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SCANAVINO: OPERA GRIGIA E NERA
di Giacomo Belloni

“Altri segni, in basso, al modo di spalti o contrafforti, arginano e trattengono sulla pagina il lungo franare di quel colore: del bruno, dell’azzurro, del grigio soprattutto, ora divenuto per Scanavino il luogo privilegiato e a tratti quasi esclusivo della sua pittura. Il grigio che egli ha scelto e che ama per quel talento di essere insieme luce e notte, ombra e bagliore, corpo e fantasma, cedimento e spessore. Che sa farsi ora drammatico e disperato; ora terso e quasi solare. Che diviene di volta in volta spazio profondo e ansimante, pausa, tempo, durata. E’ il grigio, ora, l’intero, il tutto di Scanavino: su di esso si posano, in esso si nascondono, da esso baluginano i segni: le parole che mormora, avvolte da quell’immenso silenzio”. (Fabrizio D’Amico, 1991).

Grigio
e nero, quasi tutto grigio e nero. Ma come può un dipinto essere quasi completamente grigio e nero? Sembra quasi che qui Scanavino non abbia voluto dipingere nulla, anzi, sembra che abbia voluto adagiare un velo scuro per ricoprire tutto ciò che aveva incautamente svelato dipingendo, un velo grigio e nero, appunto.
Quella di Scanavino è però pittura fatta per rivelare e non per coprire, per mostrare, piuttosto che per occultare.

Il
nero poi, si sa, è come il buio che tutto avvolge e che non permette di vedere più nulla, anche se in realtà tutto rimane lì immobile, esattamente com’è quando c’è la luce, solamente nascosto dall’incapacità dell’occhio di vedere oltre la coltre scura. Non conosciamo quanto fosse già dipinto sulla tela prima che Scanavino decidesse di stendere il colore scuro, il nero.
Pittura pesante e grave, pittura
nera che - solo apparentemente - copre e nasconde. Perché il nero di Scanavino fa lo stesso effetto dell’oscurità della notte: dopo i primi attimi di disorientamento si prende confidenza con la nuova dimensione e si scoprono nuove opportunità. Il nero di Scanavino ci trascina con gentilezza nelle tenebre, ci tiene per mano mentre cerchiamo nell’opera scura appigli sicuri per lo sguardo, segni che ci riportino verso condizioni ordinarie, tracce che ci rammentino oggetti conosciuti, necessari per ritrovare la sicurezza perduta durante i primi attimi di smarrimento. Nell’opera, così come nel buio, ci si muove senza fretta, prima con lo sguardo poi, per la paura di impattare contro qualcosa celato dalla notte visiva, si allungano le braccia, si stendono le mani per cercare di far proprio lo spazio circostante. In principio ci si muove lentamente, a tentoni, poi gradualmente, superato il primo impatto, nonostante l’oscurità del nero, tutto diviene più chiaro e luminoso.
Nuovi strumenti di consapevolezza: movimento e tatto utilizzati per impadronirsi del contesto per una nuova coscienza spaziale, affinché tutto divenga rapidamente familiare e consueto. E’ questa la forza del
nero di Scanavino, un nero che rivela, che utilizza la potenza della pittura per fare emergere ciò che normalmente è invisibile. E’ proprio il nero della sua pittura che, nell’apparente celare, consente di scoprire e di rivelare, per permetterci una nuova consapevolezza.

Penombra
grigia. Dietro questa coltre di nebbia grigia si avvertono le presenze: segni che si affacciano pavidi da un grigio che a fatica li lascia trasparire, vocaboli di un lessico esclusivo che esprime una sottile inquietudine. Grigio come mediazione morbida tra bianco e nero, tra luce e buio, tra giorno e notte; grigio come spazio intermedio, rifugio ideale per una fuga dalla banalità del consueto. Grigio come comodo spazio vivo e pulsante, in movimento umorale.
Linee, graffi, grovigli confusi, caotiche espressioni gestuali. Nulla di imprevedibile se non la precisa casualità di un gesto sapiente che conosce a priori cosa dovrà rappresentare, cosa vorrà esprimere. Ogni segno tracciato è la più perfetta e completa manifestazione degli stati interiori, delle emotività, delle commozioni, dei turbamenti, delle fragilità. Nessuna incertezza, nessun ripensamento: l’opera è la traduzione completa di tutte le emozioni trasposte attraverso il segno espressivo sul piano pittorico.

Uno squarcio
bianco irrompe come una luce accecante nell’oscurità, proprio al centro della superficie. Bianco, pennellata materica gocciolante che, come un riflettore, evidenzia decine di graffi laceranti tracciati in punta di matita: piccole urla acute che squarciano l’oscurità grigia e nera dell’opera.
Tracce di
rosso appena accennate affondano e si perdono discrete nel grigio della superficie. Rosso pesto, scuro. Rosso crudo. Ferite della materia, ferite dell’anima.
A parte il
rosso, non ci sono altri colori. Solo grigio e nero, bianco e qualche rara, impercettibile traccia di rosso scuro.

Il
non colore è steso con ampie pennellate, apparentemente dipinte con fare fortuito; pittura gettata lì senza che formalmente sia stata rispettata alcuna regola compositiva; a parte il contorno scuro, dipinto come fosse una grande cornice che tutto contiene, la parte centrale si presenta come un ammasso confuso e, a prima vista, incomprensibile.
La pennellata bianca centrale non rispetta nemmeno le più elementari regole di gradevolezza sbilanciando completamente l’opera con sgocciolature asimmetriche che disorientano uno sguardo già confuso, uno sguardo perduto nella notte
grigia e nera.
Le forme sono irregolari, i segni sono tracciati sulla superficie senza alcuna norma: disordinati, sconnessi, disorganici.
Questa opera però mi cattura e magnetizza completamente lo sguardo; il
grigio e il nero che nulla fanno vedere, il grigio e il nero che vogliono nascondere la realtà attraggono la vista, rapiscono l’occhio e catalizzano tutta la mia attenzione.
Quest’opera è perfetta. Si riesce ad avvertire esattamente quello che Scanavino voleva esprimere, si percepisce tutta la forza e tutta l’essenza del sentimento.
E’ possibile rimanere davanti a questo quadro per ore e scoprire, nelle sue infinite sfumature di
grigio e di nero, sempre qualcosa di nuovo.
Anche osservandolo oggi, a distanza di più di 50 anni si rimane incantati dalla sua potenza evocativa.
Il
grigio e il nero di Scanavino, i non colori che solo apparentemente nascondono alla vista, permettono di vedere con gli occhi attenti della profonda sensibilità.


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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota
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