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Alberto Andreis e la fotografia. La metafisica di un poeta contemporaneo
di Giacomo Belloni

Quale è la nostra vera pelle. Dov'è la nostra vera pelle. Dov'è il vero confine tra noi e tutto ciò che non è parte di noi, il margine più esterno che ci separa da ciò che non ci appartiene, che divide l'io dal resto del mondo. Un'unica linea netta e definita implicherebbe un solo confine condiviso tra il fisico e la mente, ma questo non sarebbe possibile. Questa soglia quindi non è così evidente e netta, ma vaga e movibile. È un qualcosa che non si vede; è un margine immateriale, un limite estremo di un corpo immaginario, molto meno fisico di quanto normalmente lo si possa concepire. È un confine intellettivo di potenzialità di una corporeità moltiplicata.
Il nostro ambito spaziale, quindi, non è quello che riusciamo normalmente a distinguere per il solo tramite della vista, ma è ciò che percepiamo come campo di possibilità, un contesto nel quale muoverci prima di tutto con l'immaginazione. Non più la dimensione fisica occupabile dal corpo, ma l'estensione più estrema di ciò che mentalmente possiamo permetterci di sostenere. Ecco allora che la nostra pelle si colloca ben oltre la limitatezza imposta dal corpo fisico. Il confine si estende, si espande, va più lontano della cute per divenire qualcosa di plasmabile, di modificabile. Il corpo non è più il nostro limite, la barriera tra un esterno ostile ed un interno intimo e personale, il confine ora è tutto ciò che una mente flessibile ed aperta riesce a concepire.
Lo stesso spazio è ampliabile e contraibile a secondo di chi lo vive e di come lo vuole esperire. Una ballerina lo misurerà attraverso movimenti ampi e complessi ed impiegherà tutti i suoi sforzi per circoscrivere, prima di tutto dentro di sé, il proprio ambito di espressione. Il suo spazio sarà definibile ad occhi chiusi e la sua pelle sarà ampia quanto l'intero palcoscenico. Sarà questa sua consapevolezza che guiderà la sinuosità della sua danza nello scoprire i nuovi limiti, completamente differenti da quelli ristretti dello sguardo e del corpo.

Alberto Andreis è prima di tutto un artista, poi è un fotografo; quando si è artisti lo si è nelle viscere, in tutto e per tutto. Perché si è artisti per la maniera con cui ci si figura il mondo, per come lo si smonta e per come lo si ricostruisce dentro di sé, per le proprie raffigurazioni interiori che poi diverranno le immagini per tutti. Essere artista significa vedere la realtà con occhi creativi e proporla agli altri attraverso tutti i mezzi espressivi possibili. La pelle dell'artista non ha limiti né confini. A volte quella di Andreis si colora di ciò che la sua pittura vuole esprimere, a volte delle luci contrastate delle architetture delle proprie fotografie. La sua pelle è ampia ed estesa, mai contratta o limitata allo stato fisico, sempre tendente verso l'ampiezza sconfinata dell'infinito.
Andreis non concepisce lo spazio attraverso il solo occhio, va oltre qualsiasi scontatezza di un'analisi superficiale per espandere le soglie del suo mondo, perché il suo sguardo rivela immensità nuove; i confini si estendono e lo spazio si amplifica a dismisura. Il suo occhio, come la sua pelle, non è mai quello fisiologico. Va ben oltre, diventa l'occhio protesico della sua macchina fotografica, insieme alle infinite potenzialità che questa offre alla sua, e quindi, alla nostra immaginazione.

Ma perché parliamo di pelle, dove vogliamo arrivare. Cosa c'entra la pelle con le superbe fotografie presentate oggi in mostra ed in questo splendido lavoro editoriale? Andreis, come tutti gli artisti espande le nostre potenzialità, amplifica la nostra percezione, solletica la nostra sensibilità, stimola la nostra fantasia. Come tutti gli artisti aggiunge qualcosa di differente alla prevedibile normalità della visione, aggiunge qualcosa che era rimasto sospeso nella vaghezza della nostra sensibilità, qualcosa che noi non siamo in grado di avvertire se non confusamente, qualcosa che solamente l'artista è in grado di catturare, di sintetizzare per trasmetterlo genuino nei propri lavori. Perché egli va oltre l'apparenza, supera tutto ciò che è normale e scontato per arrivare direttamente all'essenza della percezione.
Andreis ci dimostra che il mondo, così come lo vediamo tutti i giorni, può assumere altri significati, oltre che altre sembianze, spesso completamente differenti, nonostante lui le osservi con i nostri stessi mezzi e con le nostre stesse potenzialità. Ma egli è un artista e mette in discussione le tante piccole verità per aprirci alla ricchezza creativa del dubbio. Espande il nostro spazio, amplia il nostro orizzonte sensoriale, dilata il nostro corpo per renderlo partecipe e reattivo nell'ampiezza della nuova dimensione. La nostra pelle non è più il limite estremo del corpo reale perché la fisicità non ci è più sufficiente per vivere lo spazio allargato che la nuova visione espansa ci offre. La pelle cambia, da limite fisiologico diventa potenzialità intellettiva, orizzonte sviluppato verso nuove possibilità.
Come la ballerina si impadronisce del palcoscenico muovendosi, misurando ogni centimetro non con uno strumento lineare ma attraverso i movimenti del suo corpo in uno spazio ritmico e multidimensionale, le fotografie di Andreis ci permettono di andare oltre le apparenze e di superare la realtà fenomenica. Nessuna finzione, solo essenza, oltre ogni parvenza ed ogni illusione.
Le sue città si vestono di luce nuova, di colori inattesi, di forme ogni volta sempre più entusiasmanti, accattivanti. Eppure è la stessa città che conoscevamo, quella che ci passava quotidianamente davanti agli occhi come un film ripetuto, oramai poco interessante. La città era per noi come il palcoscenico ancora vuoto, in attesa di essere riempito dalla ricchezza della danza della nostra ballerina. Era il nostro spazio grigio e scontato, piccolo e limitato, come una pelle ridotta al limite del corpo prima che qualcuno ci offrisse la possibilità di guardarlo con lo sguardo di una nuova consapevolezza.
Eppure la città è il nostro mondo, è il nostro spazio definito dall'epidermide delle sue architetture, lo spazio che inevitabilmente diventa la pelle della nostra percezione espansa. Sì, perché ogni mattone, ogni finestra, ogni muro sono qualcosa di nostro, di vissuto fisicamente, invisibile ma forte dentro di noi prima ancora che evidente nella sua realtà. Tanto nostro che il rapporto con lei è esclusivo, intimo, personale. Le sue fotografie escludono ogni invadenza per lasciarci soli con noi stessi in una dimensione metafisica che ci vede osservatori privilegiati del silenzio che sibila discreto dentro di noi.
Una metafisica del reale che utilizza le architetture per una profonda introspezione. Questo ci offrono le opere fotografiche di Alberto Andreis, riflettono noi stessi nella città che già ci appartiene, proiettano la città dentro le nostre sensibilità distratte, togliendo tutto ciò che è inutile e superfluo, eliminando ogni elemento di confusione, qualsiasi intrusione che potrebbe distogliere l'attenzione da noi stessi. Andreis ci lascia in balia del silenzio morbido della nostra solitudine, in una relazione di preziosa intimità con noi stessi, con una nuova cognizione di uno spazio interiore che fa proprio il mondo che ci circonda. Una coscienza estesa; così come la pelle, il nostro spazio si espande verso nuovi confini, perché nulla è più vasto della nostra interiorità e della consapevolezza del sé che abbiamo acquisito. Perché le pareti delle sue architetture sono quelle del nostro io, sono i muri della nostra anima che ritrova la propria immagine nelle sue fotografie, in una relazione nuova ed inedita con il nostro palcoscenico di tutti i giorni, finalmente epurato da qualsiasi inutile intrusione.
La bellezza delle sue città riesce ad mostrarci il nostro vero io, in modo che questo diventi con loro quasi una sola cosa, egli annulla ogni distanza permettendoci di ritrovare un'originaria ed incontaminata felicità.

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota
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