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tracciati d'arte048
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Interruzioni visive e domande inevase
I Lights and Shadows di Riccardo La Monica.
di
Giacomo Belloni

I dipinti di Riccardo La Monica non finiscono mai di stupirci. Siamo attratti a loro quasi magneticamente: una misteriosa vitalità seduce e provoca la nostra percezione creando un vero e proprio cortocircuito nelle aspettative della visione. Avviene qualcosa che è difficilmente definibile perché che fa leva sull’incompletezza della narrazione, su una sospensione della logica consequenzialità del racconto dipinto.
Abbiamo come la sensazione che qualcosa rimanga sospeso a mezz'aria; è come se si materializzasse un’interruzione, un rallentamento della naturale temporalità. Ci si ferma in attesa che la narrazione, a cui è ancorata la scontatezza dell'evolversi fluido dei pensieri, riprenda il suo naturale scorrere verso una conclusione ragionevole e sequenziale.
Rimaniamo fermi in attesa di una risposta che tarda ad arrivare, immobili nell'attesa che qualcosa ci ricolleghi alla consueta linearità dei pensieri.
Ma cos’è che cristallizza il tempo e dilata la percezione quando siamo di fronte ad un dipinto di Riccardo La Monica? C'è una domanda a cui va data una risposta prima di proseguire, perché senza questo non si riuscirebbe a passare al quadro successivo e si rimarrebbe imprigionati in una sorta d'attesa senza fine.

Cosa c’è dietro quel drappo, chi c’è sotto quella coperta?
C'è forse qualcuno rimasto imprigionato sotto il pesante velo dell’inadeguatezza, qualcuno paralizzato dalla paura di un esterno ostile al quale non si vuole arrendere? Allora il drappo non sarebbe altro che un rifugio protettivo sotto il quale nascondere (senza abbassare) gli occhi per evitare di incrociare lo sguardo di una realtà eccessiva, per eludere l’indice inflessibile di un giudizio troppo esigente o per sottrarsi a una voce alta e aggressiva capace solamente di dispensare colpe immeritate. La coperta è la linea severa di un confine netto, il limite immaginario tra un mondo e un altro, quel mondo al quale, solo il pittore può decidere chi far accedere, ma soprattutto il limite del suo spazio nel quale solamente lui ha discrezione su chi lasciare entrare o su chi emarginare.
Ecco che il drappo è la metafora di ciò che separa la sua sensibilità dalla superficialità della contingenza, un velo immaginifico che protegge il fiume in piena di una creatività delicata che ancora rimane l'unico modo per urlare in silenzio la voglia di esserci, per esprimere in codice che lì sotto c'è qualcosa pronto per esplodere, ma senza alcun clamore, con la necessaria soavità che si addice all’artista capace.

Ma cosa attende per rivelarsi a noi, per scoprirsi e finalmente divenire parte della nostra dimensione, di noi che osserviamo dall'esterno la sua opera, per noi che siamo ancora dall'altra parte della coperta, in quella porzione di mondo che ancora non collima con il suo, che è rimasta fuori; ma cosa aspetta per uscire finalmente da quell'anonimato esistenziale che lo estranea da ogni confronto relazionale?

La Monica lavora con le tenebre e con la luce,
Lights and Shadows è il nome che dà ad uno suo noto ciclo di dipinti. La Monica scrive con le ombre – shadow - le stesse che sono fuori dal drappo che riveste il suo personaggio. Intorno a lui il muro impenetrabile della notte, una fitta coltre nera che si dischiude appena in favore del un bagliore tenue di una luce che arriva da lontano a infrangere il silenzio dell’oscurità, la stessa luce che porta la speranza di un domani diverso, migliore.
La luce –
light – rappresenta l’illusione che qualcosa possa evolversi verso quella positività preannunciata da un elemento ridente e propositivo, bene augurante, generalmente colorato, quell'elemento che si trova su un angolo di ogni suo lavoro. Ecco allora l'accenno timido di una natura morta, quale auspicio che la luce distante – light - possa avvicinarsi per divenire più intensa per illuminare e rivelare i tanti colori della stanza tenebrosa che ora è l’esterno della pesante coperta.
La natura morta è un punto di congiunzione, è il cardine intorno al quale ruota la speranza che la delicata dimensione della sua sensibilità divenga presto la forza caratterizzante del mondo in ombra di oggi. I suoi colori vividi sono quelli che l’artista preserva sotto la coperta, un mondo di luce –
light - che vorrebbe esportare per mezzo della sua arte anche verso chi non ha ancora avuto la folgorazione illuminante; perché l’inadeguatezza non è la sua e del suo mondo, ma di chi è rimasto fuori e che, senza luce – light – inciampa di continuo nell’oscurità – shadow – perché perso e cieco nella scontatezza della vacuità.

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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