corrotti dalle seducenti apparenze di un mondo superficialmente solido ma intimamente friabile, vacillante perché fondato su quel distacco dalla coscienza che si accentua ogni giorno di più.

Dori Caspi si muove tra la voglia di esplorare l'uomo nelle sue manifestazioni più originarie e il suo istinto creativo, quello che si trova a sondare la delicata zona di confine situata tra l'atavica curiosità dell’artista e la sua necessità - tipica del fotografo - di registrarne il passaggio sul palcoscenico del mondo. Il tutto si scontra con la sua paura di contaminare, di contagiare, di ibridare tanta purezza con le contraddizioni proprie di chi porta con sé il virus della modernità.
Caspi sa che la razza umana è un’unica e inesauribile cartina geografica che riflette sulla sua pelle le tracce della complessità della propria storia. Le sue fotografie annotano i segni dell’esistenza e i segnali della presenza dell’uomo che percorre, in istanti ripetuti di partecipazione, la sua strada verso il futuro, una strada su cui lascia segni indelebili del suo passaggio.
No, nulla di antropologico nel lavoro di Dori Caspi, ogni fotografia riflette l’
?ntimacy di un intero contesto, quelle intimità con le quali non siamo più abituati a confrontarci. Anche se siamo immersi quotidianamente in migliaia d’immagini, queste sono sempre edulcorate e ritoccate perché siano più ammalianti, ma non ci rivelano nulla di noi, non parlano mai di ciò che siamo. Provano a comperarci con finte promesse - mai mantenute - suggerendoci ciò che potremmo essere, ma che non saremo mai. Non fanno che aggiungere ulteriore separazione alimentando un io sociale distorto, un’altra maschera, un’altra finzione che ci allontana ancor di più da noi stessi.

Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso?
Milan Kundera, Nesnesitelná lehkost byti, 1984

Se un'opera d'arte ci parla sempre - in un modo o in un altro - del suo autore, le fotografie di Dori Caspi sono un vero e proprio specchio della sua anima. Nei suoi lavori però la continuità logica dell'interpretazione s’interrompe, si blocca. E qui sta la sua forza, la sua bravura. L'opera persiste infatti sospesa nell'immagine fintanto non trova uno spettatore nel quale liberarsi in una nuova esclusiva connessione che ne attiva nuovamente le dinamiche relazionali.
Se poi questi - lo spettatore - riesce ad andare oltre l'evidenza, se riesce a superare la naturale propensione a non scadere nella facile e superficiale lettura delle fotografie in mostra, osservando i ritratti non può non prendere atto delle singole situazioni che, volta per volta, li hanno generati.
Le opere di Caspi esplicitano, non tanto l'attimo dello scatto, ma vere e proprie narrazioni, situazioni che si sono evolute fino al momento in cui l'occhio meccanico ne ha cristallizzato il divenire in un'unica immagine sommativa. È come se ci fosse una voce fuori campo che svela un dietro le quinte costituito da tutto ciò che si trova oltre l'immagine fotografica, qualcosa che dice: Dori Caspi è stato lì, davanti a quell'uomo, ha instaurato con lui uno scambio emozionale, un patto di fiducia che gli ha permesso di percepirne l'essenza fintanto non ha premuto il dito sul mezzo meccanico per fissarne la sincerità. È in questo momento che scopriamo il fotografo, riflesso nella profondità semantica dell'immagine, svelato nella percezione dello spettatore mentre cattura sguardi e, nel medesimo istante, instaura con loro una silente relazione di privilegiata complicità che traspare vivida nell'opera. Questo perché, durante lo scatto, lo sguardo del fotografo viene rinviato al mittente dagli occhi del personaggio fotografato creando una sorta d'imbarazzo creativo, uno stallo dal quale Dori Caspi esce solo partecipando emotivamente all'evento. Questo gioco di compartecipazione non si interrompe nemmeno a scatto avvenuto, anzi, continua e si estende ogni qual volta l'opera cattura l'occhio vagante di un osservatore.
Ecco che abbiamo la possibilità e il privilegio di entrare direttamente in contatto con il mondo degli Himba, invitati anche noi a far parte delle nobili dinamiche della creazione, materializzando l'opera, rendendola unica, conformata alla nostra sensibilità. Ad ognuno la sua, ad ognuno le sue reazioni, ad ognuno le proprie emozioni.
Non è poi forse questa una delle ragioni dell'arte? Saper innescare rapporti esclusivi di compartecipazione, relazioni uniche in grado di comunicare qualcosa che vibrava latente, sotterraneo. Qualcosa che non sarebbe mai potuto emergere senza un artista capace di costruirne una credibile e solida impalcatura e, dall'altra parte, uno spettatore sensibile in grado di attivarla attraverso le proprie emozioni.

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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