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Carta e stampa: questa è la vera contemporaneità.
di Giacomo Belloni

Gli anni 60 sono stati un decennio determinante per la storia del pensiero, sia per i profondi cambiamenti che la tecnologia post bellica ha introdotto nella quotidianità, sia per le innumerevoli speculazioni dei molti e proliferi filosofi che, in questo periodo, hanno descritto con precisione come la società si stava adattando alle grandi mutazioni di un sistema percettivo in rapida evoluzione.
Il 1964 è l'anno di pubblicazione di
Understanding media, libro rivoluzionario in cui, parlando delle estensioni protesiche di una mente estesa, Marshall MacLuhan scriveva di media caldi e di media freddi. Con l'avvento di quelli caldi - radio, telefono e televisione - era evidente che la scrittura aveva oramai esaurito la propria ultra centenaria spinta propulsiva e che si sarebbe presto dovuta far da parte per lasciare spazio ad altre modalità di comunicazione, più rapide e immediate.
Carta, penna, inchiostro e carattere tipografico avevano oramai le ore contate. Che senso avrebbe oramai avuto scrivere una lettera quando ci si poteva confrontare attraverso l'immediatezza di una telefonata? Che ragione avevano i giornali della sera quando bastava accendere la televisione o la radio per ricevere le notizie in tempo reale?
Questo sentire moderno - per il quale la scrittura diveniva sempre più un
medium superato - era oramai talmente radicato nella convinzione comune che nel 1968, nel film 2001 odissea nello spazio, il famoso HAL 9000, nonostante fosse un computer, interagiva con i suoi utilizzatori - non per mezzo di scrittura e tastiere - ma attraverso la voce. I suoi schermi mostravano sì numeri e immagini, ma questi non erano altro che la strategia utilizzata dal regista per dare l'idea della modernità. Nemmeno la genialità del genio di Stanley Kubric poteva supporre nel 1968 che la parola scritta avrebbe ripreso vita con un vigore mai avuto.
Jacques Derrida nel 1967 pubblica
Della grammatologia. Una voce decisamente fuori dal coro che preconizza la rinascita della scrittura declamandone l’assoluta modernità. Derrida arriva a teorizzare addirittura che questa sarebbe stata il mezzo privilegiato della postmodernità.
Ripensandoci oggi le sue supposizioni ci sembrano quasi ovvie ma in quegli anni, teorizzare che la scrittura sarebbe ritornata il medium prevalente per la condivisione delle informazioni, era inconcepibile. Nessuno avrebbe mai pensato che, come oggi, i telefoni sarebbero serviti per leggere e scrivere e che l'ipertesto sarebbe diventato la base per una modalità di apprendimento multipercettiva, un modo che avrebbe consentito di
navigare con la mente - per mezzo della scrittura - tra libri elettronici, articoli, mail, ma anche tra video e audio.
Derrida proclamava senza mezzi termini la vittoria di Platone su Socrate, e spostava nuovamente il baricentro della comunicazione dalla parte della parola scritta. Tutto ciò che era evanescente si sarebbe perso nella propria caducità, quello che rimaneva stampato sarebbe rimasto per essere riutilizzato nel futuro, e per un numero infinito di volte.
C'è inoltre qualcosa a cui Derrida teneva particolarmente, qualcosa che la scrittura inverava per mezzo della sua stessa essenza: la testimonianza di una presenza che si estende nel tempo, forte di un medium fisico che ne annulla qualsiasi provvisorietà. Scrivere, al contrario del parlare, vuol dire lasciar traccia di sé e aprire le porte all'immortalità del pensiero. Ogni parola può essere riletta sia oggi che domani, ogni frase potrà sempre riportare al presente chiunque si è espresso attraverso lo scrivere. Derrida aveva intuito che il limite dell'uomo era la propria capacità di immagazzinare e di gestire dati nella mente e che era fondamentale un supporto fisico per riportare in vita, ogni volta se ne presenti la necessità, il pensiero di qualcuno, magari già condiviso ma dimenticato perché sostituito da altri ragionamenti venuti dopo e non trattenuti nella memoria.

La scrittura è quindi ritornata a essere il medium della modernità, il mezzo che oggi utilizza l'ipertesto come sua evoluzione contemporanea. Ma quest'ultimo, nonostante ripetibile, come la parola è volatile e vincolato all’instabilità della corrente elettrica che lo mantiene in vita. Una fragilità che lo riporta quasi al livello di una parola
calda, trasportata in aria su un'onda radio.
Per concludere, ciò che veramente è moderno, ciò che va ancor oltre il
postmoderno, è la parola stampata. La carta è da sempre l'unico medium capace di testimoniare nel tempo il passaggio di qualcuno, la presenza, e di lasciarla in eredità a chi verrà in futuro. La carta stampata è il mezzo che permetterà sempre di condividere i pensieri passati con chiunque li vorrà leggere domani, che li renderà immortali affinché possano essere riscoperti a distanza di tempo e confrontati con le nuove idee.
Quanti giornali abbiamo visto in rete, quanti ne abbiamo guardati senza averne mai letto più di poche righe. Quante volte ci siamo persi nel mare magno delle parole eccessive, dei pensieri inutili, della banalizzazione dei concetti.
La carta, al contrario, nobilita ciò che viene stampato e chiunque si adoperi per lasciare traccia di se stesso; eleva ogni parola scritta, proprio per quella sua caratteristica di riuscire a traghettare i pensieri nel tempo.

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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