Articolo pubblicato su l'Aperitivo Illustrato

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L’OPERA D’ARTE COME ESTENSIONE DEL SÉ
di Giacomo Belloni

Il giovane Narciso scambiò la propria immagine riflessa nell’acqua per un’altra persona. E questa estensione speculare di se stesso attutì le sue percezioni sino a fare di lui il servo meccanismo della propria immagine estesa o ripetuta. La ninfa Eco cercò di conquistare il suo amore con frammenti dei suoi stessi discorsi, ma senza riuscirvi. Narciso era intorpidito. Si era conformato all’estensione di se stesso divenendo così un circuito chiuso.
Il senso di questo mito è che gli esseri umani sono soggetti all’immediato fascino di ogni estensione di sé, riprodotta in un materiale diverso da quello di cui sono fatti. Qualche cinico è giunto a sostenere che l’uomo tende a innamorarsi soprattutto di quelle donne che gli restituiscono la sua immagine. Che ciò sia vero o meno, la morale del mito di Narciso non concerne comunque un suo supposto innamoramento di qualcosa che considerava se stesso. Se fosse stato consapevole del fatto che quell’immagine era soltanto una sua propria estensione o riproduzione, avrebbe ovviamente reagito in modo molto diverso (Marshall McLuhan, 1964).

Se Narciso avesse saputo che l’immagine riflessa era la propria non ne sarebbe mai rimasto attratto, forse non se ne sarebbe nemmeno interessato e, probabilmente, avrebbe proseguito il suo cammino senza fermarsi più di tanto a contemplare quello specchio d'acqua stagnante.
Secondo il massmediologo canadese Marshall McLuhan, tendiamo a focalizzare la nostra attenzione, a rimanere attratti fino ad appassionarci perdutamente, magari ad innamorarci, di tutto ciò che è in grado di restituirci positivamente la nostra immagine
, resa però in un materiale diverso da quello con il quale siamo costituiti. L'opera d’arte che risveglia il nostro interesse si fa notare tra le altre perché è uno specchio capace di proporre sulla sua superficie - e su quella delle nostre aspettative -, l’immagine riflessa di un sé senza distorsioni o deformazioni. L’opera che ci attrae e che risveglia i nostri sensi sopiti, l'opera che ci seduce magneticamente è quella che, per mezzo delle sue forme e dei suoi colori, ci mette di fronte agli occhi - senza filtri di convenienza - la nostra dimensione più recondita. Davanti a lei ci adeguiamo alla nostra estensione perché vi ritroviamo tutto ciò che è a noi fondamentale per completarci o, come avrebbe detto McLuhan, per chiudere finalmente il circuito rimasto aperto, permettendo di conformarci all’estensione di noi stessi.
L’opera è esattamente come l’acqua ferma nei confronti di Narciso, una superficie specchiante capace di restituirgli la sua immagine, e di lasciarlo completamente intorpidito e anestetizzato in uno stato di pura interdizione e di smarrimento, innamorato non di se stesso, ma di qualcosa che è già in lui, capace di generare auto-compiacimento.
L’opera-specchio chiama a sé perché rivela l’essenza, perché è
λήθεια, perché è una nostra estensione costituita in una materia differente dalla nostra, la tela appunto; è inevitabile non venirne rapiti, ammaliati, sorpresi e conquistati.
In un quadro, in quello giusto, riconosciamo qualcosa che è già in noi; i segni che vi sono dipinti sono parte di qualcosa già intimamente nostro che, solo grazie all’opera, viene riportato in superficie.
Per questa ragione l’arte è l’unico canale capace di rendere completamente visibile l’interiorità, l'unico mezzo capace di esplicitare la nostra autenticità.
Marcel Duchamp sosteneva che
il gusto è un’abitudine che nasce dalla ripetizione, ove ripetizione indica la continua riproposta di una situazione conosciuta. La frase di Duchamp vuole significare che, se un’opera ci attrae a sé, anche se non propone situazioni particolarmente riconoscibili, vuol dire che c’è un’abitudine, nascosta ma presente. Significa che non è la prima volta che abbiamo a che fare con quelle forme e vuol dire che quei segni sono già presenti in noi, che siamo già abituati a loro e li ritroviamo, come in una sorta di déjà vu, solo nel momento in cui li incontriamo nuovamente nell’opera d’arte.
Non è quindi la prima volta che li vediamo, li stiamo solamente ritrovando in quanto aspettavano in silenzio l’occasione per divenire nuovamente visibili, per riemergere e per trovare una ragione d'esistenza. Ecco perché le forme e i colori dell’arte ci sorprendono sempre anche quando non riusciamo a trovare in loro un parallelo immediato con le forme consuete della dimensione dei sensi, del mondo osservabile.
Non esiste altra possibilità per guardarci dentro e per arrivare tanto in profondità: l'opera d’arte è lo specchio multidimensionale della nostra anima e questo confronto con lei ci permette di incontrare nuovamente i segni conosciuti, di riscoprire le forme sopite.
Tutte queste azioni che inconsciamente compiamo quando ci imbattiamo in lei generano un sottile piacere che s’invera nel delicato gioco del rivelare qualcosa di già conosciuto, di già visto.

Ci si può chiedere se […] buona parte di ciò che è convenuto chiamare piacere estetico non risieda in un gioco di sostituzioni […] il gioco dello spettatore consisterebbe, come nella ripetizione per identità nel riconoscere, ma nel riconoscere […] un errore o per lo meno una deviazione […] la cosa si svolgerebbe come se si speculasse sul principio di identità […] e il piacere risultasse dallo stato di suspense legato a queste sostituzioni, sfasature o deviazioni (Michel Leiris, 1946)

La soddisfazione per il completamento è quella sensazione istintiva che si prova nel concludere una filastrocca conosciuta, nel canticchiare il ritornello di una canzone famosa, nel recitare a memoria l’ultima frase di una bella poesia.
Nel riconoscimento si prova l’inconscio appagamento per essere riusciti a ritrovare l’informazione corretta, quella che più si addice al completamento del discorso; significa ripescare, tra l’infinita mole di informazioni conosciute, quella esatta per piazzarla al giusto posto e per rendere il discorso fluido e compatibile.
Il completamento genera quel sottile piacere che si prova nel trovare, tra migliaia di altri, il pezzo del puzzle che completa la figura e che ne rivela finalmente il più vero significato.

La creazione artistica è un processo che si sviluppa in due fasi distinte, dove le regole sono le stesse, sia per chi la guarda che per chi crea (oltretutto quest’ultimo è anche osservatore ed è l’unico in grado di chiudere completamente il circuito di Narciso). In una prima fase egli seleziona, costruisce, agisce; in una seconda fase determina la visione e completa l’opera in funzione delle proprie percezioni, delle proprie esigenze, delle proprie esperienze, per dare una risposta oggettuale alle proprie necessità; perché è l’artista prima di chiunque altro a riflettersi nell’estensione di se stesso rappresentata dalla sua opera, e a ritrovarsi negli elementi formali che la compongono. Dove nascono allora le forme che ritroviamo nel suo lavoro, e dove albergano prima di riemergere nuovamente in superficie? In quale recondita regione dell'inconscio si nascondono per poter poi essere ritrovate e riconosciute?
Ciò che
punge (Roland Barthes, La Chambre Claire, 1980) di un dipinto non è la sua qualità mimetica: un paesaggio, un ritratto o una natura morta - per quanto ben eseguiti -, da soli non sono quello che intimamente cerchiamo e, anche se rimaniamo sbalorditi di fronte alla capacità dell’artista di riprodurre fedelmente la realtà, c'è altro. Ci sono sensazioni intense e invisibili che ci attraggono verso l’opera, perché siamo sollecitati da qualcosa di profondo, tanto profondo quanto necessario, che va ben oltre la capacità virtuosa del pittore di riproporre fotograficamente il mondo sensibile. Nell'opera nulla rimane come in origine e le forme proposte dall'artista sono solo un pretesto per mostrare qualcos’altro di molto meno evidente. I segni, i colori, i grumi, i graffi, le macchie sono strumenti del cuore che partono da lontano. La realtà non è per tutti uguale ma viene filtrata dalle differenti sensibilità di un mediatore privilegiato chiamato artista. L'opera diventa quindi solo una giustificazione per proporre le forme che sono già dentro di noi.
L’immagine si materializza nel lavoro dell'artista come traccia della sua sensibilità creativa, testimonianza della sua capacità interpretativa, della sua abilità di andare oltre la semplice apparenza, laddove non tutti sono capaci di vedere; egli rende visibile ciò che normalmente dimora in una dimensione sospesa, forse poco evidente ma più vera della realtà esteriore: la dimensione dove nascono le emozioni.
L’artista materializza forme che sono riproduzioni non del mondo riconoscibile ma sono espressione degli stati d’animo, delle sensazioni più profonde, degli istanti della felicità più vera o delle sofferenze più profonde. Forme tanto irreali, quanto vere. Quindi, l’arte più sincera è senz’altro quella che riesce a portare la dimensione inconscia all’esterno, in formato visibile, così da poter essere percepita come reale.
Se non abbiamo timore di andare oltre ciò che normalmente vediamo, consapevoli che non esistono verità uniche e che i limiti provengono solamente dalla paura di spostare i confini delle nostre certezze, ecco materializzarsi nuove forme da vivere, da respirare. In loro riconosciamo qualcosa che è già dentro di noi che non sarebbe mai potuto essere reso visibile se non attraverso le forme dell’arte.
Se la forma è dentro di noi prima ancora che nel mondo e se l’artista è colui che riesce a portarla nella dimensione dell’apparenza, con l’opera-specchio di Narciso ritroviamo nudi i nostri drammi, le nostre incertezze, le nostre paure. Tante più ne abbiamo, tanto più abbiamo bisogno di lei per poterle vedere, contemplare e quindi relativizzare. Tanto più esploriamo i segni, tanto più troviamo le giuste risposte; tanto più capiamo perché l'opera ci attira a lei, tanto più scopriamo qualcosa di noi che ci mancava. Le opere diventano quindi fotografie impietose della nostra anima e ci rivelano con crudezza tutte le inadeguatezze. La capacità interpretativa dell’artista ci libera così dalle gabbie costruite dalle nostre stesse paure.


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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota

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