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Natura senza compromessi. Filippo Maria Zonta.

di Giacomo Belloni

La Natura, in tutte le sue espressioni, è difficilmente replicabile dall'uomo; nel caso lo è solo saltuariamente e per piccoli e indefinibili accenni. La sua perfezione, le sue complessità e la sua completezza sono solo lontanamente percepibili e mai raggiungibili se non nell'indeterminatezza di sensazioni confuse e nella vaghezza della sua inavvicinabile immensità. Allunghiamo le mani verso di lei, proviamo a farla nostra, a catturarla, per eternare in noi la meraviglia che suscita ed estenderla alla nostra comprensione ma, appena crediamo di averla raggiunta, questa ci sfugge via lontana, lasciandoci solamente il sapore amaro dell'istante sfumato e la consapevolezza della nostra limitatezza.
Da sempre ammiriamo e gioiamo del lavoro del pittore virtuoso, non solo perché è colui che più di altri si avvicina a replicarne le forme restituendocele con i suoi colori più suggestivi e poetici, ma per quella sua destrezza nel saperci trasmettere sulla tela l'intensità delle sensazioni che essa libera in noi, le sue suggestioni, la grandiosità della sua compiutezza. Per secoli abbiamo cercato con la pittura di indagarne i segreti, di carpirne l'essenza, quasi volessimo intraprendere con lei un'opera di riconciliazione e rinsaldare percorsi divergenti. Purtroppo, per nostra inadeguatezza o per supponenza, il ruolo da figlio ribelle ci è sempre calzato a pennello. Nonostante Schopenhauer abbia tentato di farci capire che, per quanto proviamo ad allontanarci da lei, la sua volontà scorre sovrana in noi e ci riconduce sempre a casa; nonostante Nietzsche prima e Freud dopo ci abbiamo ben chiarito che siamo poco padroni dei nostri pensieri e quanto le nostre continue presunzioni di autonomia siano solamente goffi tentativi senza possibilità di successo, noi continuiamo imperterriti a perseverare approfittando della pazienza tipica della madre comprensiva.

La macchina fotografica ferma magicamente l'attimo, lo cristallizza alla nostra vista, lo fissa immobile dandoci l'impressione di averlo catturato così da riuscire a riviverlo nel tempo.
Nella magia del processo che vede il passaggio della luce, dalla realtà in movimento alla fissità dell'immagine fotografica, qualcosa però inevitabilmente si perde, scivola via; è come se l'aurea luminosa che avvolge normalmente le cose, nel tragitto che compie per impressionare la pellicola, lasciasse per strada tutto ciò che non potrebbe mai portare con sé nella semplice bidimensionalità materiale della fotografia. Quest'ultima d'altronde, altro non potrebbe essere che una riduzione all'essenziale di qualcosa che altrimenti sarebbe impossibile fare nostro, catturare, nell'estremo tentativo di rendere osservabile e ripetibile l'immensità delle sensazioni della realtà. La fotografia, quando si rivolge alla Natura, diviene lo strumento per una riduzione delle complessità, un adattamento all'esigua modestia della nostra possibilità di comprensione.

Filippo Maria Zonta fotografa la Natura, solamente la Natura. Le sue serie si chiamano Dolomiti, Altiplano, Mountains, Torrent, Desert. Egli fotografa un mondo ancora incontaminato, laddove non si è ancora manifestata la furia devastante del figlio ingrato. Ne fotografa le espressioni più meravigliose e ce le restituisce nei suoi lavori con rara maestria, rendendole sempre giustizia e nobilitandola. Lui riesce a rilassarla, la conforta, la rassicura, la mette in posa, le permette di essere se stessa. Lei, la Natura, lo lascia fare, si fida perché sa che il fotografo non se ne approfitterà e che, una volta finito il lavoro, lascerà tutto intatto, integro, come se nulla fosse mai avvenuto, come se nessuno fosse mai stato lì.
Ogni sua tavola ha un sapore unico, esclusivo, esauriente; è come se ogni fotografia fosse per la Natura occasione quasi irripetibile per mostrarsi, un'ultima possibilità per raccontarsi prima di essere definitivamente invasa; è come se tanta perfezione fosse in procinto di scadere nella corruzione delle distorsioni umane.
Al pari dei ritratti Zonta ne fotografa la pelle, le rughe, le cicatrici, i movimenti; ne mette in luce tutte le peculiarità facendole divenire punti di forza, proprio come normalmente si valorizzano le piccole imperfezioni di un bel volto; ne ritrae le espressioni; ne coglie gli umori che esprime con i colori con cui riesce a rendere i suoi incredibili cieli.
È tutto talmente sincero e reale che non può che materializzarsi in lavori incantevoli. Le sue fotografie sono ammalianti, coinvolgenti, per definirle con un semplice aggettivo: sono belle.

Tutto questo però se ci volessimo fermare ad un'analisi condotta unicamente sotto il profilo estetico. Noi vogliamo invece andare oltre perché in questo artista c'è molto di più, e lo si percepisce immediatamente, non appena i suoi lavori intercettano il nostro sguardo.

Le fotografie di Filippo Maria Zonta hanno qualcosa di assolutamente differente dal solito; sono permeate da qualcosa di incredibilmente seducente che colpisce lo spettatore nell'intimo, in profondità; qualcosa che si somma alla bellezza dell'immagine, elevandola ad un differente livello; qualcosa che non è possibile vedere solamente con gli occhi ma che si percepisce attraverso la sensibilità. Ciò che l'artista propone non sono infatti solamente sterili tavole fotografiche, non sono le solite e scontate illustrazioni mimetiche, anche se rese incantevoli per mezzo di un sapiente gioco di luci e di inquadrature capaci di suggestionare a fondo lo spettatore. Le fotografie di Filippo Maria Zonta risvegliano dinamiche ben più articolate e sofisticate.
Come già detto non sono quindi solamente immagini meravigliose che, per merito di una perizia tecnica e una sensibilità artistica fuori dal comune, riescono ad essere - anche già solo visivamente - capolavori unici. Esse permettono all'avventore di allacciare una relazione esclusiva, privilegiata con ciò che il fotografo impressiona sulla pellicola, creando un collegamento diretto capace di unire a distanza - sia spaziale che temporale - soggetto prescelto e fruitore. Qui si va ben oltre ciò che appare, c'è qualcosa che le penetra e che le attraversa. Come direbbe il mio editore: "questi lavori spaccano", intendendo con questo termine quella qualità quasi indefinibile che ne specifica l'alto grado di apprezzamento, quella caratteristica che agisce sottesa ed impercettibile sui nostri giudizi inconsci ed irrazionali.
I suoi scatti sono infatti come magneti che attraggono lo spettatore verso un mondo niveo, virginale, ancora incorrotto, di fatto trascinandolo verso uno stato di appagamento ancestrale.
Sono in grado di allacciare un filo invisibile tra l'energia creatrice di un mondo puro e perfetto, la volontà artistica del fotografo e la sensibilità dello spettatore, spesso passando per sentimenti atavici che vanno dalla meraviglia alla commozione.
Ecco perché le sue fotografie sono un veicolo irripetibile per le sensazioni originarie, le stesse che
in primis ha vissuto il fotografo nel momento dello scatto. L'artista si è trasformato in sciamano, si è impadronito dei segreti del creato; sembra essere stato capace di entrare nelle dinamiche della Natura per trasferirle intatte sui suoi lavori e trasmetterle a chiunque abbia la voglia di gioire, non solo della bellezza dell'immagine, ma di un ritorno all'energia primaria della grande genitrice.
Per riuscire a far questo egli, ancora prima che con la fotografia, si è immerso in lei con la mente e con il cuore, in un'operazione di simbiosi che non potrebbe essere stata tale se non dettata da una viscerale passione nei confronti di tutto ciò che sono le intatte manifestazioni primigenie. Ogni scatto è per lui infatti come un ritorno alla condizione primaria, un tentativo di riavvicinamento alla madre, una ridiscesa all'origine. Ogni sua opera è la testimonianza di tentativo di rinascita, quasi a voler ribadire, scatto dopo scatto, la necessità di una nuova ripartenza, improcrastinabile per rifondare le dinamiche del mondo su presupposti meno distorti.
Attraverso l'atto dello scatto Filippo Maria Zonta vuole cancellare le storture e le ingiustificabili devianze perpetrate dall'uomo, elemento chiaramente di disturbo nella perfezione del creato, e mai presente nei suoi lavori, quasi possa essere oggetto di fastidio, un accidente dannoso e deleterio capace solamente di creare scompiglio e devastazione. Egli lo esclude senza appello in quanto ostacolo per la completezza e per l'eccellenza. A lui è vietato qualsiasi accesso, qualsiasi partecipazione, l'uomo non fa parte del liliale mondo di Zonta. D'altronde non ci sarebbe spazio per lui, essere tanto imperfetto e limitato, nell'integrità incorrotta e nella perfezione della Natura.
Zonta ama ciò che fotografa, profondamente, tanto da volerlo fermare sulla pellicola senza correre il rischio di danneggiare nulla, attraverso un semplice scatto indolore, silenzioso. Il suo fotografare è un ricercare in lei i principi che siano finalmente rispettosi delle dinamiche non corrotte dalle bassezze e dalle mediocrità; e non accetta compromessi di alcun genere.

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"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?" Dostoevski, L'Idiota
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