Il 18
brumaio di Luigi Bonaparte
I
Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi
fatti e i grandi personaggi della storia universale si
presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di
aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta
come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc
invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece
della Montagna del 1793-1795 il nipote invece dello zio. È
la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la
seconda edizione del 18 brumaio!
Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo
arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì
nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a
sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione
di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul
cervello dei viventi e proprio quando sembra ch'essi
lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò
che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi
rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del
passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a
prestito i nomi, le parole d'ordine per la battaglia, i
costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e
venerabile travestimento e con queste frasi prese a
prestito la nuova scena della storia. Così Lutero si
travestì da apostolo Paolo; la rivoluzione del 1789-1814
indossò successivamente i panni della Repubblica romana e
dell'Impero romano; e la rivoluzione del 1848 non seppe
fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della
tradizione. rivoluzionaria del 1793-1795. Così il
principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce
continuamente nella sua lingua materna ma non riesce a
possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non
quando si muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando
in essa la propria lingua d'origine.
Al solo considerare queste evocazioni storiche di morti, si
palesa tosto una spiccata differenza. Camille Desmoulins
Danton, Robespierre, Saint-Just, Napoleone, tanto gli eroi
quanto i partiti e la. massa della vecchia Rivoluzione
francese adempirono, in costume romano e con frasi romane,
il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene
e di instaurare la moderna società borghese, Gli uni
spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali
cresciute sopra di esse. L'altro creò nell'interno della
Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi
la libera concorrenza, poté essere sfruttata la, proprietà.
fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza
produttiva industriale, della nazione liberata dalle sue
catene; e al di là dei confini della Francia spazzò,
dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui 1
ciò era necessario per creare alla società borghese in
Francia un ambiente corrispondente sul continente europeo.
Una volta instaurata la nuova formazione sociale
disparvero, i mostri antidiluviani; e con essi disparve la
romanità risuscitata i Bruti, i Gracchi, i Publicola, i
tribuni, i senatori e lo stesso Cesare.
La società borghese, nella sua, fredda realtà, si era
creati i suoi veri interpreti e portavoce nei Say, nei
Cousin, nei Royer-Collard, nei Benjamin Constant e nei
Guizot. I suoi, veri generali sedevano al banco del
commerciante, e la testa di lardo di Luigi XVIII era la sua
testa politica. Completamente assorbita nella produzione,
della ricchezza nella lotta pacifica della concorrenza ,
essa finì col dimenticare che i fantasmi dell'epoca romana
avevano vegliato attorno alla sua culla. Ma per quanto poco
eroica sia la società borghese, per metterla mondo 'erano
però stati necessari l'eroismo, l'abnegazione, il terrore,
la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi
gladiatori avevano trovato nelle, austere tradizioni
classiche della repubblica romana gli ideali e le forme
artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per
dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese
delle loro lotte e per mantenere la loro passione
all'altezza della grande tragedia storica. Così, in
un'altra tappa dell'evoluzione, un secolo prima, Cromwell e
il popolo inglese avevano preso a prestito dal Vecchio
Testamento le parole, le passioni e le illusioni per la
loro rivoluzione borghese. Raggiunto lo scopo reale,
condotta a termine la trasformazione borghese della società
inglese, Locke dette lo sfratto ad Abacuc.
La resurrezione dei morti servì, dunque in quelle
rivoluzioni a magnificare le nuove lotte, non a parodiare
le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si
ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a
ritrovare lo spirito della rivoluzione, non a rimetterne in
circolazione il fantasma.
Dal 1848 al 1851, della vecchia rivoluzione, non circolò
altro che lo spettro, a partire da Marrast, il républicain
en gants jaunes, che si camuffò con la maschera del vecchio
Bailly, sino all'avventuriero che nasconde le sue fattezze
repugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro
di Napoleone. Un popolo intiero, il quale credeva di aver
dato a se stesso, colla rivoluzione,' la capacità di un
progresso più rapido, si vede, bruscamente ricacciato in
un'epoca scomparsa, e affinché non' sia possibile nessuna
illusione circa il ritorno passato, ricompaiono le vecchie
date, il vecchio calendario, vecchi nomi, i vecchi editti,
caduti da tempo nel regno degli eruditi di antiquaria, e i
vecchi sbirri, che da tempo sembravano andati in
decomposizione. La nazione sente di trovarsi nella
situazione di quell'inglese pazzo a Bedlam, che crede di
vivere al tempo degli antichi Faraoni, e ogni giorno si
lagna delle improbe fatiche cui deve sobbarcarsi come
minatore nelle miniere d'oro dell'Etiopia, sepolto vivo in
quelle prigioni sotterranee, con una fioca lanterna fissata
sul capo, il guardiano di schiavi alle calcagne con una
lunga frusta, e all'uscita della galleria un'accozzaglia di
schiavi barbari, i quali né comprendono i forzati. che
lavorano nelle miniere, né si comprendono tra di loro,
perché non parlano una lingua comune. "E tutto questo -
geme l'inglese maniaco - viene fatto a me, libero cittadino
della Gran, Bretagna, per estrarre oro per gli antichi
Faraoni." "Per pagare i debiti della, famiglia, Bonaparte"
- geme la nazione francese. L'inglese, fino a che ebbe
l'uso della ragione, non poté liberarsi dall'idea fissa
della estrazione dell'oro. I francesi, fino a che furono in
rivoluzione, non poterono sbarazzarsi dei ricordi
napoleonici, come ha provato l'elezione del 10 dicembre.
Essi volevano sfuggire ai pericoli della rivoluzione e
ritornare alle "pignatte delle carni" egiziane, e la
risposta fu il 2 dicembre 1851. Non hanno soltanto la
caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in
persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono
alla metà del secolo decimonono.
La rivoluzione sociale del secolo decimonono non può trarre
la propria poesia, dal passato, ma solo dall'avvenire. Non
può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato
ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti
rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per
farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere
coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione. dei secolo
decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro
morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il
contenuto trionfa sulla frase.
La rivoluzione del febbraio fu per la vecchia società un
colpo di sorpresa, e il popolo fece di questo colpo di mano
riuscito un avvenimento di importanza storica mondiale, che
apriva un'epoca nuova. Il 2 dicembre la rivoluzione di
febbraio viene fatta sparire col. trucco d'un baro, e ciò
che appare rovesciato non è più la monarchia, ma le
concessioni liberali che le erano state strappate con un
secolo di lotte. Invece della conquista di un nuovo
contenuto da parte della società stessa, sembra soltanto
che lo Stato sia tornato alla sua forma più antica, al
dominio puro e insolente della spada e della tonaca. E'
così che al coup de main del febbraio 1848 risponde il coup
de téte del dicembre 1851. La farina del diavolo va in
crusca. Ma frattanto il tempo non è passato invano. Negli
anni dal 1848 al 1851 la società francese ha ricuperato - e
con un metodo più rapido, perché rivoluzionario - gli studi
e le esperienze che, se la rivoluzione si fosse compiuta in
modo regolare e, per così dire, scolastico, avrebbero
dovuto precedere la rivoluzione di febbraio, affinché essa
fosse qualcosa di più di un sommovimento superficiale. La
società sembra ora esser tornata più indietro del suo punto
di partenza; in realtà è soltanto ora ch'essa deve crearsi
il punto di partenza rivoluzionario, la situazione, i
rapporti, le condizioni nelle quali soltanto la rivoluzione
moderna diventa una cosa seria.
Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo
decimottavo, passano tempestosamente di successo in
successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l'un
l'altro gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi
di bengala l'estasi è lo stato d'animo d'ogni, giorno. Ma
hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto
culminante: e allora una nausea si impadronisce della
società. prima che essa possa rendersi freddamente ragione
dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le
rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo
decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono
ad ogni istante il, loro proprio corso; ritornano su ciò
che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo si
fanno beffe in modo ;spietato e senza riguardi delle mezze
misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi
tentativi; sembra., che abbattano il loro avversario solo
perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di
nuova più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono
continuamente, spaventate dall'infinita immensità dei loro
propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è
reso impossibile ogni ritorno ,indietro e le circostanze
stesse gridano:
Hie Rhodus, hic salta!
Qui è la rosa, qui devi ballare.
Del resto, pur senza aver seguito a passo a passo il corso
degli avvenimenti in Francia, anche un osservatore mediocre
doveva avere, il presentimento che la rivoluzione andava
incontro a un fallimento inaudito.
Era sufficiente ascoltare i presuntuosi latrati di trionfo
coi quali i signori democratici si felicitavano
reciprocamente per gli effetti miracolosi della seconda [
domenica] di maggio del 1852. La seconda [domenica] di
maggio era diventata per loro un'idea fissa un dogma, come
pei chiliasti il giorno in cui Cristo avrebbe dovuto
risorgere un'altra volta e dar principio al regno
millenario. La debolezza aveva trovato un rifugio. come
sempre nella fede nei miracoli; credeva di aver battuto il
nemico perché lo aveva esorcizzato nella propria fantasia;
perdeva ogni comprensione del presente, rapita nell'inerte
esaltazione dell'avvenire e delle azioni ch'essa aveva in
animo di compiere e non voleva ancora tradurre in atto. Gli
eroi, che si sforzavano di smentire la propria manifesta
incapacità inviandosi in .vicenda le loro condoglianze e
accozzandosi in un sol mucchio, avevano già fatto le loro
valigie, si erano cinte anticipo corone d'alloro ed erano
occupati a scontare in Borsa le repubbliche in partibus per
le quali, nel silenzio delle loro anime modeste, avevano
già avuto la previdenza di organizzare il personale
governativo. Il 2 dicembre li colpì come un fulmine a ciel
sereno; e i popoli, che nei periodi di depressione e di
scoraggiamento lasciano volentieri stordire la loro paura
segreta da coloro che gridano più forte, si saranno forse
convinti che sono passati i tempi in cui lo schiamazzo
delle oche poteva salvare il Campidoglio.
La Costituzione, l'Assemblea nazionale, i partiti
dinastici, i repubblicani azzurri e rossi, gli eroi
dell'Africa, i fulmini della. tribuna, i lampi della stampa
quotidiana; tutta la letteratura, le celebrità politiche e
le nomee intellettuali, il diritto civile e quello penale,
la liberté, l'égalité, fraternité e la seconda [domenica]
di maggio del 1852, tutto è svanito come una fantasmagoria
davanti alla formula magica lanciata da un uomo che i suoi
avversari stessi riconoscono essere tutt'altro che un mago.
Il suffragio universale sembra sopravvissuto un momento
soltanto per fare in faccia a tutto il mondo il proprio
testamento olografo e dichiarare in nome del popolo stesso:
"Tutto ciò che esiste merita di andare alla malora ".
Non basta direi come fanno i francesi che la loro nazione è
stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione,
come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in
cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con
queste spiegazioni l'enigma non viene risolto, ma soltanto
formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una
azione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta
alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in
schiavitù senza far resistenza.
Ricapitoliamo a grandi tratti le fasi percorse dalla
rivoluzione francese dal 24 febbraio 1848 sino al dicembre
1851.
Tre sono i periodi principali che è impossibile confondere:
periodo di febbraio; dal 4 maggio 1848 sino al 29 maggio
1849: il periodo della costituzione della repubblica o
dell'Assemblea nazionale costituente; dal 29 maggio 1849
sino al 21dicembre 1851: il periodo della repubblica
costituzionale o dell'Assemblea nazionale legislativa.
Il primo periodo, dal 24 febbraio o dalla caduta di Luigi
Filippo sino al 4 maggio 1848, quando si riunì l'Assemblea
costituente, cioè il periodo di febbraio propriamente
detto, può considerato come il prologo della rivoluzione.
Il suo carattere si espresse ufficialmente nel fatto che il
governo da essa improvvisato si dichiarò da sé provvisorio,
e al pari del governo tutto ciò che in questo periodo venne
proposto, tentato, dichiarato, non lo fu che
provvisoriamente. Nessuno e nulla osò reclamate per sé il
diritto all'esistenza e all'azione reale.Tutti gli elementi
che avevano preparato o determinato la rivoluzione,
l'opposizione dinastica, la borghesia repubblicana, la
piccola borghesia repubblicana democratica, i lavoratori
socialdemocratici, trovarono posto provvisoriamente nel
governo di febbraio.
Né poteva essere altrimenti. Le giornate di febbraio
miravano in origine a una riforma elettorale, per cui la
cerchia dei privilegiati politici in seno alla classe
abbiente stessa doveva essere allargata, e il dominio
esclusivo dell'aristocrazia finanziaria doveva essere
rovesciato. Ma quando il conflitto scoppiò per davvero,
quando il popolo salì sulle barricate, quando la Guardia
nazionale rimase passiva, l'esercito non oppose nessuna
resistenza seria e la monarchia prese la fuga, allora la
repubblica sembrò imporsi da sé; ogni partito la interpretò
a modo suo. Poiché essa era stata conquistata dal
proletariato con le armi in pugno, questi le impresse il
suo suggello e la proclamò repubblica sociale. Così venne
additato il contenuto generale della rivoluzione moderna,
contrastante nel modo più singolare con tutto ciò che, dato
il grado di educazione raggiunto dalla massa, date le
circostanze e le condizioni del tempo, poteva essere messo
in opera lì per li col materiale esistente. D'altro lato,
le pretese di tutti gli altri elementi che avevano
cooperato alla rivoluzione di febbraio trovarono un
riconoscimento nella parte leonina ch'essi ricevettero nel
governo. In nessun periodo troviamo quindi una miscela più
eterogenea di frasi alate e di indecisione e goffaggine
reali, delle più entusiastiche aspirazioni di rinnovamento
e del dominio più solido del vecchio trantran, della più
apparente armonia di tutta la società e dell'antagonismo
più profondo fra i suoi elementi. Mentre il proletariato di
Parigi si inebriava ancora nella visione della grande
prospettiva che gli si apriva dinanzi e si abbandonava a
gravi discussioni sui problemi sociali, le vecchie potenze
della società si erano raggruppate, riunite e messe
d'accordo, e trovarono un appoggio inatteso nella massa
della nazione, nei contadini e nei piccoli borghesi, i
quali, cadute le barriere della monarchia di luglio, si
precipitavano tutti ad un tempo sulla scena politica.
Il secondo periodo, che va dal 4 maggio 1848 sino alla fine
del Maggio 1849, è il periodo della costituzione, della
fondazione della repubblica borghese. Immediatamente dopo
le giornate di febbraio non soltanto l'opposizione
dinastica era stata presa, alla sprovvista, dai
repubblicani e questi dai socialisti, ma tutta la Francia
era stata presa alla sprovvista da Parigi. L'Assemblea
nazionale, che si riunì il 4 maggio 1848, essendo uscita
dal suffragio della nazione, rappresentava la nazione. Era
una protesta vivente contro le pretese delle giornate di
febbraio e doveva ridurre i risultati della rivoluzione a
misura borghese. Invano il proletariato parigino. il quale
comprese immediatamente il carattere. di quest'Assemblea
nazionale, tentò alcuni giorni dopo la sua riunione, il 15
maggio, di negarne con la violenza l'esistenza, di
scioglierla, di scomporre di nuovo nei suoi singoli
elementi costitutivi l'organismo attraverso il quale lo
spirito reazionario della nazione lo minacciava. Com'è
noto, il 15 maggio non ebbe nessun altro risultato
all'infuori di quello di allontanare dalla pubblica scena,
per tutta la durata del periodo che stiamo considerando,
Blanqui e i suoi compagni, cioè i veri capi del partito
proletario.
Alla monarchia borghese di Luigi Filippo può succedere
soltanto la repubblica borghese, il che vuol dire che se
prima una parte limitata della borghesia regnava in nome
dei re, ora deve dominare in nome del popolo la totalità
della borghesia. Le rivendicazioni del proletariato
parigino sono fandonie utopistiche, con le quali si deve
farla finita. A questa dichiarazione dell'Assemblea
nazionale costituente, il proletariato parigino rispose
coll'insurrezione di giugno, l'avvenimento più grandioso
nella storia delle guerre civili europee. La repubblica
borghese, trionfò.Essa aveva per sé l'aristocrazia
finanziaria, la borghesia industriale, il ceto medio, i
piccoli borghesi, l'esercito, la canaglia organizzata in
Guardia mobile, gli intellettuali, i preti e la popolazione
rurale. Il proletariato non aveva al suo fianco altro che
se stesso. Più di 3.000 insorti vennero massacrati dopo la
vittoria; 15.000 deportati senza processo. Con questa
disfatta il proletariato si ritira tra le quinte della
scena rivoluzionaria. Esso cerca di farsi nuovamente avanti
ogni volta che il movimento sembra prendere un nuovo
slancio, ma con un'energia sempre più ridotta e con un
risultato sempre più piccolo. Non appena uno degli strati
sociali a lui sovrastanti entra in fermento rivoluzionario,
il proletariato stabilisce con esso un collegamento, e in
questo modo condivide tutte le sconfitte che i vari partiti
subiscono l'uno dopo l'altro. Ma questi colpi successivi
diventano via via tanto più deboli quanto più si
ripartiscono su tutta la superficie della società. I
rappresentanti più cospicui del proletariato nell'Assemblea
e nella stampa no vittime, l'uno dopo l'altro, dei
tribunali, e figure sempre più equivoche prendono il loro
posto. In parte, esso sì abbandona a esperimenti
dottrinari, banche di scambio e associ azioni operai e,
cioè a un movimento in cui rinuncia a trasformare il
vecchio mondo coi grandi mezzi collettivi che gli sono
propri, e cerca piuttosto di conseguire la propria
emancipazione alle spalle della società, in via privata,
entro i limiti delle sue meschine condizioni d'esistenza, e
in questo modo va necessariamente al fallimento. Sembra
ch'esso non possa più ritrovare in se stesso la grandezza
rivoluzionaria né attingere nuova energia dalle alleanze
nuovamente contratte, sino a che tutte le classi contro le
quali ha lottato in giugno non giacciono al suolo al suo
fianco. Ma, per lo meno, esso soccombe con gli onori di una
grande battaglia storica. Non soltanto la Francia, ma tutta
l'Europa trema davanti al terremoto di giugno, mentre le
successive disfatte delle classi più elevate vengono
ottenute cosi a buon mercato, che è necessaria l'insolente
esagerazione del partito vittorioso per poterle far passare
come avvenimenti di importanza, ed esse diventano tanto più
vergognose quanto più il partito che soccombe è lontano dal
partito proletario.
Certo, la disfatta degli insorti di giugno aveva preparato,
spianato, il terreno su cui poteva essere fondata,
stabilita, la repubblica borghese; però, aveva allo stesso
tempo mostrato che si ponevano in Europa ben altri problemi
che di "repubblica o monarchia"; aveva rivelato che
repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una
classe su altre classi; aveva provato che in paesi di
vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con
condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale
in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un
lavoro secolare, la repubblica non è altro, in generale,
che la forma politica del rovesciamento della società
borghese, ma non la forma della sua conservazione, come
avviene, per esempio, negli Stati Uniti d'America, dove
classi sociali esistono già, senza dubbio, ma non si sono
ancora fissate, e in un flusso continuo modificano
continuamente le loro parti costitutive e se le cedono;
dove i moderni mezzi di produzione, invece di coincidere
con un eccesso di popolazione stagnante, compensano
piuttosto la relativa scarsezza di teste e di braccia; e
dove infine lo slancio giovanilmente febbrile della
produzione materiale, che deve conquistarsi un mondo nuovo,
non ha ancora lasciato né il tempo né l'opportunità di far
piazza pulita del vecchio mondo spirituale.
Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le
giornate di giugno nel partito dell'ordine per fronteggiare
la classe proletaria, considerata come il partito
dell'anarchia. del socialismo, del comunismo. Essi avevano
"salvato" la società dai "nemici della società". Essi
avevano dato alle loro truppe le parole d'ordine della
vecchia società: "Proprietà, famiglia, religione, ordine",
e gridato alla crociata controrivoluzionaria: "In questo
segno vincerai!". A partire da questo momento, non appena
uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano
schierati contro gli insorti di giugno cerca, nel suo
proprio interesse di classe, di tenere il campo della
rivoluzione, viene schiacciato al grido di "proprietà,
famiglia, religione, ordine". La società viene salvata
tanto Più spesso, quanto più si restringe la cerchia dei
suoi dominatori, quanto più un interesse più ristretto
prevale sugli interessi più larghi. Ogni rivendicazione
della più semplice riforma finanziaria borghese, del
liberalismo più ordinario, del repubblicanesimo più
formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo
colpita come "attentato contro la società" e bollata come
"socialismo". E alla fine gli stessi grandi sacerdoti della
"religione e dell'ordine" vengono cacciati a pedate dai
loro tripodi pitici, strappati in piena notte dai loro
letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere
o spediti in esilio. Il loro tempio viene raso al suolo, la
loro bocca suggellata, la loro penna spezzata, la loro
legge infranta, in nome della religione, della proprietà,
della famiglia, dell'ordine. Borghesi fanatici dell'ordine
vengono fucilati ai loro balconi da bande di soldati
ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene profanato,
le loro case vengono bombardate per passatempo in nome
della proprietà, della famiglia, della religione e
dell'ordine. La feccia della società borghese forma, in
ultima istanza, la falange sacra dell'ordine e Crapülinski,
l'eroe, fa il suo ingresso alle Tuilerie come "salvatore
della società".
II
Riprendiamo il filo dell'esposizione.
A partire dalle giornate di giugno, la storia
dell'Assemblea nazionale costituente è la storia del
dominio e della disgregazione della frazione della
borghesia repubblicana, frazione conosciuta col nome di
repubblicani tricolori, repubblicani puri, repubblicani
politici, repubblicani formalisti, ecc.
Sotto la monarchia di Luigi Filippo questa frazione aveva
costituito l'opposizione repubblicana ufficiale, ed era
stata quindi parte integrante riconosciuta del mondo
politico di allora. Essa aveva i suoi rappresentanti nelle
Camere e una notevole sfera d'influenza nella stampa. Il
suo organo parigino, il Nazional era, nel suo genere,
considerato rispettabile quanto il Journal des Débats. A
questa posizione che essa aveva avuto sotto la monarchia
costituzionale corrispondeva il suo carattere. Non si
trattava di una frazione della borghesia tenuta assieme da
grandi interessi comuni e delimitata da particolari
condizioni di produzione. Si trattava piuttosto di una
consorteria di borghesi, di scrittori, di avvocati, di
ufficiali e di impiegati di convinzioni repubblicane,
l'influenza dei quali si fondava sull'antipatia personale
del paese per Luigi Filippo, sui ricordi della vecchia
repubblica, sulla fede repubblicana di un certo numero di
sognatori, ma soprattutto sul nazionalismo francese, di cui
essa manteneva desto l'odio contro i trattati di Vienna e
contro l'alleanza con l'Inghilterra. Una gran parte
dell'influenza che il National aveva sotto Luigi Filippo
era dovuta a questo imperialismo latente, a cui più tardi,
perciò, sotto la repubblica, poté contrapporsi un
concorrente vittorioso nella persona di Luigi Bonaparte.
Esso combatteva l'oligarchia finanziaria, come tutta la
rimanente opposizione borghese. La polemica contro il
bilancio, che era in Francia strettamente legata alla lotta
contro l'aristocrazia finanziaria, forniva una popolarità
troppo a buon mercato e materia troppo copiosa a leading
artieles puritani, perché non la si dovesse sfruttare. La
borghesia industriale era riconoscente al National per la
sua servile difesa del sistema protezionista francese, che
esso nel frattempo aveva intrapreso più per motivi
nazionali che per motivi economici; e la borghesia nel suo
assieme gli era riconoscente per le sue denunce piene
d'odio contro il socialismo e il comunismo. Per il resto il
partito del National era repubblicano puro, cioè voleva una
forma repubblicana invece di una forma monarchica di
dominio della borghesia e, soprattutto, voleva avere in
questo dominio la parte del leone. Delle condizioni di
questa trasformazione esso non aveva nessuna idea chiara.
Ciò che invece gli era chiaro come la luce del sole, ciò
che era stato dichiarato apertamente, negli ultimi tempi
del regno di Luigi Filippo, nei banchetti per la riforma,
era la sua impopolarità tra i piccoli borghesi democratici,
e specialmente tra il proletariato rivoluzionario. Questi
repubblicani puri, come si conviene a puri repubblicani,
stavano già per accontentarsi di una reggenza della
duchessa di Orléans, quando scoppiò la rivoluzione di
febbraio che dette un posto nel governo provvisorio ai loro
rappresentanti più conosciuti. Naturalmente, essi godevano
in anticipo della fiducia della borghesia e della
maggioranza dell'Assemblea nazionale costituente. Dalla
commissione esecutiva, formata dall'Assemblea nazionale sin
dalla sua prima riunione, vennero subito esclusi gli
elementi socialisti del governo provvisorio, e il partito
del National approfittò dello scoppio dell'insurrezione di
giugno per dare il benservito anche alla Commissione
esecutiva e sbarazzarsi in questo modo dei suoi rivali più
prossimi, i repubblicani piccolo-borghesi o democratici
(Ledru-Rollin, ecc.). Cavaignac, il generale del partito
repubblicano borghese, che aveva diretto la battaglia di
giugno, prese il posto della Commissione esecutiva, con una
specie di potere dittatoriale. Marrast, già redattore capo
del National, divenne presidente perpetuo dell'Assemblea
nazionale costituente, e i ministeri, come tutti gli altri
posti importanti, caddero in mano dei repubblicani puri.
La frazione dei repubblicani borghesi, che da tempo si era
considerata erede legittima della monarchia di luglio, vide
così superati i propri ideali, ma giunse a dominare non già
come aveva sognato sotto Luigi Filippo, attraverso una
rivolta liberale della borghesia contro il trono, bensì
attraverso una sommossa, repressa a colpi di mitraglia, del
proletariato contro il capitale. Ciò che essa si era
rappresentato come l'avvenimento più rivoluzionario, si
riproduceva, in realtà, come il più controrivoluzionario.
Il frutto le cadeva in grembo, ma cadeva dall'albero della
scienza, non dall'albero della vita.
L'esclusivo dominio dei repubblicani borghesi durò soltanto
dal 24 giugno sino al 10 dicembre 1848. La sua storia si
riassume nella elaborazione di una Costituzione
repubblicana e nello stato d'assedio di Parigi.
La nuova Costituzione non fu altro, in sostanza, che
l'edizione repubblicana della Carta costituzionale del
1830. Il ristretto censo elettorale della monarchia di
luglio, che escludeva dal potere una grande parte della
borghesia stessa, era compatibile con l'esistenza della
repubblica borghese. La rivoluzione di febbraio aveva
immediatamente proclamato, al posto di quel censo, il
suffragio universale diretto. I repubblicani borghesi non
potevano sopprimere questo fatto. Essi dovettero perciò
accontentarsi di aggiungervi la clausola restrittiva di un
domicilio di sei mesi nel collegio elettorale. La vecchia
organizzazione amministrativa, municipale, giudiziaria,
militare, ecc., rimase immutata, e dove la Costituzione la
modificava, la modificazione riguardava i titoli dei
capitoli, non il contenuto; i nomi, non la cosa.
L'inevitabile stato maggiore delle libertà del 1848, la
libertà personale, la libertà di stampa, di parola, di
associazione, di riunione, di insegnamento e di religione,
ecc., indossarono una veste costituzionale che le rendeva
invulnerabili. Ognuna di queste libertà venne proclamata
come diritto assoluto del cittadino francese, ma con la
costante nota marginale che essa era illimitata nella
misura in cui non le veniva posto un limite dagli "eguali
diritti di altri e dalla sicurezza pubblica", o dalle
"leggi", le quali hanno appunto il compito di mantenere
questa armonia (delle libertà individuali tra di loro e con
la sicurezza pubblica). Per esempio: "I cittadini hanno il
diritto di associarsi, di riunirsi pacificamente e
senz'armi, di presentare petizioni e di esprimere le loro
opinioni a mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo.
Il godimento di questi diritti non ha altri limiti che gli
eguali diritti degli altri e la sicurezza pubblica" (Cap.
II della Costituzione francese, $ 8). - "L'insegnamento è
libero. La libertà dell'insegnamento deve essere esercitata
nelle condizioni fissate dalla legge e sotto il controllo
supremo dello Stato" (Ibidem, $ 9). - "Il domicilio di ogni
cittadino è inviolabile, eccetto che nelle forme prescritte
dalla legge" (Cap. II, $ 3). E cosi via. - La Costituzione
rinvia perciò continuamente a future leggi organiche, che
debbono spiegare quelle note marginali e regolare il
godimento di quelle libertà illimitate, in modo che esse
non si urtino a vicenda e non offendano la sicurezza
pubblica. Le leggi organiche vennero elaborate in seguito
dagli amici dell'ordine, e tutte quelle libertà vennero
regolate in modo tale che la borghesia, nel godimento di
esse, non si urtasse agli uguali diritti delle altre
classi. Tutte le volte che essa proibì completamente "agli
altri" queste libertà, o ne permise l'esercizio soltanto a
condizioni che sono altrettante trappole poliziesche, ciò
avvenne sempre nell'interesse della "sicurezza pubblica",
cioè della sicurezza della borghesia, così come prescrive
la Costituzione. Perciò in seguito ebbero diritto di
appellarsi alla Costituzione tanto gli amici dell'ordine,
che sopprimevano tutte queste libertà, quanto i
democratici, che le reclamavano integralmente. Ogni
paragrafo della Costituzione contiene infatti la sua
propria antitesi, la sua Camera alta e la sua Camera bassa:
nella proposizione generale, la libertà, nella nota
marginale, la soppressione della libertà. Sino a che,
dunque, il nome della libertà venne rispettato e venne
soltanto ostacolata, con mezzi legali s'intende, la vera
realizzazione di essa, l'esistenza costituzionale della
libertà rimase illesa, intatta, benché la sua esistenza
reale venisse distrutta.
Questa Costituzione, resa inviolabile in modo cosi
ingegnoso, era però vulnerabile in un punto, come Achille;
non nel tallone, ma nella testa, o piuttosto nelle due
teste in cui culminava: l'Assemblea legislativa da una
parte, il presidente dall'altra. Si scorra la Costituzione,
e si vedrà che i soli paragrafi assoluti, positivi, senza
contraddizioni, incontrovertibili, sono quelli in cui sono
determinati i rapporti del presidente con l'Assemblea
legislativa. Qui infatti si trattava, per i repubblicani
borghesi, di garantire se stessi. I paragrafi 45-70 della
Costituzione sono formulati in modo che l'Assemblea
nazionale può costituzionalmente deporre il presidente,
mentre il presidente può sbarazzarsi dell'Assemblea
nazionale solo andando contro la Costituzione, solo
sopprimendo la Costituzione stessa. In questo modo dunque
la Costituzione esige la propria soppressione violenta. Non
solo essa consacra, come la Carta del 1830, la divisione
dei poteri, ma la estende sino a farla diventare una
intollerabile contraddizione. Il giuoco dei poteri
costituzionali, come Guizot chiamava le risse parlamentari
tra il potere legislativo e il potere esecutivo, secondo la
Costituzione del 1848 viene costantemente giocato va
banque. Da una parte 750 rappresentanti del popolo, eletti
dal suffragio universale e rieleggibili, i quali
costituiscono un'Assemblea nazionale incontrollabile,
indissolubile, indivisibile, un'Assemblea nazionale che
gode di una onnipotenza legislativa, che decide in ultima
istanza della guerra, della pace e dei trattati di
commercio, che possiede da sola il diritto di amnistia ed
essendo permanente occupa continuamente la ribalta della
scena politica. Dall'altra parte il presidente, con tutti
gli attributi del potere regio, con la facoltà di nominare
e di revocare i suoi ministri indipendentemente
dall'Assemblea nazionale, con tutti i mezzi del potere
esecutivo concentrati nelle sue mani, con la facoltà di
disporre di tutti gli impieghi e quindi di decidere in
Francia dell'esistenza per lo meno di un milione e mezzo di
persone, giacché tale è il numero di coloro che sono legati
ai 500.000 impiegati e agli ufficiali di tutti i gradi.
Egli ha ai suoi ordini tutte le forze armate. Gode del
privilegio di poter graziare i criminali, di poter
sospendere le guardie nazionali, di poter sciogliere,
d'accordo con il Consiglio di Stato, i Consigli generali,
cantonali e municipali eletti dai cittadini stessi.
L'iniziativa e la direzione nella conclusione di tutti i
trattati con l'estero gli sono riservate. Mentre
l'Assemblea è continuamente sulla scena, esposta alla
critica e indiscreta luce del giorno, il presidente conduce
un'esistenza ritirata nei Campi Elisi, avendo costantemente
davanti agli occhi e nel cuore l'articolo 45 della
Costituzione, che quotidianamente gli ripete: Frère, il
faut mourir!Il tuo potere scade la seconda domenica del bel
mese di maggio del quarto anno dalla tua elezione! Allora
saran finiti gli splendori; la commedia non si ripete, e se
hai dei debiti, pensa a tempo a regolarli coi 600.000
franchi che ti largisce la Costituzione, a meno che tu non
preferisca andar a finire nella prigione di Clichy, il
secondo lunedì del bel mese di maggio! - Se la Costituzione
attribuisce in questo modo al presidente il potere di
fatto, essa cerca di assicurare all'Assemblea nazionale il
potere morale. Ma prescindendo dal fatto che è impossibile
creare un potere morale con paragrafi di legge, la
Costituzione qui torna a distruggersi da sola, facendo
eleggere il presidente da tutti i francesi, a suffragio
diretto. Mentre i voti della Francia si disperdono sui 750
membri dell'Assemblea nazionale, qui invece si concentrano
su un solo individuo. Mentre ogni singolo rappresentante
del popolo rappresenta soltanto questo o quel partito,
questa o quella città, questa o quella testa di ponte, o
anche semplicemente la necessità di eleggere un
settecentocinquantesimo qualunque, senza considerare troppo
per il sottile ne la cosa, ne l'uomo, egli è l'eletto della
nazione, e l'atto della sua elezione è la briscola che il
popolo sovrano giuoca una volta ogni quattro anni.
L'Assemblea nazionale eletta è unita alla nazione da un
rapporto metafisico, il presidente eletto è unito alla
nazione da un rapporto personale. E', ben vero che
l'Assemblea nazionale presenta nei suoi rappresentanti i
molteplici aspetti dello spirito nazionale; ma nel
presidente questo spirito si incarna. Egli possiede
rispetto all'Assemblea una specie di diritto divino; egli è
per grazia del popolo.
Teti, la dea del mare, aveva predetto ad Achille ch'egli
sarebbe morto nel fiore della gioventù. La Costituzione,
che aveva il suo punto debole, come Achille, aveva pure il
presentimento, come Achille, che le sarebbe toccato morire
di morte prematura. Senza che Teti uscisse dal mare a
confidare loro il segreto, i repubblicani puri della
Costituente non avevano che da abbassare lo sguardo dal
cielo nebuloso della loro repubblica ideale sul mondo
profano, per vedere come l'arroganza dei monarchici, dei
bonapartisti, dei democratici, dei comunisti, e il loro
proprio discredito aumentassero di giorno in giorno, nella
stessa misura in cui si avvicinavano al compimento della
loro grande opera d'arte legislativa. Essi cercarono
d'ingannare la sorte con l'astuzia costituzionale dello
articolo 111 della Costituzione, secondo cui ogni proposta
di revisione della Costituzione doveva essere votata in tre
dibattiti successivi, con un mese intiero di distanza l'uno
dall'altro, da almeno tre quarti dei voti, a condizione
inoltre che partecipassero al voto almeno 500 membri
dell'Assemblea nazionale. Essi facevano cosi il tentativo
disperato di continuare ad esercitare come minoranza
parlamentare, a cui già nel loro spirito profetico si
vedevano ridotti, quel potere che di giorno in giorno
sfuggiva dalle loro deboli mani, nel momento in cui
disponevano ancora della maggioranza parlamentare e di
tutti i mezzi del potere governativo.
Infine, in un paragrafo melodrammatico, la Costituzione
affidava se stessa "alla vigilanza e al patriottismo del
popolo francese tutto intiero, come di ogni francese in
particolare", e ciò dopo aver essa stessa, in un altro
paragrafo, confidato i "vigilanti" e i "patrioti" alla
tenera e feroce attenzione della Corte suprema da essa
inventata, la Haute Cour.
Tale era la Costituzione del 1848, che il 2 dicembre 1851
venne buttata a terra dal contatto non con una testa, ma
con un cappello; vero è che si trattava del tricorno di
Napoleone.
Mentre i repubblicani borghesi erano occupati,
nell'Assemblea, a ponzare, discutere e votare questa
Costituzione, Cavaignac, al di fuori dell'Assemblea,
manteneva lo stato d'assedio a Parigi. Lo stato d'assedio a
Parigi fu l'ostetrico della Costituente durante i dolori
del suo parto repubblicano. Se più tardi la Costituzione
venne soppressa a colpi di baionette, non sì deve
dimenticare che essa aveva dovuto essere difesa colle
baionette, e spianate contro il popolo, quando era ancora
nel seno materno, e che era stata messa al mondo dalle
baionette. Gli avi dei "repubblicani dabbene" avevano fatto
fare al loro simbolo, il tricolore, il giro dell'Europa. I
loro epigoni fecero anch'essi una invenzione, che si aprì
da sé il cammino per tutto il continente, per ritornare in
Francia con sempre rinnovato amore, fino ad acquistar
diritto di cittadinanza nella metà dei suoi dipartimenti.
Questa invenzione si chiama lo stato d'assedio. Invenzione
eccellente, applicata periodicamente in ognuna delle crisi
che si succedettero nel corso della rivoluzione francese.
Ma la caserma e il bivacco, che così venivano imposti
periodicamente alla società francese per comprimerle il
cervello e farla diventare una persona tranquilla; la
sciabola e il moschetto, cui si attribuivano periodicamente
le funzioni di giudice e di amministratore, di tutore e di
censore, di poliziotto e di guardiano notturno; i mustacchi
e l'uniforme del soldato, che venivano periodicamente
esaltati come la saggezza suprema e la guida della società;
- la caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i
mustacchi e l'uniforme da soldato, non dovevano alla fine
arrivare alla conclusione che era meglio salvare la società
una volta per sempre, proclamando il proprio regime come
forma suprema del regime politico e liberando la società
borghese dalla preoccupazione di governarsi da sé? La
caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i
mustacchi e l'uniforme da soldato dovevano arrivare tanto
più facilmente a queste conclusioni, in quanto in tal caso
avevano anche il diritto di aspettarsi un miglior pagamento
in contanti per questo loro grande merito, mentre negli
stati d'assedio semplicemente periodici e nei salvataggi
fugaci della società agli ordini di questa o di quella
frazione della borghesia vi era in sostanza poco da
guadagnare, all'infuori di alcuni morti e feriti e di
alcune smorfie amichevoli della borghesia. Non dovevano
dunque i militari giocare allo stato d'assedio nel proprio
interesse e per proprio conto e in pari tempo porre
l'assedio alle tasche della borghesia? Non si dimentichi
del resto, sia detto di sfuggita, che il colonnello
Bernard, lo stesso presidente della commissione militare
che sotto Cavaignac aveva senza giudizio spedito alla
deportazione 15.000 insorti, in questo momento si trovava
di nuovo alla testa delle commissioni militari che
funzionavano a Parigi.
Se i repubblicani dabbene e puri avevano preparato, con lo
stato d'assedio di Parigi, il terreno su cui dovevano
crescere i pretoriani del 2 dicembre 1851, essi però
meritano un elogio, d'altra parte, perché invece di
esagerare il sentimento nazionale come sotto Luigi Filippo,
ora che disponevano del potere nazionale strisciavano
davanti allo straniero, e invece di liberare l'Italia la
lasciavano riconquistare dagli austriaci e dai napoletani.
L'elezione di Luigi Bonaparte a presidente, il 10 dicembre
1848, pose fine alla dittatura di Cavaignac e alla
Costituente.
Nel paragrafo 44 della Costituzione è detto: "Il Presidente
della Repubblica francese non deve mai aver perduto la
qualità di cittadino francese". Il primo presidente della
Repubblica francese, L. N. Bonaparte, non solo aveva
perduto la sua qualità di cittadino francese, non solo era
stato un funzionario della polizia inglese in servizio
speciale, ma era persino naturalizzato svizzero.
Ho già spiegato altrove l'importanza dell'elezione del 10
dicembre. Non ritornerò dunque su questo argomento. Qui è
sufficiente rilevare che essa fu una reazione dei
contadini, che avevano dovuto pagare le spese della
rivoluzione di febbraio, contro le altre classi della
nazione; una reazione della campagna contro la città. Essa
fu accolta con grande simpatia dall'esercito, a cui i
repubblicani del National non avevano procacciato né gloria
né vantaggi dalla grande borghesia, che salutò Bonaparte
come un ponte di transizione verso la monarchia; e dai
proletari e dai piccoli borghesi, che videro in lui il
castigo per Cavaignac. Avrò occasione in seguito di
esaminare con maggiore attenzione la posizione dei
contadini verso la rivoluzione francese.
Il periodo che va dal 20 dicembre 1848 sino allo
scioglimento della Costituente nel maggio 1849 abbraccia la
storia della caduta dei repubblicani borghesi. Dopo aver
fondato una repubblica per la borghesia, sbarazzato il
terreno dal proletariato rivoluzionario e ridotto
temporaneamente al silenzio la piccola borghesia
democratica, essi stessi vengono messi in un canto dalla
massa della borghesia, che a buon diritto mette questa
repubblica sotto sequestro, come sua proprietà. Ma questa
massa borghese era monarchica. Una parte di essa, i grandi
proprietari fondiari, aveva dominato sotto la
Restaurazione, e perciò era legittimista. Gli altri,
l'aristocrazia finanziaria dei grandi industriali, avevano
dominato sotto la monarchia di luglio, e perciò erano
orleanisti. I grandi dignitari dell'esercito,
dell'università, della Chiesa, del barreau, dell'accademia
e della stampa si ripartivano tra queste due correnti,
sebbene in proporzioni disuguali. Nella repubblica
borghese, che non portava né il nome dei Borboni né quello
degli Orléans, ma il nome di capitale, essi avevano trovato
la forma di Stato in cui potevano dominare in comune. Già
l'insurrezione di giugno li aveva tutti riuniti nel
"partito dell'ordine". Ora era necessario innanzi tutto
sbarazzarsi della consorteria dei repubblicani borghesi,
che detenevano ancora i seggi dell'Assemblea nazionale.
Quanto questi repubblicani puri erano stati brutali
nell'abusare della forza fisica contro il popolo,
altrettanto essi furono vili, pusillanimi, timorosi,
inetti, incapaci di lottare nel ritirarsi, ora che era
giunto il momento di far valere contro il potere esecutivo
e contro i monarchici il loro repubblicanesimo e il loro
diritto legislativo. Non tocca a me raccontare qui la
storia ignominiosa della loro decomposizione. Non fu un
tramonto, fu un svanire. La loro storia finisce per sempre,
e nel periodo seguente, sia all'interno che all'esterno
dell'assemblea, essi figurano soltanto come ricordi, che
sembrano rivivere ogni volta che ritorna a galla il solo
nome della repubblica e ogni volta che il conflitto
rivoluzionario minaccia di scendere al livello più basso.
Noterò di sfuggita che il giornale che aveva dato il suo
nome a questo partito, il National, si converti, nel
periodo successivo, al socialismo.
Prima di chiudere questo periodo dobbiamo ancora gettare
uno sguardo retrospettivo sui due poteri di cui l'uno
distrusse l'altro il 2 dicembre 1851, mentre dal 20
dicembre 1848 sino alla fine dell'Assemblea costituente
erano vissuti in buoni rapporti coniugali. Mi riferisco da
una parte a Luigi Bonaparte, dall'altra parte al partito
dei monarchici coalizzati, al partito dell'ordine,
dell'alta borghesia. Assumendo la presidenza, Bonaparte
formò immediatamente un ministero del partito dell'ordine,
alla testa del quale pose Odilon Barrot, il vecchio capo,
si noti bene, della frazione più liberale della borghesia
parlamentare. Il signor Barrot aveva finalmente messo le
mani sul portafoglio ministeriale la cui ombra lo
perseguitava sin dal 1830, anzi, sulla presidenza del
Ministero. Ma egli non vi giungeva, come se l'era
immaginato sotto Luigi Filippo, in qualità di capo più
avanzato dell'opposizione parlamentare; bensì col compito
di dare il colpo di grazia a un parlamento, e in qualità di
alleato di tutti i suoi nemici giurati, i gesuiti e i
legittimisti.
Egli sposava finalmente la sua fidanzata, ma dopo che
questa i era prostituita. Quanto a Bonaparte, egli si
ritirava, in apparenza, dietro le quinte. Il partito
dell'ordine lavorava per lui.
Sin dal primo consiglio dei ministri venne decisa la
spedizione di Roma, e ci si mise d'accordo di
intraprenderla all'insaputa dell'Assemblea nazionale e di
strapparle sotto un falso pretesto i mezzi necessari, Si
cominciò a questo modo con una truffa verso l'Assemblea
nazionale e con una cospirazione segreta con le potenze
assolute dell'estero contro la repubblica romana
rivoluzionaria. Allo stesso modo e con le stesse manovre
Bonaparte preparò il suo colpo del 2 dicembre contro
l'Assemblea legislativa monarchica e contro la sua
repubblica costituzionale. Non dimentichiamo che lo stesso
partito che il 20 dicembre 1848 formava il ministero di
Bonaparte, il 2 dicembre 1851 formava la maggioranza
dell'Assemblea nazionale legislativa.
La Costituente aveva deciso in agosto di non sciogliersi
prima di aver elaborato e promulgato tutta una serie di
leggi organiche, destinate a completare la Costituzione. Il
6 gennaio 1849 il partito dell'ordine le fece proporre, a
mezzo del suo rappresentante Rateau, di lasciar correre le
leggi organiche e di decidere piuttosto il proprio
scioglimento. Non solo il ministero con a capo Odilon
Barrot, ma tutti i membri monarchici dell'Assemblea
nazionale dimostrarono all’Assemblea in questo momento che
il suo scioglimento era necessario per il ristabilimento
del credito, per il consolidamento dell'ordine, per metter
fine alla situazione provvisoria e confusa e creare uno
stato di cose definitivo; le dimostrarono ch'essa
intralciava la produttività del nuovo governo e cercava di
prolungare la propria esistenza per puro rancore, mentre il
paese era stanco di lei. Bonaparte prendeva nota di tutte
queste invettive contro il potere legislativo, le imparava
a memoria, e il 2 dicembre 1851 mostrò ai monarchici del
parlamento che aveva ben imparato da loro. E ritorse contro
di loro i loro stessi argomenti.
Il ministero Barrot e il partito dell'ordine andarono più
avanti. Organizzarono in tutta la Francia delle petizioni
all'Assemblea nazionale, nelle quali questa era
garbatamente invitata ad andarsene. Diressero così e
infiammarono contro l'Assemblea nazionale, espressione
costituzionalmente organizzata del popolo, le masse del
popolo inorganizzate, insegnarono a Bonaparte a fare
appello al popolo contro le assemblee parlamentari. Infine,
il 29 gennaio 1849, arrivò il giorno in cui la Costituente
doveva decidere del proprio scioglimento. L'Assemblea
nazionale trovò il locale delle proprie riunioni occupato
militarmente; Changarnier, il generale del partito
dell'ordine nelle cui mani era riunito il comando supremo
della Guardia nazionale e delle truppe di linea, organizzò
in Parigi una grande rivista, come se si fosse alla vigilia
di una. battaglia, e i monarchici coalizzati dichiararono
in tono minaccioso all'Assemblea che se non fosse stata
arrendevole si sarebbe fatto ricorso alla forza.
L'Assemblea fu arrendevole e mercanteggiò soltanto un breve
rinvio. Che cosa fu il 29 gennaio, se non il coup d'Etat
del 2 dicembre 1851, perpetrato contro l'Assemblea
nazionale repubblicana dai monarchici insieme con
Bonaparte? Quei signori non notarono e non vollero notare
che Bonaparte sfruttò il 29 gennaio 1849 per far sfilare
una parte delle truppe davanti alle Tuileries e davanti a
se, e colse avidamente a volo questo primo appello pubblico
al potere militare contro il potere parlamentare per far
presagire Caligola. Essi non vedevano che il loro
Changarnier.
Una delle ragioni che spingevano in modo particolare il
partito dell'ordine ad abbreviare con la violenza la vita
della Costituente, erano le leggi organiche destinate a
completare la Costituzione, come la legge
sull'insegnamento, sui culti, ecc. I monarchici coalizzati
volevano ad ogni costo fare essi queste leggi e non
volevano lasciarle fare dai repubblicani diventati
diffidenti. Tra queste leggi organiche ve n'era anche una
circa la responsabilità del Presidente della Repubblica.
Nel 1851 l'Assemblea legislativa era precisamente intenta
alla elaborazione di una legge simile, quando Bonaparte
prevenne il colpo col colpo del 2 dicembre. Che cosa non
avrebbero dato i monarchici coalizzati, nella loro campagna
parlamentare d'inverno del 1851, per trovare bella e fatta
la legge sulla responsabilità, e fatta da un'Assemblea
repubblicana diffidente e piena d'odio!
Dopo che la Costituente ebbe spezzato il 29 gennaio 1849 la
sua ultima arma, il ministero Barrot e gli amici
dell'ordine la spinsero alla morte, non risparmiarono nulla
di ciò che poteva umiliarla, e strapparono alla sua
debolezza disperata delle leggi che le costarono gli ultimi
residui di stima di cui ancora godeva nel pubblico.
Bonaparte, preso dalla sua idea fissa napoleonica, fu tanto
audace da sfruttare pubblicamente questa degradazione del
potere parlamentare. Quando infatti l'Assemblea nazionale,
l'8 maggio 1849, inflisse un voto di biasimo al ministero
per l'occupazione di Civitavecchia da parte di Oudinot, e
ordinò che la spedizione romana venisse ricondotta ai suoi
scopi presunti, la stessa sera Bonaparte pubblicò nel
Moniteur una lettera a Oudinot in cui lo felicitava per le
sue gesta eroiche, e posò a protettore magnanimo
dell'esercito in contrapposto ai pennaiuoli del Parlamento.
I monarchici sorrisero. Credevano che egli fosse
semplicemente il loro dupe. Infine quando Marrast,
presidente della Costituente, credette per un istante in
pericolo la sicurezza dell'Assemblea nazionale e, forte
della Costituzione, requisì un colonnello col suo
reggimento, il colonnello, richiamandosi alla disciplina,
lo rinviò a Changarnier, il quale respinse con ironia la
sua richiesta facendogli notare che non gli piacevano le
bayonettes intelligents. Nel novembre 1851, quando i
monarchici coalizzati vollero impegnare la battaglia
decisiva contro Bonaparte, essi cercarono, nella loro
famigerata "legge dei questori" di attuare il principio
della requisizione diretta delle truppe da parte del
presidente dell'Assemblea nazionale. Uno dei loro generali,
Lefló, aveva firmato il progetto di legge. Invano
Changarnier votò per la proposta e Thiers rese omaggio alla
chiaroveggenza della vecchia Costituente. Il Ministro della
guerra Saint-Arnaud gli rispose colle stesse parole con cui
Changarnier aveva risposto a Marrast, e tra gli applausi
della Montagna.
In questo modo il partito dell'ordine, quando non era
ancora Assemblea nazionale, quando era ancora soltanto
ministero, aveva screditato il regime parlamentare. E si
mette a strillare quando il 2 dicembre 1851 lo bandì dalla
Francia!
Noi gli auguriamo buon viaggio.
III
Il 29 maggio 1849 si riunì l'Assemblea nazionale
legislativa. Il 2 dicembre 1851 essa fu sciolta. Questo
periodo abbraccia tutta l'esistenza della repubblica
costituzionale o parlamentare.
Nella prima rivoluzione francese al dominio dei
costituzionali segue il dominio dei girondini, e al dominio
dei girondini il dominio dei giacobini. Ognuno di questi
partiti si appoggia su quello che è più avanzato di lui.
Non appena ha portato la rivoluzione tanto avanti che,
nonché precederla, non può più nemmeno seguirla, viene
scartato dall'alleato più ardito che è dietro di lui e
viene mandato alla ghigliottina. Così la rivoluzione si
sviluppa secondo una linea ascendente.
Il contrario succede nella rivoluzione dei 1848. Il partito
proletario si presenta come appendice dei partito
democratico piccolo-borghese. Questo tradisce il primo e lo
lascia cadere il 16 aprile, il 15 maggio e nelle giornate
di giugno. Il partito democratico, a sua volta, si appoggia
alle spalle del partito repubblicano borghese. Non appena i
repubblicani borghesi credono di avere una base solida si
sbarazzano dell'inopportuno compagno e si appoggiano a loro
volta alle spalle del partito dell'ordine. Ma questo
scrolla le spalle, manda a gambe all'aria i repubblicani
borghesi e si appoggia alle spalle della forza armata.
Crede ancora di poggiare sopra di esse quando un bel
mattino si accorge che le spalle si sono cambiate in
baionette. Ogni partito recalcitra contro quello che lo
spinge in avanti, e si appoggia a quello che lo spinge
indietro. Non fa maraviglia che in questa posizione
ridicola perda l'equilibrio, e dopo inevitabili smorfie,
cada al suolo con strane capriole. Così la rivoluzione si
sviluppa secondo una linea discendente. Essa ha già
iniziato questo movimento all'indietro prima ancora che
l'ultima barricata di febbraio sia stata demolita e sia
stata costituita la prima autorità rivoluzionaria.
Il periodo che ci sta dinanzi presenta il miscuglio più
bizzarro di contraddizioni stridenti: costituzionali che
cospirano apertamente contro la Costituzione; rivoluzionari
che sono, per loro confessione, costituzionali;
un'Assemblea nazionale che vuol essere onnipotente e rimane
esclusivamente parlamentare; una Montagna che fa della
sopportazione la sua professione e mette riparo alle
disfatte presenti con la profezia di vittorie future;
monarchici che fanno i patres conscripti della repubblica e
sono costretti dalla situazione a mantenere in esilio le
avverse case reali di cui sono fautori e a conservare in
Francia la repubblica che odiano; un potere esecutivo che
trova la sua forza nella sua debolezza stessa, e la sua
rispettabilità nel disprezzo che ispira; una repubblica che
non è altro che l'infamia combinata di due monarchie, della
Restaurazione e della monarchia di luglio, sotto
un'etichetta imperialistica; unioni la cui prima clausola è
la scissione; battaglie la cui prima legge è la mancanza di
decisione; in nome dell'ordine una agitazione confusa e
senza contenuto; in nome della rivoluzione la più solenne
predicazione di pace; passioni senza verità, verità senza
passione, eroi senza azioni eroiche, storia senza
avvenimenti; una evoluzione la cui unica molla sembra
essere il calendario, e che stanca per la ripetizione
costante degli stessi momenti di tensione e di distensione;
contrasti che sembrano acutizzarsi periodicamente soltanto
per attutirsi e precipitare, senza riuscire a risolversi;
sforzi presuntuosi e ostentati e paure della borghesia
davanti al pericolo della fine del mondo, e da parte dei
salvatori del mondo, in pari tempo, i più meschini intrighi
e le commedie di palazzo più meschine, che nel loro laisser
aller ricordano piuttosto i tempi della fronda che il
giorno del giudizio universale; tutto il genio ufficiale
della Francia messo alla gogna dalla astuta dappocaggine di
un solo individuo; la volontà collettiva della nazione,
ogni volta che si esprime nel suffragio universale, cerca
la sua espressione adeguata nei nemici inveterati
degl'interessi delle masse, sino a che la trova finalmente
nell'arbitrio di un filibustiere. Se mai epoca della storia
è stata dipinta in grigio su grigio, è ben questa. Uomini e
avvenimenti appaiono come degli Schlemihl a rovescio, come
ombre cui è stato tolto il corpo. La rivoluzione stessa
paralizza i suoi fautori e riempie di violenza e di
passione soltanto i suoi avversari. Quando finalmente
appare lo "spettro rosso", continuamente evocato e
scongiurato dai controrivoluzionari, esso non appare col
berretto frigio dell'anarchia sul capo, ma nell'uniforme
dell'ordine, in pantaloni rossi.
Abbiamo visto che il ministero installato dal Bonaparte il
20 dicembre 1848, il giorno della sua ascensione era un
ministero del partito dell'ordine, della coalizione
legittimista e orleanista. Questo ministero Barrot-Falloux
era sopravvissuto alla Costituente repubblicana, di cui
aveva più o meno violentemente abbreviato l'esistenza, e si
trovava ancora al potere. Changarnier, il generale dei
monarchici coalizzati, continuava a riunire nella sua
persona il comanda generale della prima divisione militare
e quello della Guardia nazionale di Parigi. Le elezioni
generali avevano finalmente assicurato al partito
dell'ordine una grande maggioranza nell'Assemblea
nazionale. I deputati e i pari di Luigi Filippo
s'imbatterono in una sacra falange di legittimisti, per i
quali le numerose schede elettorali della nazione erano
diventate biglietti d'ingresso alla scena politica. I
rappresentanti del popolo bonapartisti erano troppi rari,
per poter formare un partito parlamentare indipendente.
Essi apparivano soltanto come mauvaise queue del partito
dell'ordine. In questo modo il partita dell'ordine si
trovava in possesso del potere governativo, dell'esercito e
dei corpo legislativo, in una parola di tutto il potere
dello Stato; ed era stato rafforzato moralmente dalle
elezioni generali, che facevano apparir il sui dominio come
espressione della volontà dei popolo, e dalla contemporanea
vittoria della controrivoluzione su tutto il continente
europeo.
Mai partito era entrato in campagna con mezzi più rilevanti
e sotto più favorevoli auspici.
I repubblicani puri, superstiti dal naufragio, si trovarono
ridotti nell'Assemblea nazionale legislativa a una cricca
di circa cinquanta uomini, con a capo i generali africani
Cavaignac, Lamoricière, Bedeau. Ma il grande partito
d'opposizione era costituito dalla Montagna. Con questo
nome si era battezzato il partito socialdemocratico. Esso
disponeva di più di duecento dei settecentocinquanta voti
dell'Assemblea nazionale ed era quindi per lo meno
altrettanto forte quanto una qualsiasi delle tre frazioni
del partito dell'ordine prese separatamente. La sua
posizione di minoranza relativa rispetto all'assieme della
coalizione monarchica appariva compensata da circostanze
particolari. Non soltanto le elezioni dipartimentali
avevano dimostrato ch'esso si era conquistato un'influenza
considerevole tra la popolazione delle campagne, ma contava
nel suo seno quasi tutti i deputati di Parigi. L'esercito
aveva fatto una dichiarazione di fede democratica eleggendo
tre sottufficiali; e il capo della Montagna, Ledru-Rollin,
a differenza di tutti i rappresentanti del partito
dell'ordine, era stato elevato alla dignità parlamentare da
cinque dipartimenti i quali avevano raccolto i loro
suffragi sul suo nome. Il 29 maggio 1849, dunque, dato che
era inevitabile che le diverse frazioni monarchiche
venissero tra di loro a conflitto, e che il partito
dell'ordine come tale venisse a conflitto con Bonaparte, la
Montagna sembrava aver davanti a sé tutti gli elementi del
successo. Quindici giorni dopo aveva perduto tutto.
Compreso l'onore.
Prima di procedere nella storia parlamentare sono
necessarie alcune osservazioni, per evitare le consuete
illusioni circa il carattere dell'epoca che ci sta davanti.
Secondo il modo di vedere dei democratici, durante tutto il
periodo dell'Assemblea nazionale legislativa, si trattava,
come nel periodo della Costituente, della semplice lotta
tra repubblicani e monarchici Ma il movimento stesso essi
lo riassumono in una sola parola: "reazione" notte in cui
tutti i gatti sono grigi, e che permette loro di ripetere i
loro luoghi comuni da guardiani notturni. Non vi è dubbio
che a prima vista il partito dell'ordine presenta un
groviglio di varie frazioni monarchiche, che non solo
intrigano l'una contro l'altra per elevare al trono
ciascuna il proprio pretendente e dare scacco al
pretendente del partito avverso, ma sono pure tutte unite
nell'odio comune e nei comuni attacchi contro la
"repubblica". La Montagna invece, in opposizione a questa
cospirazione monarchica. appare come il rappresentante
della "repubblica". Il Partito dell'ordine sembra
continuamente occupato a un'opera di "reazione" che si
dirige, né più né meno che in Prussia, contro la stampa, il
diritto di associazione, e simili e si traduce, come in
Prussia, in brutali inframmettenze poliziesche della
burocrazia, della gendarmeria e dell'autorità giudiziaria.
La "Montagna", dal canto suo, è continuamente occupata a
respingere questi attacchi e a difendere, quindi, i
"diritti eterni dell'uomo", come più o meno hanno fatto da
circa un secolo e mezzo tutti i partiti cosiddetti
popolari. Ma se si considerino la situazione e i partiti
più da vicino, questa apparenza superficiale, che nasconde
la lotta di classe e la peculiare fisionomia di questo
periodo, scompare.
Legittimisti e orleanisti costituivano, come s'è detto, le
due grandi frazioni del partito dell'ordine. Ma ciò che
univa queste frazioni ai loro pretendenti e le opponeva
l'una all'altra non era forse qualcos'altro che il giglio e
il tricolore la casa di Borbone e la casa di Orléans, una
diversa sfumatura nello spirito monarchico e, in generale,
la professione di fede nella monarchia? Sotto i Borboni
aveva regnato la grande proprietà terriera, coi suoi preti
e i suoi lacchè; sotto gli Orléans l'alta finanza, la
grande industria, il grande commercio, cioè il capitale,
col suo seguito di avvocati, professori e retori. La
monarchia legittima era soltanto l'espressione politica del
dominio ereditario dei grandi proprietari fondiari, mentre
la monarchia di luglio non era altro che l'espressione
politica del dominio usurpato dei parvenus borghesi. Dunque
ciò che opponeva l'una all'altra queste frazioni non erano
dei cosiddetti princìpi, erano le condizioni materiali
d'esistenza, due diverse specie della proprietà; era il
vecchio contrasto tra la città e la campagna, la rivalità
tra il capitale e la proprietà fondiaria. Che in pari tempo
vecchi ricordi, ostilità personali, timori e speranze,
pregiudizi e illusioni, simpatie e antipatie, convinzioni,
articoli di fede e principi legassero all'una o all'altra
delle case reali, non lo si può negare. Al di sopra delle
differenti norme di proprietà e delle condizioni sociali di
esistenza si eleva tutta una sovrastruttura di impressioni,
di illusioni, di particolari modi di pensare e di
particolari concezioni della vita. La classe intiera crea
questa sovrastruttura e le dà una forma sulla base delle
sue proprie condizioni materiali e delle corrispondenti
relazioni sociali. L'individuo singolo, cui queste cose
pervengono attraverso la tradizione e l'educazione, può
immaginarsi che esse costituiscano i veri motivi
determinanti e il punto di partenza della sua attività.
Benché gli orleanisti, i legittimisti, ogni frazione,
cercasse di persuadere se stessa e di persuadere la
frazione avversa che ciò che le divideva era il fatto che
ciascuna di esse sosteneva la propria casa regnante, la
realtà doveva provare in seguito che era piuttosto la
divergenza dei loro interessi a impedire l'unione delle due
case. E come nella vita privata si fa distinzione tra ciò
che un uomo pensa e dice di sé e ciò che dice e fa in
realtà, tanto più nelle lotte della storia si deve far
distinzione fra le frasi e le pretese dei partiti e il loro
organismo reale e i loro reali interessi, tra ciò che essi
si immaginano di essere e ciò che in realtà sono.
Orleanisti e legittimisti si trovano gli uni accanto agli
altri nella repubblica con eguali pretese. Se ognuna delle
due frazioni voleva conseguire, contro l'altra, la
restaurazione della propria casa reale, ciò non significava
altro se non che i due grandi interessi che dividono la
borghesia - la proprietà fondiaria e il capitale -
cercavano, ognuno per conto suo, di restaurare la propria
supremazia e la subordinazione dell'interesse opposto. E
parliamo di due interessi della borghesia perché la grande
proprietà fondiaria, malgrado civettasse col feudalismo e
malgrado il suo orgoglio di razza, era, in conseguenza
dello sviluppo della società moderna, completamente
imborghesita. Così in Inghilterra i tories si immaginarono
per molto tempo di essere entusiasti della monarchia, della
Chiesa e delle bellezze della vecchia costituzione inglese,
sino a che il pericolo strappò loro la confessione che
erano entusiasti soltanto della rendita fondiaria.
I monarchici coalizzati intrigavano gli uni contro gli
altri nella stampa, a Ems, a Claremont, fuori del
Parlamento. Dietro le quinte tornavano a indossare le loro
vecchie livree orleaniste e legittimiste e riprendevano i
loro vecchi tornei. Ma sulla pubblica scena, nelle loro
azioni capitali e statali, come grande partito
parlamentare, facevano alle loro rispettive case reali
delle semplici riverenze e rinviavano in infinitum la
restaurazione della monarchia. Essi adempivano la loro vera
funzione come partito dell'ordine, cioè sotto una bandiera
sociale, non sotto una bandiera politica; come
rappresentanti dell'ordinamento borghese e non come
cavalieri serventi di principesse erranti; come classe
borghese contro altre classi e non come monarchici contro i
repubblicani. E come partito dell'ordine essi hanno
esercitato sulle altre classi della società un dominio più
illimitato e più duro di quello che avevano esercitato
sotto la Restaurazione o sotto la monarchia di luglio, un
dominio che era possibile, in generale, soltanto nella
forma della repubblica parlamentare, perché soltanto sotto
questo regime le due grandi frazioni della borghesia
francese potevano unirsi e porre quindi all'ordine dei
giorno il dominio della loro classe, anziché il regime di
una sua frazione privilegiata. E se, ciò malgrado, anche
come partito dell'ordine, essi insultano la repubblica e
danno libero corso alla loro avversione per essa, questo
avviene soltanto grazie alle reminiscenze monarchiche. Il
loro istinto li avvertiva che, se era vero che la
repubblica rendeva completo il loro dominio politico, essa
minava però in pari tempo la loro base sociale, perché ora
erano costretti ad affrontarsi con le classi oppresse e a
lottare contro di esse senza intermediari, senza lo schermo
della corona, senza poter sviare l'interesse della nazione
con le loro lotte reciproche secondarie e con le lotte
contro la monarchia. Era un senso di debolezza che li
faceva arretrare tremando davanti alle condizioni pure del
loro proprio dominio di classe e faceva loro rimpiangere le
forme meno complete, meno sviluppate, e quindi prive di
pericoli, di questo stesso dominio. Al contrario, ogni
volta che i monarchici coalizzati entrano in conflitto col
pretendente che sta loro di fronte, con Bonaparte, ogni
volta che credono la loro onnipotenza parlamentare
minacciata dal potere esecutivo, ogni volta, dunque, che
debbono presentare il titolo politico del loro dominio,
essi si presentano come repubblicani e non come monarchici,
a partire dall'orleanista Thiers, il quale ammonisce
l'Assemblea nazionale che la repubblica è il regime che
meno li divide, sino al legittimista Berryer, che il 2
dicembre 1851, cinta la sciarpa tricolore e fattosi
tribuno, arringa il popolo davanti al palazzo municipale
del 10° mandamento, in nome della repubblica. Ma la eco
beffarda gli risponde: "Enrico V! Enrico V!".
Di fronte alla borghesia coalizzata si era formata una
coalizione di piccoli borghesi e di operai, il cosiddetto
partito socialdemocratico. I piccoli borghesi si erano
visti mal ricompensati dopo le giornate del giugno 1848; i
loro interessi materiali erano minacciati, e le garanzie
democratiche, che avrebbero dovuto permetter loro di far
valere questi interessi, erano messe in forse dalla
controrivoluzione. Perciò si avvicinavano agli operai. La
loro rappresentanza parlamentare, d'altra parte, la
Montagna, messa in disparte sotto la dittatura dei
repubblicani borghesi durante la seconda metà della vita
della Costituente aveva riconquistato la sua popolarità
lottando contro Bonaparte e contro i ministri monarchici.
Essa aveva concluso un'alleanza coi capi socialisti. Nel
febbraio 1849 si organizzarono dei banchetti di
riconciliazione. Venne abbozzato un programma comune,
vennero formati dei comitati elettorali comuni e vennero
presentati dei candidati comuni. Alle rivendicazioni
sociali del proletariato venne smussata la punta
rivoluzionaria e data una piega democratica. Alle pretese
democratiche della piccola borghesia venne tolto il
carattere puramente politico e dato rilievo alla loro punta
socialista. Così sorse la Socialdemocrazia. La nuova
Montagna, che fu il risultato di questa combinazione, tolti
alcuni elementi della classe operaia che facevano da
comparse, e alcuni membri delle sètte socialiste conteneva
gli stessi elementi della vecchia Montagna, ma era
numericamente più forte. Nel corso degli avvenimenti, però,
si era mutata, al pari della classe che essa rappresentava.
Il carattere proprio della socialdemocrazia si riassume nel
fatto che vengono richieste istituzioni democratiche
repubblicane non come mezzi per eliminare entrambi gli
estremi, il capitale e il lavoro salariato, ma come mezzi
per attenuare il loro contrasto e trasformarlo in armonia.
Ma per quanto diverse siano le misure che possono venir
proposte per raggiungere questo scopo, per quanto queste
misure si possano adornare di rappresentazioni più o meno
rivoluzionarie, il contenuto rimane lo stesso. Questo
contenuto è la trasformazione della società per via
democratica, ma una trasformazione che non oltrepassa il
quadro della piccola borghesia. Non ci si deve
rappresentare le cose in modo ristretto, come se la piccola
borghesia intendesse difendere per principio un interesse
di classe egoistico. Essa crede, il contrario, che le
condizioni particolari della sua liberazione siano le
condizioni generali, entro alle quali soltanto la società
moderna può essere salvata e la lotta di classe evitata.
Tanto meno si deve credere che i rappresentanti democratici
siano tutti shopkrepers o che nutrano per questi
un'eccessiva tenerezza. Possono essere lontani dai
bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto
il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi i
rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro
intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo
borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò
essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e
,alle stesse soluzioni a cui l'interesse materiale e la
situazione sociale spingono il piccolo borghese nella
pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i
rappresentanti politici e letterari di una classe e la
classe che essi rappresentano.
Da quanto si è detto è ovvio che se la Montagna lotta
continuamente contro il partito dell'ordine per la
repubblica e per i cosiddetti diritti dell'uomo, né la
repubblica né i diritti dell'uomo sono il suo scopo
supremo: così come un esercito che si cerca di disarmare, e
che resiste, non entra in campo solo per restare in
possesso delle proprie armi.
Il partito dell'ordine provocò la Montagna sin
dall'apertura dell'Assemblea nazionale. La borghesia
sentiva ora la necessità di finirla con i piccoli borghesi
democratici, come un anno prima aveva compreso la necessità
di finirla col proletariato rivoluzionario. Ma la
situazione dei nemico era diversa. La forza del partito
proletario era nella strada, quella dei piccoli borghesi
nell'Assemblea nazionale stessa. Si trattava quindi di
attirarlo dall'Assemblea nazionale nella strada e di
spingerlo a spezzare da sé la propria forza parlamentare,
prima che il tempo e le occasioni potessero consolidarla.
La Montagna si precipitò a occhi chiusi nella trappola.
Il bombardamento di Roma da parte delle truppe francesi fu
l'esca che le venne lanciata. Esso costituiva una
violazione dell'articolo V della Costituzione, che proibiva
alla repubblica francese di impiegare le sue forze militari
contro le libertà di un altro popolo. Inoltre l'articolo 54
proibiva pure ogni dichiarazione di guerra da parte del
potere esecutivo senza il consenso dell'Assemblea
nazionale; e la Costituente, colla sua decisione dell'8
maggio, aveva disapprovato la spedizione romana. Fondandosi
su questi fatti, l’11 giugno 1849 Ledru-Rollin depose un
atto d'accusa contro Bonaparte e i suoi ministri. Irritato
dalle punture di spillo di Thiers, egli si lasciò
trascinare a minacciare di voler difendere la Costituzione
con tutti i mezzi, e anche con le armi alla mano. La
Montagna si levò come un sol uomo e ripeté questo appello
alle armi. Il 12 giugno l'Assemblea nazionale respinse
l'atto di accusa, e la Montagna abbandonò il Parlamento.
Gli avvenimenti del 13 giugno sono conosciuti: il proclama
di una parte della Montagna, secondo cui Bonaparte e i suoi
ministri erano dichiarati "fuori della Costituzione"; la
pacifica dimostrazione di strada delle guardie nazionali
democratiche che, disarmate come erano, si dispersero al
primo incontro con le truppe di Changarnier, ecc., ecc. Una
parte della Montagna fuggi all'estero, un'altra parte venne
deferita all'Alta Corte di Bourges, e un regolamento
parlamentare sottopose il resto alla sorveglianza
pedantesca del presidente dell'Assemblea nazionale. Parigi
venne di nuovo dichiarata in stato di assedio, e la parte
democratica della sua Guardia nazionale venne sciolta. Così
vennero spezzate l'influenza della Montagna nel Parlamento
e la forza dei piccoli borghesi a Parigi.
Lione, che il 13 giugno aveva dato il segnale di una
sanguinosa insurrezione operaia, venne pure dichiarata in
stato di assedio insieme ai cinque dipartimenti
circonvicini, e questo stato d'assedio dura tuttora.
Il grosso della Montagna aveva lasciato in asso la propria
avanguardia, negando le firme al suo proclama. La stampa
aveva disertato, perché solo due giornali avevano osato
rendere pubblico il pronunciamento. I piccoli borghesi
tradirono i loro rappresentanti, perché le guardie
nazionali rimasero a casa e, dove apparvero, impedirono la
costruzione di barricate. I rappresentanti avevano
ingannato i piccoli borghesi perché non fu possibile vedere
da nessuna parte i cosiddetti affiliati ch'essi avevano
nell'esercito. Infine, invece di trarre dal proletariato
nuove forze, il partito democratico aveva trasmesso al
proletariato la propria debolezza e, come avviene di solito
nelle grandi azioni democratiche, i capi avevano la
soddisfazione di poter accusare il loro "popolo" di
diserzione e il popolo aveva la soddisfazione di poter
accusare i suoi capi di averlo gabbato.
Raramente un'azione era stata annunciata con maggior
fracasso dell'imminente campagna della Montagna, raramente
un avvenimento era stato lanciato a suon di tromba con
maggior sicurezza e più tempo prima come una vittoria
inevitabile della democrazia. Non vi è dubbio: i
democratici credono alle trombe, agli squilli delle quali
crollarono le mura di Gerico, e ogni volta che si trovano
di fronte alle mura del dispotismo cercano di ripetere il
miracolo. Se la Montagna voleva vincere nel Parlamento, non
doveva fare appello alle armi. Se faceva appello alle armi
nel Parlamento, non doveva però comportarsi in modo
parlamentare nella strada. Se si pensava seriamente a una
dimostrazione pacifica, era però sciocco non prevedere che
essa sarebbe stata accolta in modo bellicoso. Se si
prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi
con cui la battaglia doveva essere condotta. Ma le minacce
rivoluzionarie dei piccoli borghesi e dei loro
rappresentanti democratici sono semplici tentativi di
intimidire l'avversario. E quando si sono cacciati in un
vicolo cieco, quando si sono compromessi a un punto tale
che sono costretti a tradurre in atto le loro minacce, ciò
viene fatto in modo equivoco, che non evita altro che i
mezzi adatti allo scopo e cerca avidamente dei pretesti di
disfatta. Il rimbombante preludio che annunciava la
battaglia si perde in un debole mormorio non appena questa
dovrebbe incominciare; gli attori cessano di prendersi au
sérieux e l'azione fallisce in modo lamentevole, come un
pallone forato con uno spillo.
Nessun partito più del democratico esagera a se stesso i
propri mezzi, nessuno s'inganna con maggior leggerezza
circa la situazione. Poiché una parte dell'esercito le
aveva dato i suoi voti, la Montagna era convinta che
l'esercito sarebbe insorto in suo favore. E in che
occasione? In un'occasione che, secondo il modo di vedere
delle truppe, non aveva altro senso se non che i
rivoluzionari prendevano partito per i soldati romani
contro i soldati francesi. D'altra parte i ricordi dei
giugno 1848 erano ancora troppo freschi, perché non dovesse
esistere una profonda avversione del proletariato contro la
Guardia nazionale e una profonda diffidenza dei capi delle
società segrete per i capi democratici. Perché queste
divergenze venissero appianate era necessario che fossero
in gioco dei grandi interessi comuni. La violazione di un
astratto paragrafo della Costituzione non poteva presentare
questo intesse. La Costituzione non era stata violata
ripetutamente, secondo quanto confessavano i democratici
stessi? I giornali più popolari non avevano ballato la
Costituzione come un ordigno controrivoluzionario? Ma il
democratico, poiché rappresenta la piccola borghesia, cioè
una classe intermedia, in seno alla quale si smussano in
pari tempo gli interessi di due classi, si immagina di
essere superiore, in generale, ai contrasti di classe. I
democratici riconoscono di aver davanti a sé una classe
privilegiata, ma essi, con tutto il resto della nazione che
li circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi
rappresentano è il diritto del popolo; ciò che li interessa
è l'interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno,
prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e
le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di
ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno
che da lanciare il segnale, perché il popolo, con tutte le
sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori . Se
poi, all'atto pratico, i loro interessi si rivelano non
interessanti e la loro forza un'impotenza, la colpa o è di
quegli sciagurati sofisti che dividono il popolo
indivisibile in diversi campi nemici; o dell'esercito,
troppo abbrutito e troppo accecato per comprendere che i
puri scopi della democrazia sono il proprio bene; o di un
particolare dell'esecuzione che ha fatto fallire l'assieme;
o di un caso imprevisto che, per quella volta, ha fatto
andare a monte tutto l'affare. Ad ogni modo, il democratico
esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come
senza colpa vi è entrato, e ne esce con la rinnovata
convinzione che egli deve vincere, non che egli stesso e il
suo partito dovranno cambiare il loro vecchio modo di
vedere, ma, al contrario, che gli avvenimenti, maturando,
gli dovranno venire incontro.
Non ci si deve dunque immaginare che la Montagna, decimata,
spezzata, umiliata dal nuovo regolamento parlamentare,
fosse troppa infelice. Se il 13 giugno aveva eliminato i
suoi capi, esso aveva però fatto posto a uomini di
second'ordine, che la nuova situazione lusingava. Se la
loro impotenza in Parlamento non poteva più venir messa in
dubbio, essi erano dunque in diritto di limitare la loro
attività a scoppi di indignazione morale e declamazioni
rumorose. Se il partito dell'ordine fingeva di vedere in
essi, ultimi rappresentanti .ufficiali della rivoluzione,
l'incarnazione di tutti gli orrori dell'anarchia, essi
potevano quindi essere in realtà altrettanto più banali e
moderati. Del 13 giugno essi si consolarono con questa
frase profonda: Ma che non si osi metter mano sul suffragio
universale! Allora mostreremo quello che siamo! Nous
verrons.
Quanto ai Montagnardi fuggiti all'estero, basterà osservare
qui che Ledru-Rollin, poiché era riuscito a rovinare senza
via di scampo, in appena due settimane, il potente partito
alla testa del quale si trovava, per questo si credette
designato a fondare un governo francese in partibus; che la
sua figura, nella lontananza, fuori del terreno
dell'azione, sembrò ingrandirsi, a misura che il livello
della rivoluzione cadeva e le grandezze ufficiali della
Francia ufficiale si facevano più minuscole; che egli poté
presentarsi come pretendente repubblicano per il 1852, e
mandare circolari periodiche ai Valacchi e ad altri popoli,
minacciando i despoti del Continente delle gesta sue e dei
suoi alleati. Non aveva del tutto torto Proudhon, quando
gridava a questi signori: "Vous n'étes que des blagueurs"?
Il 13 giugno il partito dell'ordine non aveva soltanto
abbattuto la Montagna; aveva pure realizzata la
subordinazione della Costituzione alle decisioni della
maggioranza dell'Assemblea nazionale. Ed intendeva la
repubblica in questo modo: la borghesia governa nelle forme
parlamentari, senza trovare un limite al suo dominio, come
sotto la monarchia, nel veto del potere esecutivo o nella
possibilità che il Parlamento venga sciolto. Tale era la
repubblica parlamentare, come la chiamava Thiers. Ma se la
borghesia aveva assicurato il 13 giugno la propria
onnipotenza all'interno dell'edificio parlamentare, non
aveva essa colpito il Parlamento di inguaribile debolezza,
agli occhi del potere esecutivo e del popolo, scacciandone
la parte più popolare? Abbandonando numerosi deputati,
senz'altre cerimonie, alle richieste dell'autorità
giudiziaria, essa soppresse la propria immunità
parlamentare. Il regolamento umiliante a cui essa sottopose
la Montagna, elevava il presidente della repubblica nella
stessa misura in cui abbassava i singoli rappresentanti del
popolo. Bollando come anarchica e sovversiva l'insurrezione
in difesa della Costituzione, la Montagna interdiceva a se
stessa l'appello all'insurrezione nel caso che il potere
esecutivo volesse violare la Costituzione ai suoi danni. E
l'ironia della storia vuole che il generale che aveva
bombardato Roma per incarico di Bonaparte, e in questo modo
aveva offerto il pretesto immediato alla sommossa del 13
giugno, che Oudinot, il 2 dicembre 1851, venga presentato
al popolo dal partito dell'ordine, con insistenza e invano,
come generale della Costituzione contro Bonaparte. Un altro
eroe del 13 giugno, Vieyra, che aveva avuto felicitazioni
dall'alto della tribuna dell'Assemblea nazionale per le
brutalità da lui compiute nei locali di giornali
democratici, a capo di una banda di guardie nazionali
devote all'alta finanza, questo stesso Vieyra fu iniziato
alla congiura di Bonaparte e contribuì efficacemente a
privare l'Assemblea nazionale, nell'ora della sua morte, di
ogni appoggio della Guardia nazionale.
Il 13 giugno ebbe anche un altro significato. La Montagna
aveva voluto strappare la messa in stato d'accusa di
Bonaparte. La sua sconfitta fu quindi una vittoria diretta
di Bonaparte, un suo trionfo personale sui suoi nemici
democratici. Il partito dell'ordine combatté per ottenere
la vittoria; Bonaparte non ebbe che da riscuoterla. E' ciò
ch'egli fece. Il 14 giugno si poté leggere sul muri di
Parigi un proclama in cui il presidente, come se la cosa
non d pendesse da lui, suo malgrado, costretto dalla pura
forza degli avvenimenti, usciva dal suo isolamento
claustrale, si doleva, come virtù misconosciuta, delle
calunnie dei suoi avversari, e mentre sembrava identificare
la sua persona con la causa dell'ordine, identificava
invece la causa dell'ordine con la sua persona. Inoltre, se
l'Assemblea ,nazionale aveva ratificato, sebbene con
ritardo, la spedizione contro Roma, l'iniziativa era stata
presa da Bonaparte. Dopo aver di nuovo insediato in
Vaticano il sommo sacerdote Samuele, egli poteva sperare di
insediare se stesso, come re Davide, nelle Tuileries. Aveva
conquistato i preti.
La sommossa del 13 giugno si limitò, come abbiamo visto, a
una dimostrazione pacifica di strada. Non vi erano dunque
stati allori guerrieri da conquistare contro di essa. Ciò
non pertanto, in questo periodo povero di eroi e di
avvenimenti, il partito dell'ordine trasformò questa
battaglia senza spargimento di sangue in una seconda
Austerlitz. La tribuna e la stampa celebrarono l'esercito
come la potenza dell'ordine, in opposizione alle masse
popolari rappresentanti l'impotenza dell'anarchia, e
glorificarono Changarnier come il "baluardo della società".
Mistificazione alla quale finì per credere egli stesso. Ma
i corpi che sembravano di dubbia fedeltà venivano intanto
allontanati da Parigi alla chetichella; i reggimenti nei
quali le elezioni avevano dato i risultati più democratici
venivano deportati dalla Francia in Algeria; le teste calde
fra la truppa inviate alle compagnie di disciplina; e
infine, la stampa veniva bandita sistematicamente dalla
caserma e la caserma isolata dalla società civile.
Siamo arrivati alla svolta decisiva nella storia della
Guardia nazionale francese. Nel 1830 essa aveva deciso
della caduta della Restaurazione. Sotto Luigi Filippo tutte
le sommosse in cui la Guardia nazionale si era messa dalla
parte dell'esercito erano fallite. Quando nelle giornate di
febbraio del 1848 essa aveva avuto un atteggiamento di
passività verso l'insurrezione, ed equivoco verso Luigi
Filippo, questi si era considerato perduto, e lo era. In
questo modo si era radicata la convinzione che la
rivoluzione non poteva vincere senza la Guardia nazionale e
che l'esercito non poteva vincere contro di essa. Si
manifestava così la fede superstiziosa dell'esercito
nell'onnipotenza dei borghesi. Le giornate del giugno 1848,
in cui l'intiera Guardia nazionale, insieme con le truppe
di linea, aveva schiacciato l'insurrezione, aveva
rafforzato la superstizione. Dopo l'andata al potere di
Bonaparte la posizione della Guardia nazionale era però
stata indebolita, in conseguenza del fatto che,
contrariamente alla Costituzione, il suo comando era stato
riunito, nella persona di Changarnier, al comando della
prima divisione militare.
Come il comando della Guardia nazionale appariva qui come
un attributo del comandante militare supremo, così la
Guardia nazionale stessa appariva soltanto come
un'appendice delle truppe di linea. Il 13 giugno, infine,
essa venne spezzata, e non soltanto in conseguenza dei suo
scioglimento parziale, che da quel momento si ripeté
periodicamente in tutti i punti della Francia e non ne
lasciò sussistere che i frantumi. La dimostrazione dei 13
giugno era stata anzitutto una dimostrazione delle guardie
nazionali democratiche. E’ vero che esse avevano opposto
all'esercito non le loro armi, ma le loro uniformi; ma
proprio in quell'uniforme stava il talismano. L'esercito si
convinse che quell'uniforme era uno straccio di lana come
tutti gli altri. L'incanto era rotto. Nelle giornate di
giugno 1848 borghesia e piccola borghesia, come Guardia
nazionale, si erano unite con l'esercito contro il
proletariato; il 13 giugno 1849 la borghesia fece
disperdere dall'esercito la Guardia nazionale
piccolo-borghese; il 2 dicembre 1851 scomparve anche la
Guardia nazionale della borghesia, e Bonaparte, quando più
tardi ne firmò il decreto di scioglimento, non fece altro
che prender atto del fatto compiuto. Così la borghesia
aveva spezzato essa stessa la sua ultima arma contro
l'esercito, e l'aveva dovuta spezzare a partire dal momento
in cui la piccola borghesia, invece di continuare ad essere
sottomessa come un vassallo, si era levata contro di essa
in atteggiamento di ribelle. Allo stesso modo la borghesia,
dal momento che essa stessa era diventata assolutista,
doveva spezzare con le proprie mani, in generale, tutti i
suoi mezzi di difesa contro l'assolutismo.
Frattanto il partito dell'ordine celebrava la riconquista
di un potere che sembrava aver perduto nel 1848 solo per
ritrovarlo nel 1849 liberato da tutte le pastoie, e lo
celebrava con invettive contro la Repubblica e contro la
Costituzione, maledicendo tutte le rivoluzioni passate,
presenti e future, compresa quella che era stata fatta dai
suoi propri capi, e promulgando leggi che imbavagliavano la
stampa, sopprimevano il diritto di associazione e facevano
della stato d'assedio un'istituzione organica di governo.
L'Assemblea nazionale si aggiornò quindi dalla metà di
agosto alla metà di ottobre, dopo aver nominato, per il
periodo delle sue vacanze, una commissione permanente.
Durante queste ferie i legittimisti intrigarono a Ems, gli
orleanisti a Claremont, Bonaparte facendo dei viaggi
principeschi, e i consigli dipartimentali discutendo della
revisione della Costituzione, fatti che si riproducono
regolarmente nel periodi di vacanza dell'Assemblea
nazionale e di cui mi occuperò quando assumeranno il valore
di avvenimenti. Per ora basti notare che l'Assemblea
nazionale agiva poco politicamente disparendo dalla scena
durante periodi di tempo abbastanza lunghi e lasciando che
si vedesse a capo della repubblica una sola figura, fosse
pure meschina, quella di Luigi Bonaparte e ciò mentre il
partito dell'ordine, con scandalo dei pubblico, si divideva
nei suoi differenti elementi monarchici e si abbandonava
alle proprie contrastanti velleità di restaurazione.
Ogniqualvolta, durante queste vacanze, i rumori assordanti
del Parlamento si estinguevano, e il suo corpo si
dissolvevi nella nazione, appariva in modo
incontrovertibile che mancava ormai soltanto una cosa per
rendere completa la vera immagine di questa repubblica:
rendere permanenti le vacanze del Parlamento e sostituire
al motto della repubblica: Liberté, égalité, fraternité, le
parole di significato non equivoco: Fanteria, cavalleria,
artiglieria.
IV
A metà ottobre 1849 l'Assemblea nazionale tornò a riunirsi.
Il I novembre Bonaparte li sorprese con un messaggio in cui
annunciava il licenziamento del ministero Barrot-Falloix e
la formazione di un nuovo ministero. Mai servitori furono
messi alla porta con meno cerimonie di quello che Bonaparte
fece coi suoi ministri. I calci destinati all'Assemblea
nazionale li ricevettero per il momento Barrot e compagni.
Il ministero Barrot, come abbiamo visto, era composto di
legittimisti e di orleanisti; era un ministero del partito
dell'ordine. Bonaparte ne aveva avuto bisogno per
sciogliere la Costituente repubblicana, intraprendere la
spedizione contro Roma e spezzare il partito democratico.
Egli si era apparentemente eclissato dietro questo
ministero, aveva affidato il potere governativo al partito
dell'ordine e s'era messo la maschera modesta che portavano
sotto Luigi Filippo i gerenti responsabili dei giornali, la
maschera dell'homme de paille. Ora egli si liberava di un
travestimento che non era più il velo leggero dietro al
quale egli potesse nascondere il suo viso, ma una maschera
di ferro che gli impediva di mostrare la sua vera
fisionomia. Aveva insediato al potere il ministero Barrot
per disciogliere, in nome del partito dell'ordine,
l'Assemblea nazionale repubblicana; lo licenziava per
dimostrare che il suo proprio nome non dipendeva
dall'Assemblea nazionale del partito dell'ordine.
I pretesti plausibili per questo licenziamento non mancano.
Il ministero Barrot aveva trascurato persino le convenienze
che avrebbero dovuto far apparire il Presidente della
repubblica come un potere accanto all'Assemblea nazionale.
Durante le vacanze dell'Assemblea, Bonaparte aveva
pubblicato una lettera a Edgar Ney, in cui sembrava
disapprovasse la condotta illiberale del Papa, allo stesso
modo che, in contrasto con la Costituente, aveva pubblicato
una lettera in cui elogiava Oudinot per il suo attacco alla
repubblica romana. Quando l'Assemblea nazionale aveva
votato i crediti per la spedizione romana, Victor Hugo, per
sedicente liberalismo, aveva messo in discussione quella
lettera. Il partito dell'ordine aveva soffocato, con
interruzioni sprezzantemente incredule, la trovata
consistente nell'attribuire alle uscite di Bonaparte un
qualsiasi valore politico. Nessuno dei ministri aveva
raccolto il guanto per lui. In un'altra occasione Barrot,
con la sua ben conosciuta enfasi, aveva lasciato cadere
dalla tribuna parole di sdegno a proposito degli
"abominevoli intrighi" che secondo lui si tramavano negli
ambienti che circondavano più da vicino il presidente.
Infine il ministero, mentre otteneva dall'Assemblea
nazionale una pensione per la duchessa d'Orléans,
respingeva ogni proposta di aumento della lista civile del
presidente. E in Bonaparte il pretendente imperiale si
confondeva così intimamente col cavaliere d'industria in
rovina, che la sua unica grande idea, di essere chiamato a
restaurare l'Impero, era sempre integrata dall'altra, che
il popolo francese fosse chiamato a pagare i suoi debiti.
Il ministero Barrot-Falloux fu il primo e l'ultimo
ministero parlamentare formato da Bonaparte. Il suo
licenziamento costituisce quindi una svolta decisiva. Con
esso il partito dell'ordine perdette, per non
riconquistarlo mai più, il controllo sul potere esecutivo,
posizione indispensabile per la difesa del regime
parlamentare. Si capisce senz'altro che in un paese come la
Francia, in cui il potere esecutivo ha sotto di sé un
esercito di più di mezzo milione di funzionari, e dispone
quindi continuamente, in modo assoluto, di una massa enorme
di interessi e di esistenze; in cui lo Stato, dalle più
ampie manifestazioni della vita fino ai movimenti più
insignificanti, dalle sue forme di esistenza più generali
sino alla vita privata, avvolge la società borghese, la
controlla, la regola, la sorveglia e la tiene sotto tutela;
in cui questo corpo di parassiti, grazie alla più
straordinaria centralizzazione, acquista una onnipresenza,
una onniscienza, una più rapida capacità di movimento e
un'agilità che trova il suo corrispettivo soltanto nello
stato di dipendenza e di impotenza e nell'incoerenza
informe del vero corpo sociale, si capisce che in un paese
simile l'Assemblea nazionale, insieme alla possibilità di
disporre dei posti ministeriali, perdesse ogni influenza
reale, a meno che non avesse in pari tempo semplificato
l'amministrazione dello Stato, ridotto il più possibile
l'esercito degli impiegati, in una parola, fatto in modo
che la società civile e l'opinione pubblica si creassero i
loro propri organi, indipendenti dal potere governativo. Ma
l'interesse materiale della borghesia francese è
precisamente legato nel modo più stretto al mantenimento di
quella grande e ramificata macchina statale. Qui essa mette
a posto la sua popolazione superflua; qui essa completa,
sotto forma di stipendi statali, ciò che non può incassare
sotto forma di profitti. interessi, rendite e onorari.
D'altra parte il suo interesse politico la spingeva ad
aumentare di giorno in giorno la repressione, cioè i mezzi
e il personale del potere dello Stato. In pari tempo essa
doveva condurre una lotta ininterrotta contro l'opinione
pubblica, mutilare e paralizzare per diffidenza gli organi
autonomi del movimento sociale, e dove ciò non le riusciva,
amputarli completamente. Così la borghesia francese era
spinta dalla sua stessa situazione di classe, da un lato,
ad annientare le condizioni di esistenza di ogni potere
parlamentare, e quindi anche dei suo proprio, dall'altro
lato a rendere irresistibile il potere esecutivo che le era
ostile.
Il nuovo ministero si chiamò ministero d'Hautpoul. Non che
il generale d'Hautpoul vi avesse ottenuto il rango di
presidente del consiglio. Insieme con Barrot, Bonaparte si
sbarazzò anche di questa carica che condannava il
presidente della repubblica alla nullità legale di un re
costituzionale, ma di un re costituzionale senza trono e
senza corona, senza scettro e senza spada, senza
irresponsabilità, senza il possesso imprescrittibile della
più alta dignità dello Stato, e ciò che era la cosa più
fatale, senza lista civile. Il ministero d'Hautpoul contava
un solo parlamentare di grido, l'ebreo Fould, uno degli
uomini più famigerati dell'alta finanza. Gli venne affidato
il ministero delle finanze. Si consultino le quotazioni
della borsa di Parigi, e si troverà che a partire dal I°
novembre 1849 i valori salgono e scendono a seconda che
salgono o scendono le azioni di Bonaparte. Mentre così
Bonaparte aveva trovato nella borsa il suo uomo, in pari
tempo metteva le mani sulla polizia, e nominava Carlier
prefetto di polizia di Parigi.
Le conseguenze del cambiamento di ministero non potevano
però farsi sentire che durante il corso degli avvenimenti.
Per il momento Bonaparte non aveva fatto un passo avanti
che per esser respinto indietro in modo più evidente. Il
suo brutale messaggio fu seguito dalla più servile
dichiarazione di sottomissione all'Assemblea nazionale.
Ogni volta che i ministri facevano il timido tentativo di
presentare le sue bizzarrie personali sotto forma di
progetti di legge, si aveva l'impressione che essi
adempissero, contro la loro volontà, costretti dalla loro
situazione, a incarichi comici, del cui insuccesso erano
convinti in precedenza. Ogni volta che Bonaparte,
all'insaputa dei ministri, divulgava le sue intenzioni e
faceva sfoggio delle sue "idées napoléoniennes", i suoi
propri ministri lo sconfessavano dall'alto della tribuna
dell'Assemblea nazionale. Sembrava che le sue velleità di
usurpazione non si manifestassero per altro scopo che
quello di dare alimento alle maligne risate dei suoi
avversari. Si dava le arie di un genio incompreso,
considerato da tutti come uno sciocco. Mai come durante
questo periodo era stato oggetto del disprezzo cosi
generale di tutte le classi. Mai la borghesia aveva
dominato in modo più assoluto; mai essa aveva ostentato con
maggior vanagloria le insegne del potere.
Non è mio compito fare qui la storia della sua attività
legislativa, che durante questo periodo si riassume in due
leggi: nella legge che ristabilisce l'imposta sul vino e
nella legge sull'insegnamento che abolisce la miscredenza.
Se si rendeva più difficile ai francesi bere vino, in
cambio si largiva loro con tanto maggiore generosità
l'acqua della vera vita. Se la borghesia, con la legge
dell'imposta sul vino, dichiarava intangibile il vecchio
odioso sistema fiscale francese, con la legge
sull'istruzione cercava di mantenere nelle masse il vecchio
stato d'animo che glielo rendeva sopportabile. Ci si è
meravigliati di vedere gli orleanisti, i liberali borghesi,
questi vecchi apostoli del volterianismo e della filosofia
eclettica, confidare la direzione dello spirito francese ai
loro nemici ereditari, i gesuiti. Ma se orleanisti e
legittimisti potevano combattersi a proposito del
pretendente al trono, essi comprendevano che il loro
dominio comune imponeva l'unificazione dei mezzi di
oppressione di due epoche, che i mezzi di asservimento
della monarchia di luglio dovevano essere completati e
rafforzati con quelli della Restaurazione.
I contadini, delusi in tutte le loro speranze, più che mai
schiacciati, da un lato dal basso prezzo dei cereali,
dall'altro lato dal peso crescente delle imposte e del
debito ipotecario incominciavano ad agitarsi nei
dipartimenti. Si rispose loro dando la caccia al maestri di
scuola, che furono sottomessi agli ecclesiastici; dando la
caccia ai sindaci, che furono sottoposti ai prefetti; e
instaurando un sistema di spionaggio cui tutti vennero
assoggettati. A Parigi e nelle grandi città la reazione
assume la fisionomia della sua epoca e, anziché abbattere,
provoca. Nelle campagne essa diventa volgare, grossolana,
gretta. fastidiosa, molesta, in una parola, diventa
gendarme. Si comprende come tre anni di regime del
gendarme, consacrato dal regime dei preti, dovessero
demoralizzare delle masse immature.
Per quanto grande fosse la somma di passione e di retorica
che il partito dell'ordine poteva lanciare contro la
minoranza dall'alto della tribuna parlamentare, i suoi
discorsi rimanevano monosillabici, come quelli del
cristiano, le cui parole debbono essere: Sí, sí; no, no!
Monosillabici alla tribuna come nella stampi. Insipidi come
un indovinello di cui si conosce in anticipo la soluzione.
Che si trattasse del diritto di petizione o dell'imposta
sul vino, della libertà di stampa o della libertà di
commercio, dei clubs o della costituzione municipale, della
difesa della libertà personale o del regolamento del
bilancio, si ritorna sempre alla parola d'ordine, il tema
rimane sempre lo stesso, la sentenza è sempre pronta ed è
invariabilmente la stessi : "socialismo!". Socialista viene
dichiarato persino il liberalismo borghese, socialista li
cultura borghese, socialista la riforma finanziaria
borghese. Era socialista costruire una ferrovia dove già
esisteva un canale, ed era socialista difendersi col
bastone, quando si era assaliti con una spada.
Né ciò era un semplice modo di parlare, una moda, una
tattica di partito. La borghesia vedeva giustamente che
tutte le armi da lei forgiate contro il feudalesimo
volgevano la punta contro di lei, che tutti i mezzi di
istruzione da lei escogitati insorgevano contro la sua
propria civiltà, che tutti gli dèi da lei creati
l'abbandonavano Essa capiva che tutte le cosiddette libertà
e istituzioni progressive borghesi attaccavano e
minacciavano il suo dominio di classe tanto nella sua base
sociale quanto nella sua sommità politica; erano cioè
diventate "socialiste". In questa minaccia e in questo
attacco essa vedeva il segreto del socialismo, di cui
giudicava il con ragione il senso e la tendenza meglio di
quanto non sappia giudicarsi il socialismo stesso; il quale
non può capire perché la borghesia gli sia così
inesorabilmente inaccessibile, sia che egli gema
flebilmente sulle miserie dell'umanità, o annunci da buon
cristiano l'avvento del regno millenario e la fratellanza
universale, o umanisticamente fantastichi di spirito,
cultura e libertà, oppure si faccia dottrinario e inventi
un sistema di conciliazione e di prosperità per tutte le
classi. Ma ciò che la borghesia non comprendeva era la
conseguenza che il suo proprio regime parlamentare, e in
generale il suo dominio politico dovevano anche essi
sottostare alla generale sentenza di condanna come
socialisti. Sino a che il dominio della borghesia non si
fosse organizzato completamente, non avesse acquistato a
sua espressione politica pura, anche il contrasto con le
altre classi non poteva presentarsi in modo puro, e dove
esso si presentava, non poteva assumere quel corso
pericoloso che trasforma ogni lotta contro il potere della
Stato in uni lotta contro il capitale. Se in ogni palpito
della vita sociale la borghesia vedeva un pericolo per la
"calma", come poteva voler conservare, alla testa della
società, il regime della irrequietezza, il suo proprio
regime, il regime parlamentare, questo regime che, secondo
l'espressione di uno dei suoi oratori, vive nella lotta e
per la lotta, Il regime parlamentare vive della
discussione: come può proibire la discussione? Ogni
interesse, ogni provvedimento sociale viene trasformato nel
regime parlamentare in idea generale e trattato come idea;
come può quindi un interesse qualsiasi, un provvedimento
qualsiasi, elevarsi al di sopra dei pensiero e imporsi come
articolo di fede? La lotta degli oratori alla tribuna
provoca le polemiche violente dei giornali; quel club di
discussione che è il Parlamento viene necessariamente
completato dai club di discussione dei salotti e delle
osterie; i rappresentanti che continuamente fanno appello
alla opinione pubblica autorizzano l'opinione pubblica a
esprimere la sua vera opinione mediante petizioni. Il
regime parlamentare rimette tutto alla decisione delle
maggioranze: come le grandi maggioranze non dovrebbero
voler decidere al di fuori del Parlamento? Se alla sommità
dell'edificio dello Stato si suona il violino, come non
aspettarsi che quelli che stanno in basso si mettano a
ballare?
Tacciando dunque di eresia "socialista" ciò che prima aveva
esaltato come "liberale", la borghesia confessa che il suo
proprio interesse le impone di sottrarsi al pericolo
dell'autogoverno; che per mantenere la calma nel paese deve
anzitutto essere ridotto alla calma il suo Parlamento
borghese; che per mantenere intatto il suo potere sociale
deve essere spezzato il suo potere politico; che i singoli
borghesi possono continuare a sfruttare le altre classi e a
godere tranquillamente della proprietà, della famiglia,
della religione e dell'ordine soltanto a condizione che la
loro classe venga condannata a essere uno zero politico al
pari di tutte le altre classi; che per salvare la propria
borsa essa deve perdere la propria corona, e la spada che
la deve proteggere deve in pari tempi pendere come una
spada di Damocle sulla propria testa.
Nel campo degli interessi generali della borghesia
l'Assemblea nazionale si mostrò tanto improduttiva che, per
esempio, le discussioni sulla ferrovia Parigi -Avignone,
iniziatesi nell'inverno 1850, non potevano ancora essere
concluse il 2 dicembre 1851. Dove non faceva opera di
repressione e di reazione, era colpita da inguaribile
sterilità.
A volte il ministero di Bonaparte prendeva l'iniziativa di
leggi nel senso del partito dell'ordine, a volte esagerava
ancora la durezza nell'applicarle e nell'eseguirle.
Bonaparte cercava di conquistarsi una popolarità con
proposte insulse e infantili, cercava di far risaltare la
propria opposizione all'Assemblea nazionale e di accennare
ad un potere segreto a cui solo le circostanze impedivano,
momentaneamente, di largire al popolo francese i suoi
tesori nascosti. Perciò egli proponeva di accordare ai
sottufficiali un soprassoldo giornaliero di quattro soldi.
Perciò proponeva l'istituzione di una banca di prestiti
d'onore per gli operai. Ricevere denaro in regalo o in
prestito: ecco la prospettiva con la quale egli sperava di
adescare le masse. Regalare e prendere a prestito: a questo
si limita la scienza finanziaria dei sottoproletariato, sia
esso nobile o plebeo. A ciò si riducevano le molle che
Bonaparte sapeva mettere in azione. Mai pretendente ha
speculato in modo così volgare sulla volgarità delle masse.
L'Assemblea nazionale si indignò parecchie volte di questi
tentativi manifesti di rendersi popolare alle sue spalle,
vedendo crescere il pericolo che questo avventuriero
pungolato dal debiti e non trattenuto da nessuna
reputazione acquisita osasse un colpo disperato. Il
disaccordo fra il partiti dell'ordine e il Presidente aveva
preso un carattere minaccioso, quando un avvenimento
inatteso spinse nuovamente quest'ultimo, pentito, nelle
braccia del primo. Alludiamo alle elezioni supplementari
del 10 marzo 1850. Queste elezioni ebbero luogo per
occupare i posti vacanti di quei deputati che, dopo il 13
giugno, erano stati imprigionati e mandati in esilio.
Parigi elesse soltanto dei candidati socialdemocratici, e
riunì persino la maggior parte dei voti sul nome di un
insorto del giugno 1848, De Flotte. In questo modo la
piccola borghesia di Parigi, alleata del proletariato, si
vendicava per la sua sconfitta del 13 giugno 1849. Sembrava
che nel momento del pericolo essa fosse scomparsa dal
teatro della lotta per apparirvi in un momento più
favorevole, con forze più considerevoli e con una parola
d'ordine più audace. Una circostanza parve accrescere il
pericolo di questa vittoria elettorale. L'esercitò votò a
Parigi per gli insorti di giugno, contro La Hitte, un
ministro di Bonaparte, e nei dipartimenti votò in
maggioranza per i montagnardi, che anche qui, sebbene non
in modo così decisi come a Parigi, ebbero il sopravvento
sui loro avversari.
All'improvviso Bonaparte vide la rivoluzione levarsi di
nuovo contro di lui. Come il 29 gennaio 1849, come il 13
giugno 1849, così il 10 marzo 1850 egli si eclissò dietro
il partito dell'ordine. Si piegò, offrì umilmente le sue
scuse, profferse di nominare qualsiasi ministero, secondo
gli ordinasse la maggioranza parlamentare; giunse persino a
implorare i capi di partito orleanisti e legittimisti, i
Thiers, i Berryer, i Broglie, i Molé, in una parola i
cosiddetti burgravi, a prendere in persona il timone dello
Stato. Il partito dell'ordine non seppe sfruttare
quest'occasione, che non si sarebbe mai più ripresentata.
Invece di impadronirsi con audacia del potere che gli
veniva offerto, non costrinse neppure Bonaparte a rimettere
al potere il ministero licenziato il I° novembre. Si
accontentò di umiliarlo col perdono, e di aggregare al
ministero d'Hautpoul il signor Baroche. Questo Baroche
aveva infierito in qualità di pubblico ministero davanti
all'Alta Corte di giustizia di Bourges, una volta contro i
rivoluzionari del 15 maggio, la seconda volta contro i
democratici del 13 giugno, ambe le volte per attentato
contro l'Assemblea nazionale. Nessuno dei ministri di
Bonaparte contribuì in seguito più di lui a degradare
l'Assemblea nazionale e, dopo il 2 dicembre 1851, lo
troviamo ben installato e ben pagato al posto di
vicepresidente del Senato. Aveva sputato nella zuppa dei
rivoluzionari, affinché Bonaparte la mangiasse.
Il partito socialdemocratico, dal canto suo, sembrava non
cercasse altro che pretesti per rimettere in questione la
propria vittoria e spezzarne la punta. Vidal, uno dei nuovi
deputati eletti a Parigi, era stato in pari tempo eletto a
Strasburgo. Lo si indusse a rinunciare al seggio di Parigi
e ad optare per Strasburgo. Dunque, invece di dare alla
propria vittoria elettorale un carattere definitivo e così
obbligare il partito dell'ordine a disputargliela
immediatamente nel Parlamento; invece di costringere
l'avversario alla lotta nel momento in cui il popolo era
pieno di entusiasmo e lo stato d'animo dell'esercito era
favorevole, il partito democratico stancò Parigi, durante i
mesi di marzo e di aprile, con una agitazione elettorale;
lasciò che le passioni popolari eccitate si consumassero in
questo nuovo effimero episodio elettorale; lasciò che
l'energia rivoluzionarla si appagasse di successi
costituzionali, si perdesse in piccoli intrighi, in vuote
azioni e in movimenti fittizi; lasciò che la borghesia
raccogliesse le sue forze e prendesse le sue precauzioni;
lasciò, infine, che l'importanza delle elezioni di marzo
trovasse un commento sentimentale e che la indeboliva con
l'elezione di Eugenio Sue alle elezioni complementari di
aprile. In una parola, trasformò il 10 marzo in un pesce
d'aprile.
La maggioranza parlamentare si rese conto della debolezza
del suo avversario. Poiché Bonaparte le aveva lasciato la
direzione e la responsabilità dell'attacco, i suoi
diciassette burgravi elaborarono una nuova legge
elettorale, e il signor Faucher, che aveva reclamato per sé
questo onore, venne incaricato di presentarla. L'8 maggio
egli presentò la legge che aboliva il suffragio universale,
imponeva agli elettori l'obbligo di un domicilio di tre
anni nel luogo dell'elezione, e infine faceva dipendere la
prova di questo domicilio, per gli operai, dalla
testimonianza dei loro datori di lavoro.
Quanto erano stati rivoluzionari i democratici nelle loro
agitazioni e nelle loro smanie durante la lotta elettorale
costituzionale, altrettanto furono costituzionali, ora che
si trattava di dimostrare con le armi alla mano la serietà
di quelle vittorie elettorali, nel predicare l'ordine, una
calma maestosa (calme majestueux), un atteggiamento legale,
cioè la cieca sottomissione al volere della
controrivoluzione, che si imponeva come legge. Durante il
dibattito, la Montagna confuse il partito dell'ordine,
opponendo alla passione rivoluzionaria di quest'ultimo
l'atteggiamento tranquillo del brav'uomo che si mantiene
sul terreno legale, e schiacciando il partito dell'ordine
con l'accusa terribile di procedere in modo rivoluzionario.
Perfino i deputati allora eletti si sforzarono di
dimostrare, con un contegno corretto e ragionevole, quanto
fosse errato accusarli di essere anarchici e presentare la
loro elezione come una vittoria della rivoluzione. Il 31
maggio la nuova legge elettorale venne approvata. La
Montagna si accontentò di introdurre una protesta nella
tasca dei presidente, di contrabbando. Alla legge
elettorale tenne dietro una nuova legge sulla stampa che
sopprimeva completamente i giornali rivoluzionari. Essi
avevano meritato questa sorte. Dopo questi marea, il
National e la Presse, due organi borghesi, rimasero come
gli estremi avamposti della rivoluzione.
Abbiamo visto come durante i mesi di marzo e di aprile i
capi democratici avessero fatto di tutto per impegnare il
popolo di Parigi in una lotta illusoria; e come, dopo l'8
maggio, essi facessero di tutto per distoglierlo da una
lotta reale. Inoltre non dobbiamo dimenticare che il 1850
fu uno degli anni più brillanti per quanto riguarda la
prosperità dell'industria e del commercio, e che quindi il
proletariato di Parigi era completamente occupato. Però la
legge elettorale del 31 maggio 1850 lo escludeva da ogni
partecipazione al potere politico. Lo escludeva dal terreno
stesso della lotta, e rigettava gli operai nella situazione
di parla che essi avevano avuto prima della rivoluzione di
febbraio. Lasciandosi dirigere, di fronte a un tale
avvenimento, dai democratici, dimenticando, per un
benessere passeggero, l'interesse rivoluzionario della loro
classe, gli operai rinunziavano all'onore di essere un
potere conquistatore; si sottomettevano al loro destino;
provavano che la disfatta del giugno 1848 li aveva resi
incapaci per anni di combattere e che il processo storico
doveva nuovamente incominciare a svolgersi al di sopra
delle loro teste. Quanto alla democrazia piccolo-borghese,
che il 13 giugno aveva gridato: "Ma se si toccherà il
suffragio universale, allora...!" - essa si consolava ora
dicendo che il colpo controrivoluzionario che l'aveva
colpita non era un colpo e che la legge del 31 maggio non
era una legge. La seconda [domenica] di maggio del 1852
ogni francese sarebbe andato alle urne tenendo in una mano
la scheda elettorale e nell'altra la spada. Di questa
profezia essa si accontentava. L'esercito, infine, veniva
punito dal suoi superiori, come per le elezioni del 29
maggio 1849, così per quelle del marzo e dell'aprile 1850.
Ma questa volta esso si disse in modo deciso: "La
rivoluzione non ci ingannerà una terza volta".
La legge del 31 maggio 1850 fu il colpo di stato della
borghesia Tutte le sue precedenti vittorie sulla
rivoluzione avevano soltanto un carattere provvisorio. Esse
sarebbero state poste in forse non appena l'attuale
Assemblea nazionale fosse scomparsa dalla scena:
dipendevano dal caso di nuove elezioni generali; e la
storia delle elezioni, a partire dal 1848, aveva provato in
modo inconfutabile che l'autorità morale della borghesia
sulle masse popolari andava perduta nella stessa misura in
cui il dominio di fatto della borghesia si sviluppava. Il
10 marzo il suffragio universale si era dichiarato
direttamente avverso al dominio della borghesia. La
borghesia rispose dando il bando al suffragio universale.
La legge del 31 maggio era una delle necessità della lotta
di classe. D'altro canto la Costituzione, affinché
l'elezione del presidente fosse valevole, richiedeva un
minimo di due milioni di voti. Se nessuno dei candidati
alla Presidenza raggiungeva questo minimo, toccava
all'Assemblea nazionale scegliere il presidente tra i tre
candidati che avessero raccolto il maggior numero di
suffragi. Quando la Costituente aveva fatto questa legge,
dieci milioni di elettori erano iscritti nelle liste
elettorali. Secondo lo spirito di questa legge era quindi
sufficiente un quinto degli elettori per rendere valida
l'elezione presidenziale. La legge del 31 maggio cancellava
dalle liste elettorali per lo meno tre milioni di voti,
riduceva il numero degli elettori a sette milioni e, ciò
nondimeno, manteneva il minimo legale di due milioni per
l'elezione del Presidente. Essa elevava dunque il minimo
legale da un quinto a circa un terzo dei voti validi, cioè
faceva di tutto, per far passare alla chetichella
l'elezione del presidente dalle mani del popolo alle mani
dell'Assemblea nazionale. In questo modo sembrava che il
partito dell'ordine avesse, con la legge elettorale del 31
maggio, doppiamente rafforzato il proprio dominio,
affidando alla parte stazionaria della società tanto
l'elezione dell'Assemblea nazionale quanto quella del
presidente della repubblica.
V
Superata la crisi rivoluzionaria e soppresso il suffragio
universale, la lotta tornò subito a divampare tra
l'Assemblea nazionale e Bonaparte.
La Costituzione aveva fissato lo stipendio di Bonaparte a
600.000 franchi. Sei mesi appena dopo la sua installazione
egli era riuscito a far raddoppiare questa somma. Infatti,
Odilon Barrot aveva strappato all'Assemblea nazionale
costituente un supplemento annuo di 600.000 franchi per
cosiddette spese di rappresentanza. Dopo il 13 giugno
Bonaparte aveva fatto delle sollecitazioni dello stesso
genere, questa volta senza trovare ascolto presso Barrot.
Ora, dopo il 31 maggio, egli approfittò immediatamente del
momento favorevole e fece proporre dai suoi ministri
all'Assemblea nazionale una lista civile di tre milioni.
Una lunga avventurosa vita di vagabondo lo aveva dotato di
fiuto finissimo per accorgersi dei momenti di debolezza in
cui poteva spillare denaro ai suoi borghesi. Era un vero e
proprio chantage. L'Assemblea nazionale aveva, col suo
concorso e con la sua complicità, disonorato la sovranità
popolare. Egli minacciava di denunciare il delitto al
tribunale dei popolo, qualora l'Assemblea non avesse aperto
la borsa e comprato il suo silenzio con tre milioni
all'anno. Essa aveva defraudato tre milioni di francesi del
diritto di voto. Per ogni francese messo fuori corso egli
esigeva un franco a corso legale, cioè esattamente tre
milioni di franchi in tutto. Egli, l'eletto di sei milioni,
chiedeva un risarcimento per i voti che gli erano stati
posticipatamente borseggiati. La commissione della
Assemblea nazionale oppose un rifiuto all'impudente. La
stampa bonapartista minacciò. Poteva l'Assemblea nazionale
rompere col presidente della repubblica proprio nel momento
in cui aveva rotto in linea di principio e definitivamente
con la massa della nazione? Essa respinse dunque la lista
civile annua; ma concesse, una volta tanto, un supplemento
di 2.160.000 franchi. In questo modo essa si rendeva
colpevole di due debolezze: quella di concedere il denaro e
quella di mostrare, col suo cattivo umore, che lo concedeva
di malavoglia. Vedremo in seguito perché Bonaparte aveva
bisogno del denaro. Dopo questo epilogo disgustoso che
seguì immediatamente la soppressione del suffragio
universale, e in cui Bonaparte sostituì all'atteggiamento
di sottomissione durante la crisi di marzo e di aprile una
sfrontatezza provocante nel riguardi del Parlamento
usurpatore, l'Assemblea nazionale si aggiornò per tre mesi,
dall'11 agosto all'11 novembre. Lasciò al proprio posto una
commissione permanente di 28 membri, di cui non faceva
parte nessun bonapartista, ma facevano parte alcuni
repubblicani moderati. Nella commissione permanente del
1849 vi erano soltanto uomini dei partito dell'ordine e
bonapartisti. Ma allora era il partito dell'ordine a
dichiararsi in permanenza contro la rivoluzione. Ora era la
repubblica parlamentare a dichiararsi in permanenza contro
il presidente. Dopo la legge del 31 maggio, questi era il
solo rivale che si opponeva ancora al partito dell'ordine.
Quando l'Assemblea nazionale tornò a riunirsi nel novembre
1850, sembrò che invece delle piccole scaramucce col
presidente che s'erano avute fino a quel momento, fosse
diventata inevitabile una lotta spietata, una lotta a morte
tra i due poteri.
Come nel 1849, anche durante le ferie parlamentari di
quest'anno il partito dell'ordine si era diviso nelle sue
diverse frazioni, ciascuna occupata nei propri intrighi di
restaurazione, cui la morte di Luigi Filippo aveva dato
nuovo alimento. Il re dei legittimisti, Enrico V, aveva
persino formato un vero e proprio ministero, che risiedeva
a Parigi e nel quale sedevano alcuni membri della
commissione permanente. Da parte sua, Bonaparte aveva
dunque diritto di fare dei viaggi nei dipartimenti della
Francia; di far conoscere in modo ora più ora meno
dissimulato od aperto, a seconda dello stato d'animo della
città che onorava della sua presenza, i suoi propri piani
di restaurazione e di reclutare dei voti per conto proprio.
In questi viaggi, che il grande Moniteur ufficiale e i
piccoli monitori privati di Bonaparte non potevano
naturalmente fare a meno di celebrare come viaggi di
trionfo, egli era continuamente accompagnato da affiliati
della Società del 10 dicembre. Questa società era stata
fondata nel 1849. Col pretesto di fondare un'associazione
di beneficenza il sottoproletariato di Parigi era stato
organizzato in sezioni segrete; ogni sezione era diretta da
agenti bonapartisti; alla testa della Società vi era un
generale bonapartista. Accanto a roués in dissento, dalle
risorse e dalle origini equivoche; accanto ad avventurieri
corrotti, feccia della borghesia, vi si trovavano
vagabondi, soldati in congedo, forzati usciti dal bagno,
galeotti evasi, birbe, furfanti, lazzaroni, tagliaborse,
ciurmatori, bari, ruffiani tenitori di postriboli,
facchini, letterati, sonatori ambulanti, straccivendoli,
arrotini, stagnini, accattoni, in una parola, tutta la
massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi
chiamano la bohème. Con questi elementi a lui affini
Bonaparte aveva costituito il nucleo della Società del 10
dicembre. "Società di beneficenza", - in quanto i suoi
membri, al pari di Bonaparte, sentivano il bisogno di farsi
della beneficenza alle spalle della nazione lavoratrice.
Questo Bonaparte, che si erige a capo del
sottoproletariato; che soltanto in questo ambiente ritrova
in forma di massa gli interessi da lui personalmente
perseguiti, che in questo rifiuto, in questa feccia, in
questa schiuma di tutte le classi riconosce la sola classe
su cui egli può appoggiare senza riserve, è il vero
Bonaparte, il Bonaparte sans phrase. Vecchio e consumato
roué, egli concepisce la vita storica dei popoli, le loro
azioni capitali e di Stato, come una commedia, nel senso
più ordinario della parola, come una mascherata in cui i
grandi costumi, le grandi parole e i grandi gesti non
servono ad altro che a coprire le furfanterie più meschine.
Così nel suo viaggio a Strasburgo un avvoltoio svizzero
addomesticato rappresenta l'aquila napoleonica. Per il suo
ingresso a Boulogne, egli camuffa con uniformi francesi
alcuni lacchè di Londra. Essi rappresentano l'esercito.
Nella sua Società del 10 dicembre egli raccoglie 10.000
straccioni che debbono rappresentare il popolo, come Klaus
Zettel il leone. In un momento in cui la borghesia stessa
rappresentava una perfetta commedia, ma nel modo più serio
possibile, senza violare nessuna delle più pedanti regole
dell'etichetta drammatica francese, ed essa stessa era a
metà ingannata, a metà convinta dalla solennità delle sue
proprie azioni capitali e di Stato, in questo momento la
vittoria spettava all'avventuriero, per cui la commedia non
era altro che commedia. Solamente quando si è liberato dal
suo solenne avversario, quando prende egli stesso sul serio
la sua parte di imperatore e pensa di rappresentare, in
maschera napoleonica, il vero Napoleone, solo allora egli
diventa la vittima della propria illusione, e si trasforma
in un pagliaccio serio, che non prende più la storia per
una commedia, ma la propria commedia per storia universale.
Per Bonaparte la Società del 10 dicembre fu quel che erano
stati per gli operai socialisti i laboratori nazionali, per
i repubblicani borghesi le Gardes mobiles: la sua personale
milizia di partito. Durante i suoi viaggi le sezioni della
società, spedite a destinazione per ferrovia, avevano il
compito di improvvisargli un pubblico, di simulare
l'entusiasmo pubblico, di urlare Vive l'Empereur!, di
insultare e di picchiare i repubblicani, naturalmente sotto
la protezione della polizia. Al suo ritorno a Parigi esse
avevano il compito di formare l'avanguardia, di prevenire o
di disperdere le contromanifestazioni. La Società del 10
dicembre gli apparteneva, era opera sua, era il suo più
genuino pensiero. Quando Bonaparte si impadronisce di
qualche cosa, è la forza delle circostanze a dargliela;
quando egli fa qualcosa, sono le circostanze per lui,
oppure si accontenta di copiare quello che fanno gli altri;
ma quando egli parla ufficialmente dell'ordine, della
religione, della famiglia, della proprietà davanti a un
pubblico borghese, ed ha dietro di sé la società segreta
degli Schufterle e degli Spiegelberg, la società del
disordine, della prostituzione e del furto, allora egli è
Bonaparte in persona, in edizione originale. La storia
della Società del 10 dicembre è la sua propria storia.
Accadde, per eccezione, che alcuni rappresentanti dei
popolo appartenenti al partito dell'ordine assaggiassero il
bastone dei decembristi. Più ancora. Il commissario di
polizia Yon, adibito all'Assemblea nazionale e incaricato
di vegliare alla sua sicurezza, comunicò alla sezione
permanente (sulla base della deposizione di un certo Alais)
che una sezione di decembristi aveva deciso l'assassinio
del generale Changarnier e del presidente dell'Assemblea
nazionale Dupin, ed aveva già designato gli esecutori. Si
comprende il terrore del signor Dupin. Un'inchiesta sulla
Società del 10 dicembre, vale a dire la profanazione dei
mondo segreto di Bonaparte, sembrava inevitabile.
Immediatamente prima della riunione dell'Assemblea
nazionale Bonaparte sciolse prudentemente la sua società,
sulla carta s'intende, perché ancora alla fine del 1851 il
prefetto di polizia Carlier, in una memoria
particolareggiata, si sforzò invano di indurlo a sciogliere
effettivamente i decembristi.
La Società del 10 dicembre doveva restare l'esercito
privato di Bonaparte fino a quando non gli fosse riuscito
di trasformare l'esercito regolare in una Società del 10
dicembre. Bonaparte fece il primo tentativo in questo senso
poco dopo l'aggiornamento dell'Assemblea nazionale, e
proprio col denaro che era riuscito ad estorcerle. Da buon
fatalista, egli era convinto che esistono date potenze
superiori, a cui l'uomo e in special modo il soldato, non
possono resistere. Tra questi poteri egli annoverava in
prima linea i sigari e lo sciampagna, il pollo freddo e le
salsicce all'aglio. Egli offre dunque, nei saloni
dell'Eliseo, sigari e sciampagna, pollo freddo e salsicce
all'aglio agli ufficiali e al sottufficiali. Il 3 ottobre
ripete questa manovra con la massa dei soldati alla rivista
di St. Maur, e la stessa manovra ripete su una scala ancora
più grande il 10 ottobre, alla rivista di Satory. Lo zio si
ricordava delle campagne di Alessandro in Asia; il nipote
si ricorda delle spedizioni di Bacco nello stesso paese.
Vero è che Alessandro non era che un semidio, mentre Bacco
era un dio e, per giunta, il dio protettore della Società
del 10 dicembre.
Dopo la rivista del 3 ottobre la commissione permanente
convocò il ministro della guerra d'Hautpoul. Questi promise
che simili infrazioni alla disciplina non si sarebbero
ripetute. È noto come Bonaparte mantenne, il 10 ottobre, la
parola data dal d'Hautpoul. In ambedue le riviste il
comando era stato affidato a Changarnier, in qualità di
comandante in capo dell'esercito di Parigi. Membro della
commissione permanente e allo stesso tempo capo della
guardia nazionale, "salvatore" del 29 gennaio e del 13
giugno, "baluardo della società", candidato del partito
dell'ordine alla dignità presidenziale, pronosticato Monk
di due monarchie, egli non aveva mai riconosciuto fino ad
allora la sua subordinazione al ministro della guerra; si
era sempre fatto beffe pubblicamente della Costituzione e
aveva sempre perseguitato Bonaparte con un'equivoca alta
protezione. Ora difendeva la disciplina contro il ministro
della guerra e la Costituzione contro Bonaparte. Quando il
10 ottobre una parte della cavalleria lanciò un grido:
"Vive Napoléon! Vivent les saucissons!", Changarnier fece
in modo che almeno la fanteria, che sfilava sotto il
comando del suo amica Neumeyer, osservasse un silenzio
glaciale. Per punizione, il ministro della guerra, istigato
da Bonaparte, allontanò dal suo posto di Parigi il generale
Neumeyer, col pretesto di affidargli il comando in capo
della 14. e 15. divisione militare. Neumeyer rifiutò questo
trasferimento e fu quindi obbligato a dar le sue
dimissioni. Dal canto suo Changarnier pubblicò il 2
novembre un ordine del giorno in cui proibiva alle truppe
di permettersi, mentre erano sotto le armi, grida e
manifestazioni politiche di qualsiasi natura. Le gazzette
dell'Eliseo attaccarono Changarnier; i fogli del partito
dell'ordine attaccarono Bonaparte; la commissione
permanente moltiplicò le sedute segrete, in cui si propose
reiteratamente di dichiarare la patria in pericolo.
L'esercito sembrava diviso in due campi avversi, con due
stati maggiori nemici, l'uno all'Eliseo, dove abitava
Bonaparte, l'altro alle Tuileries, dove abitava
Changarnier. Sembrava che non mancasse altro che la
riunione dell'Assemblea nazionale perché scoccasse il
segnale della lotta. Il pubblico francese giudicava questi
screzi fra Bonaparte e Changarnier come quel giornalista
inglese che li ha caratterizzati con le parole seguenti :
"Le fantesche politiche della Francia spazzano con delle
vecchie scope la lava ardente della rivoluzione, e nel far
questo lavoro si prendono per i capelli".
Nel frattempo Bonaparte si affrettava a rimuovere dalle sue
funzioni il ministro della guerra d'Hautpoul e a spedirlo
in tutta fretta ad Algeri, e a nominare ministro della
guerra al suo posto il generale Schramm. Il 12 novembre
mandava all'Assemblea nazionale un messaggio di americana
prolissità, sovraccarico di particolari, spirante ordine
imbevuto di brame di conciliazione, costituzionalmente
rassegnato, in cui si trattava di tutto e di tutti, eccetto
che delle questions brúlantes. Come di sfuggita, lasciava
cadere l'affermazione che secondo le espresse disposizioni
della Costituzione il presidente solo disponeva
dell'esercito. Il messaggio si chiudeva con queste parole
di solenne assicurazione:
" La Francia reclama anzitutto tranquillità... Unicamente
legato dal mio giuramento, mi terrò entro i limiti
ristretti che esso mi ha tracciato. Per quel che mi
concerne, eletto dal popolo e dovendo a lui solo il mio
potere, mi sottometterò alla sua volontà legalmente
espressa. Se voi decidete corso di questa sessione, la
revisione della Costituzione, un'Assemblea costituente
regolerà la situazione del potere esecutivo. Se no, il
popolo proclamerà solennemente nel 1852 la sua decisione.
Ma qualsiasi possano essere le soluzioni dell'avvenire,
mettiamoci d'accordo per non lasciar mai la passione, la
sorpresa o la violenza decidere delle sorti di una grande
nazione……Ciò che richiama innanzi tutto la mia attenzione
non è il problema di sapere chi governerà la Francia nel
1852, ma d'impiegare il tempo di cui dispongo affinché il
periodo da attraversare trascorra senza agitazioni e senza
perturbamenti. Vi ho aperto il mio cuore con sincerità; voi
risponderete con la vostra collaborazione e Dio farà il
resto ".
Il linguaggio dabbene della borghesia, ipocritamente
moderato, pieno di luoghi comuni virtuosi, rivela il suo
significato più profondo nella bocca dell'autocrate della
Società dei 10 dicembre, dell'eroe delle merende di St.
Maur e di Satory.
I burgravi del partito dell'ordine non si illusero nemmeno
un istante circa la fiducia che meritava questa effusione.
Quanto ai giuramenti, essi erano disincantati da un pezzo;
vi erano tra loro dei veterani, dei virtuosi dello
spergiuro politico. L'accenno all'esercito non era loro
sfuggito. Essi notarono con sdegno che il messaggio, nella
prolissa enumerazione delle leggi recentemente promulgate,
passava intenzionalmente sotto silenzio la legge più
importante, la legge elettorale, e invece rimetteva al
popolo, in caso di mancata revisione della Costituzione,
l'elezione del presidente nel 1852.
Per il partito dell'ordine, la legge elettorale era la
palla di piombo ai piedi che gli impediva di camminare e
ancor più di andare all'assalto. Inoltre Bonaparte, con lo
scioglimento ufficiale della Società dei 10 dicembre e col
licenziamento del ministro della guerra d'Hautpoul, aveva
sacrificato di mano sua, sull'altare della patria, i capri
espiatori. Aveva spezzato la punta dell'atteso conflitto.
Infine, lo stesso partito dell'ordine cercava
angosciosamente di evitare, di attenuare, di soffocare ogni
conflitto decisivo col potere esecutivo. Per paura di
perdere le conquiste strappate alla rivoluzione, lasciava
che il suo rivale ne godesse i frutti. "La Francia reclama
anzitutto tranquillità." Questo era l'appello che il
partito dell'ordine rivolgeva alla rivoluzione a partire
dal mese di febbraio; questo era l'appello che Bonaparte
rivolgeva al partito dell'ordine. "La Francia reclama
anzitutto tranquillità." Bonaparte commetteva atti tendenti
all'usurpazione; ma il partito dell'ordine commetteva un "
disordine " protestando rumorosamente contro questi atti e
commentandoli con malumore.
Le salsicce di Satory sarebbero rimaste mute come un pesce
se nessuno ne avesse parlato. "La Francia reclama anzitutto
tranquillità." Perciò Bonaparte chiedeva che lo lasciassero
fare in pace le cose sue, e il partito parlamentare era
paralizzato da una duplice paura, dalla paura di provocare
di nuovo l'agitazione rivoluzionaria e dalla paura di
apparire, proprio lui, come fomentatore di disordini agli
occhi della propria classe, agli occhi della borghesia.
Poiché dunque la Francia reclamava anzitutto tranquillità,
il partito dell'ordine non osò, dato che Bonaparte nel suo
messaggio aveva parlato di "pace", rispondere "guerra". Il
pubblico, che si era lusingato di assistere, all'apertura
dell'Assemblea nazionale, a grandi scene di scandalo, fu
deluso nella sua aspettativa. I deputati dell'opposizione,
che chiedevano venissero presentati i verbali della
Commissione permanente relativi agli avvenimenti di
ottobre, furono messi in minoranza. Si evitò per principio
ogni discussione che potesse creare irritazione. I lavori
dell'Assemblea nazionale durante i mesi di novembre e di
dicembre 1850 furono privi di interesse.
Infine, verso la fine di dicembre, incominciarono le
scaramucce a proposito di talune prerogative del
Parlamento. Dal momento che proprio la borghesia, abolendo
il suffragio universale, aveva messo fine alla lotta di
classe, il movimento si perdeva in risse meschine circa le
prerogative dei due poteri.
Uno dei rappresentanti dei popolo, Mauguin, era stato
condannato per debiti. Su richiesta del presidente del
tribunale il ministro della giustizia Rouher, dichiarò che
si doveva senz'altro spiccare un mandato di arresto contro
il debitore. Mauguin fu dunque gettato nella prigione per
debiti. L'Assemblea nazionale, non appena ebbe notizia di
questo attentato, montò su tutte le furie. Non soltanto
ordinò che egli fosse immediatamente rilasciato, ma la sera
stessa, a mezzo del suo graffier, lo fece trarre a viva
forza fuori dalla prigione di Clichy. Ma, per confermare la
propria fede nella santità della proprietà privata, e con
l'intenzione nascosta di aprire in caso di bisogno un asilo
per montagnardi divenuti importuni dichiarò che i
rappresentanti dei popolo potevano essere messi in prigione
per debiti solo a patto che esistesse la previa
autorizzazione dell'Assemblea. Essa si dimenticò di
decretare che anche il presidente poteva venir messo in
prigione per debiti.
Così distruggeva l'ultima apparenza di inviolabilità di cui
erano circondati i propri membri.
Ci si ricorderà che il commissario di polizia Yon, dietro
testimonianze di un tale Alais, aveva accusato una sezione
di decembristi di aver tramato l'assassinio di Dupin e di
Changarnier. A questo proposito, i questori fecero, fin
dalla prima seduta, la proposta di creare una speciale
polizia parlamentare, retribuita sul bilancio privato
dell'Assemblea nazionale e completamente indipendente dal
prefetto di polizia. Il ministro degli interni, Baroche,
protestò contro questa intromissione nella sfera della sua
competenza. Si venne allora a un miserabile compromesso,
secondo il quale il commissario di polizia dell'Assemblea
doveva essere retribuito sul bilancio privato di questa e
designato e revocato dai suoi questori, ma previo accordo
col ministro degli interni. Nel frattempo Alais era stato
tradotto dal governo davanti ai tribunali e qui era stato
facile presentare le sue dichiarazioni come una di
mistificazione e farsi beffe, per bocca dei pubblico
ministero, di Dupin, di Changarnier, di Yon, e di tutta
l'Assemblea nazionale. Ed ecco che il 29 dicembre il
ministro Baroche scrive una lettera a Dupin, chiedendogli
il licenziamento di Yon. L'ufficio di presidenza
dell'Assemblea nazionale decide di mantenere Yon al suo
posto, ma l'Assemblea, spaventata dell'atto di violenza
compiuto nell'affare Mauguin, e avvezza, ogni volta che osa
dare un colpo al potere esecutivo, a riceverne due in
cambio, non sanziona questa decisione. Essa licenzia Yon
per ricompensarlo del suo zelo e si priva di una
prerogativa parlamentare, indispensabile, contro un uomo
che non decide di notte per eseguire di giorno, ma decide
di giorno per eseguire di notte.
Abbiamo visto come l'Assemblea nazionale, nei mesi di
novembre e di dicembre, aveva evitato, in occasioni
importanti, decisive, di impegnare la lotta col potere
esecutivo: si era ritirata. Ora la vediamo costretta ad
accettare la lotta per i motivi più meschini. Nell'affare
Mauguin essa conferma, in via di principio, che i
rappresentanti dei popolo possono essere arrestati per
debiti; ma si riserva di far applicare questo principio
solo ai rappresentanti del popolo che non le vanno a genio
e litiga coi ministro della giustizia per questo privilegio
infame. Invece di utilizzare il preteso progetto di
assassinio per ordinare un'inchiesta sulla Società del 10
dicembre e per smascherare senza pietà Bonaparte nel suo
vero aspetto di capo dei sotto proletariato parigino,
davanti alla Francia e all'Europa, essa lascia ridurre il
conflitto alla questione se la nomina e la rimozione di un
commissario di polizia spetti a lei o al ministro degli
interni. Così durante tutto questo periodo vediamo il
partito dell'ordine costretto dalla sua posizione equivoca
a consumare e spezzettare la sua lotta col potere esecutivo
in una serie di meschini conflitti di competenza, di risse,
di cavilli, di contrasti di potere; costretto a fare delle
più stupide questioni di forma il contenuto della sua
attività. Esso non osa impegnare la battaglia quando questa
ha un'importanza di principio, quando il potere esecutivo
si è veramente smascherato e la causa dell'Assemblea
nazionale sarebbe la causa di tutta la nazione. In tal modo
quest'ultima darebbe alla nazione un ordine di marcia; ma
quello che teme più di tutto è che la nazione si muova. In
Simili occasioni, perciò, il partito dell'ordine respinge
le proposte della Montagna e passa all'ordine del giorno.
Spogliato così il conflitto delle sue grandi dimensioni, il
potere esecutivo attende tranquillamente il momento in cui
può riprenderlo per motivi insignificanti e meschini, che
non offrono più, per così dire, che un interesse
strettamente parlamentare. Allora il furore contenuto dei
partito dell'ordine scoppia; allora questo partito strappa
il sipario che nasconde il retroscena; allora denuncia il
presidente e dichiara la repubblica in pericolo; ma allora
il suo patos appare insipido e il motivo della lotta appare
ormai soltanto un pretesto ipocrita o, in generale, non
degno di un combattimento. La tempesta parlamentare si
trasforma in una tempesta in un bicchier d'acqua; la lotta
diventa intrigo; il conflitto diventa scandalo. Mentre la
gioia maligna delle classi rivoluzionarie si pasce
dell’umiliazione dell'Assemblea nazionale, poiché esse si
appassionano per le prerogative dell'Assemblea altrettanto
quanto l'Assemblea si appassiona per le pubbliche libertà,
la borghesia fuori del Parlamento non comprende come la
borghesia all'interno del Parlamento possa perdere il suo
tempo in risse così meschine e turbare la tranquillità per
rivalità così miserabili col presidente. Essa è sconcertata
da una strategia che fa la pace in un momento in cui tutti
aspettano la guerra, e attacca in un momento in cui tutti
credono che la pace sia conclusa.
Il 20 dicembre Pascal Duprat interpellò il ministro degli
interni sulla lotteria delle verghe d'oro. Questa lotteria
era "figlia dell'Elisio"; Bonaparte l'aveva messa al mondo
insieme con i suoi fedeli, e il prefetto di polizia Carlier
l'aveva posta sotto la sua protezione ufficiale, benché la
legge francese proibisca tutte le lotterie, ad eccezione
delle estrazioni a scopo di beneficenza. Sette milioni di
biglietti, a un franco l'uno, il cui ricavo avrebbe dovuto
essere destinato al trasporto in California dei vagabondi
di Parigi. Da un lato si voleva che dei sogni dorati
cacciassero i sogni socialisti del proletariato di Parigi;
che il miraggio seducente del primo premio cacciasse il
dottrinario diritto al lavoro. Gli operai di Parigi,
naturalmente, non riconoscevano più nelle scintillanti
verghe d'oro della California gli oscuri franchi che erano
stati cavati loro dalle tasche. In sostanza però si
trattava di una vera e propria truffa. I vagabondi che
volevano scoprire le miniere d'oro della California senza
muoversi da Parigi erano Bonaparte stesso e i suoi
cavalieri della tavola rotonda rovinati dai debiti. I tre
milioni accordati dall'Assemblea nazionale erano stati
allegramente consumati; la cassa doveva essere riempita, in
un modo o nell'altro. Invano Bonaparte aveva aperto una
sottoscrizione pubblica per la costruzione di cosiddette
cités ouvrières, e figurava egli stesso capo della
sottoscrizione con una somma rilevante. I borghesi dal
cuore duro attesero con diffidenza che egli versasse la
somma che aveva sottoscritto, e poiché il versamento, com'è
naturale, non ebbe luogo, la speculazione sui castelli in
aria socialisti precipitò miseramente. Le verghe d'oro
ebbero miglior successo. Bonaparte e consorti non si
limitarono a intascare in parte la differenza tra i sette
milioni e il valore delle verghe d'oro messe in lotteria;
ma fabbricarono pure dei biglietti falsi; emisero per un
sol numero dieci, quindici, e sino a venti biglietti. Una
operazione finanziaria conforme allo spirito della Società
del 10 dicembre! Qui l'Assemblea nazionale non aveva più
davanti a sé il fittizio presidente della repubblica, ma
Bonaparte in carne ed ossa. Qui essa poteva coglierlo sul
fatto in conflitto, non con la Costituzione, ma col code
penal. Se essa rinviò l'interpellanza di Duprat e passò
all'ordine del giorno, ciò non avvenne soltanto perché la
proposta di Girardin di dichiararsi "satisfait" richiamava
alla memoria del partito dell'ordine la propria corruzione
sistematica. Il borghese, e soprattutto il borghese
gonfiato alla dignità di uomo di Stato, completa la sua
volgarità pratica con una ridondanza teorica. Come uomo di
Stato egli diventa, al pari del potere dello Stato che gli
sta di fronte, un essere superiore, che può essere
combattuto solo con mezzi superiori, consacrati.
Bonaparte, che proprio come bohèmien e come principe
sottoproletario, aveva sul mascalzone borghese il vantaggio
di poter condurre la lotta con mezzi volgari, quando
l'Assemblea stessa lo ebbe aiutato di propria mano a
superare il terreno sdrucciolevole dei banchetti militari,
delle riviste, della Società dei 10 dicembre, e infine del
code pénal vide che era giunto il momento in cui poteva
passare dall'apparente difensiva all'offensiva. Le piccole
sconfitte subite nel frattempo dal ministri della
giustizia, della guerra, della marina, delle finanze,
sconfitte in cui l'Assemblea nazionale manifestava il suo
ringhio di disappunto, non lo turbavano molto. Non soltanto
impedì ai ministri di dimettersi e di riconoscere in questo
modo la subordinazione del potere esecutivo al Parlamento,
ma dopo aver incominciato, durante le ferie dell'Assemblea
nazionale, a separare il potere militare dal Parlamento,
poté ora condurre a termine la cosa, destituendo
Changarnier.
Un foglio dell'Eliseo pubblicò un ordine del giorno che
sarebbe stato rivolto durante il mese di maggio alla prima
divisione militare, ed emanante quindi da Changarnier, in
cui si raccomandava agli ufficiali, in caso di disordini,
di non dar quartiere ai traditori nelle loro proprie file,
di fucilarli senz'altro e di non mettere le truppe a
disposizione dell'Assemblea nazionale nel caso che questa
le richiedesse. Il 3 gennaio 1851 il gabinetto venne
interpellato a proposito di questo ordine del giorno. Esso
chiede, per esaminare la questione, prima tre mesi, poi una
settimana, infine soltanto ventiquattro ore di riflessione.
L'Assemblea insiste per avere una spiegazione immediata.
Changarnier si leva, dichiara che l'ordine del giorno non è
mai esistito e aggiunge che sarà sempre sollecito
nell'obbedire alle richieste dell'Assemblea nazionale e che
questa, in caso di conflitto, può contare sopra di lui.
L'Assemblea accoglie la sua dichiarazione con applausi
frenetici e gli decreta un voto di fiducia. Mettendosi
sotto la protezione privata di un generale, essa abdica,
decreta la propria impotenza e l'onnipotenza dell'esercito;
ma il generale s'inganna ponendo a disposizione
dell'Assemblea, contro Bonaparte, un potere che egli ha
soltanto in prestito da Bonaparte, e attendendo a sua volta
di essere difeso da questo Parlamento, da questo protettore
che ha bisogno della sua protezione. Ma Changarnier ha fede
nel misterioso potere di cui la borghesia lo ha investito a
partire dal 29 gennaio 1849. Crede di essere il terzo
potere, accanto ai due altri poteri dello Stato e condivide
la sorte degli altri eroi, o piuttosto santi dell'epoca, la
cui grandezza consiste nell'aureola interessata che il loro
partito ha creato intorno ad essi, e che ricadono al
livello di figure banali non appena le circostanze
richiedono loro di far dei miracoli. L'incredulità è, in
generale, la nemica mortale di questi eroi presunti e santi
genuini. Di qui il loro sdegno morale, pieno di dignità,
contro gli spiriti beffardi e poveri di entusiasmo.
La sera stessa i ministri vengono convocati all'Eliseo;
Bonaparte esige la destituzione di Changarnier; cinque
ministri rifiutano di firmarla; il Moniteur annuncia una
crisi ministeriale e la stampa del partito dell'ordine
minaccia la formazione di un esercito del Parlamento, sotto
il comando di Changarnier. Il partito dell'ordine era
autorizzato a ciò dalla Costituzione. Non aveva che da
nominare Changarnier presidente dell'Assemblea nazionale e
da requisire una massa qualsivoglia di soldati per
garantire la propria sicurezza. Poteva farlo tanto più
sicuramente, in quanto Changarnier era effettivamente
ancora alla testa dell'esercito e della Guardia nazionale
di Parigi, e non aspettava che il momento di essere
requisito insieme all'esercito. La stampa bonapartista non
osava nemmeno porre in dubbio il diritto dell'Assemblea
nazionale di requisire direttamente le truppe. Si trattava
quindi di uno scrupolo giuridico che, date le circostanze,
non presagiva nessun successo. È verosimile che l'esercito
avrebbe obbedito all'ordine dell'Assemblea costituente, se
si pensa che Bonaparte dovette cercare otto giorni in tutta
Parigi per trovare infine due generali - Baraguay
d'Hilliers e Saint-Jean d'Angély, che si dichiarassero
disposti a controfirmare la destituzione di Changarnier. Ma
è molto dubbio, al contrario, che il partito dell'ordine
fosse in grado di trovare nelle sue proprie file e nel
Parlamento il numero di voti necessario per una tale
decisione, se si pensa che otto giorni più tardi se ne
staccarono 286 voti, e che la Montagna, ancora nel dicembre
1851, cioè nel momento supremo, respinse una proposta
simile. Tuttavia i burgravi sarebbero forse riusciti ancora
a trascinare la massa del loro partito a un eroismo
consistente nel sentirsi sicuri dietro una selva di
baionette e nell'accettare i servizi di un esercito che era
passato nel loro campo. Invece di far ciò, i signori
burgravi si recarono la sera dei 6 gennaio all'Eliseo per
far desistere Bonaparte, con prudenti e contorte
considerazioni politiche, dalla destituzione di
Changarnier. Quando si cerca di convincere qualcuno, è
perché si riconosce che egli è padrone della situazione.
Bonaparte, rassicurato da questo passo, nomina il 12
gennaio un nuovo ministero in cui rimangono i capi del
ministero precedente, Fould e Baroche. Saint-Jean d'Angély
diventa ministro della guerra, il Moniteur pubblica il
decreto che destituisce Changarnier, e il suo comando viene
diviso tra Baraguay d'Hilliers, che riceve la prima
divisione militare, e Perrot, che riceve la Guardia
nazionale. Il baluardo della società è congedato; e per
questo non cade dal tetti nessun sasso, anzi i corsi della
Borsa sono in rialzo.
Respingendo l'esercito che si era posto a sua disposizione
nella persona di Changarnier e ponendolo in modo così
irrevocabile nelle mani del presidente, il partito
dell'ordine dichiarava che la borghesia aveva perduto la
missione di comandare. Non esisteva già più un ministero
parlamentare; avendo perduto ora anche la possibilità di
disporre dell'esercito e della Guardia nazionale, quale
altro mezzo di azione gli rimaneva per difendere in pari
tempo il potere strappato dal Parlamento al popolo e il
proprio potere costituzionale contro il presidente?
Nessuno. Gli rimaneva ancora l'appello a princìpi privi di
potenzi, che esso stesso aveva sempre considerati soltanto
come regole generali che si prescrivono agli altri per
potersi muovere tanta più liberamente. Con la destituzione
di Changarnier, con l'attribuzione del potere militare a
Bonaparte si chiude la prima parte del periodo che stiamo
considerando, del periodo della lotta tra il partito
dell'ordine e il potere esecutivo. La guerra tra questi due
poteri è ora apertamente dichiarata e viene condotta
apertamente, ma solo dopo che il partito dell'ordine ha
perduto le armi e i soldati. Senza ministero, senza
esercito, senza popolo, senza opinione pubblica, dopo la
legge elettorale dei 31 maggio non più rappresentante della
nazione sovrana, senz'occhi, senz'orecchi, senza denti,
senza tutto, l'Assemblea nazionale si era trasformata a
poco a poco in un Parlamento della vecchia Francia,
costretto ad abbandonare l'azione al governo e a limitarsi
a ringhiose rimostranze post festum.
Il partito dell'ordine accoglie il nuovo ministero con una
tempesta d'indignazione. Il generale Bedeau richiama alla
memoria la moderazione di cui aveva dato prova durante le
ferie la Commissione permanente, e l'estremo riguardi con
cui essa aveva rinunciato alla pubblicazione dei suoi
verbali. Allora il ministro degli interni insiste di
persona perché vengano pubblicati questi verbali, che ora,
naturalmente, sono diventati insipidi come l'acqua stantia,
non rivelano nessun fatto nuovo e cadono tra il pubblico
ormai stanco senza produrre il minimo effetto. Su proposta
di Rémusat, l'Assemblea nazionale si ritira nei suoi uffici
e nomina un "comitato di misure straordinarie". Parigi non
abbandona il corso della sua vita quotidiana; tanto più che
in questo momento il commercio è prospero, le manifatture
lavorano, i prezzi del grano sono bassi, i viveri sono
abbondanti e le casse di risparmio ricevono ogni giorno
nuovi depositi. Le "misure straordinarie" che il Parlamento
ha annunciato con tanto chiasso si riducono, il 18 gennaio,
a un voto di sfiducia contro il ministero, senza che venga
nemmeno fatta menzione del generale Changarnier. Il partito
dell'ordine era obbligato a formulare il suo voto a questo
modo per assicurarsi i voti dei repubblicani, perché, fra
tutte le misure prese dal ministero, la destituzione di
Changarnier era proprio l'unica che questi approvassero,
mentre di fatto il partito dell'ordine non poteva criticare
le altre misure ministeriali, che esso stesso aveva
dettate.
La mozione di sfiducia dei 18 gennaio venne approvata con
415 voti contro 286. Fu dunque approvata soltanto per mezzo
di una coalizione dei legittimisti e degli orleanisti
dichiarati coi repubblicani puri e con la Montagna. Fu
dimostrato in tal modo che il partito dell'ordine aveva
perduto non soltanto il ministero, non soltanto l'esercito,
ma nei conflitti con Bonaparte aveva perduto anche la
propria maggioranza parlamentare indipendente; fu
dimostrato che un gruppo di rappresentanti aveva disertato
il suo campo, per spirito di conciliazione spinto al
fanatismo, per paura della lotta, per stanchezza, per un
riguardo di famiglia verso i consanguinei stipendiati dallo
Stato, per speculazione sui futuri posti ministeriali
vacanti (Odilon Barrot), per il volgare egoismo onde il
borghese ordinario è sempre disposto a sacrificare
l'interesse generale della sua classe a questo o a quel
motivo privato. I rappresentanti bonapartisti appartenevano
fin da prima al partito dell'ordine soltanto per la lotta
contro la rivoluzione. Già in quel momento il capo del
partito cattolico, Montalembert, disperando della vitalità
del partito parlamentare, gettava la sua influenza dalla
parte di Bonaparte. I capi del partito parlamentare,
infine, Thiers e Berryer, orleanista l'uno, legittimista
l'altro, erano costretti a proclamarsi apertamente
repubblicani; a riconoscere che se il loro cuore era
monarchico, la loro testa era repubblicana; che la loro
repubblica parlamentare era l'unica forma possibile di
dominio della borghesia nel suo assieme. Erano così
costretti a bollare agli occhi della stessa classe
borghese, come intrighi altrettanto pericolosi quanto
insensati, i piani di restaurazione che essi stessi
tramavano indefessamente alle spalle del Parlamento.
Il voto di sfiducia del 18 gennaio colpiva i ministri, non
il presidente. Ma non il ministero, bensì il presidente
aveva destituito Changarnier. Doveva il partito dell'ordine
mettere in stato d'accusa Bonaparte stesso? Per le sue
velleità di restaurazione? Ma queste non facevano altro che
completare le. proprie. Per la sua cospirazione nelle
riviste militari e nella società dei 10 dicembre? Ma questi
argomenti erano stati seppelliti da tempo sotto ordini del
giorno puri e semplici. Per la destituzione dell'eroe del
29 gennaio e del 13 giugno, dell'uomo che nel maggio 1850
minacciava, in caso di una sommossa a Parigi, di appiccare
il fuoco ai quattro angoli della città? I suoi alleati
della Montagna e Cavaignac non permettevano al partito
dell'ordine di risollevare il caduto baluardo della società
nemmeno con una semplice manifestazione ufficiale di
condoglianza. Per conto proprio gli uomini del partito
dell'ordine non potevano contestare al presidente la
facoltà costituzionale di destituire un generale. Essi
smaniavano soltanto perché egli aveva fatto uso dei suoi
diritti costituzionali in modo antiparlamentare. Ma non
avevano proprio loro fatto continuamente uso delle loro
prerogative parlamentari in modo anticostituzionale,
specialmente nella soppressione del suffragio universale?
Essi erano dunque tenuti a muoversi strettamente entro i
limiti del Parlamento. E dovevano essere colpiti da quella
particolare malattia che a partire dal 1848 ha infierito su
tutto il Continente, il cretinismo parlamentare, malattia
che relega quelli che ne sono colpiti in un mondo
immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni
comprensione del rozzo mondo esteriore; dovevano essere
colpiti da quel cretinismo parlamentare mentre, dopo aver
distrutto con le loro mani tutte le condizioni del potere
dei Parlamento, dopo esser stati costretti a distruggerle
nella loro lotta con le altre classi, consideravano ancora
le loro vittorie parlamentari vere vittorie e, battendo i
suoi ministri, credevano di colpire il presidente. Essi
offrivano a quest'ultimo unicamente l'occasione di umiliare
ancora una volta l'Assemblea nazionale agli occhi della
nazione. Il 20 gennaio il Moniteur annunciava che le
dimissioni di tutto il ministero erano accettate; e col
pretesto che nessun partito parlamentare possedeva più la
maggioranza, come dimostrava il voto del 18 gennaio, frutto
della coalizione della Montagna e dei monarchici, e in
attesa che si formasse una nuova maggioranza, Bonaparte
nominò un cosiddetto ministero di transizione, nessun
membro del quale apparteneva al Parlamento, e che era
composto esclusivamente di individui assolutamente
sconosciuti e insignificanti, un ministero di semplici
commessi e di scrivani. Il partito dell'ordine poteva ora
esaurirsi nel gioco cori queste marionette; il potere
esecutivo non considerava più che valesse la pena di essere
seriamente rappresentato nel Parlamento. Bonaparte
concentrava nella sua persona tutto il potere esecutivo in
modo altrettanto più palese; e aveva tanto maggiore libertà
di sfruttarlo ai propri scopi, quanto più i suoi ministri
erano semplici comparse.
Il partito dell'ordine, coalizzato con la Montagna, si
vendicò respingendo l'assegno presidenziale di 1.800.000
franchi che il presidente della Società del 10 dicembre
aveva obbligato i suoi commessi ministeriali a chiedere al
Parlamento. Questa volta la maggioranza fu di soli centodue
voti. Dal 18 gennaio altri ventisette voti si erano dunque
squagliati. La decomposizione dei partito dell'ordine
proseguiva. Nello stesso tempo, il partito dell'ordine,
affinché non ci si ingannasse nemmeno un momento circa il
significato della sua coalizione con la Montagna, non degnò
nemmeno di prendere in considerazione una proposta di
amnistia generale per i condannati politici, firmata da 189
membri della Montagna. Bastò che il ministro degli interni,
un tal Vaïsse, dichiarasse che la tranquillità era soltanto
apparente, che in segreto regnava una grande agitazione,
che si organizzavano società dappertutto in segreto, che i
giornali democratici prendevano le loro disposizioni per
apparire di nuovo, che i rapporti delle province erano
sfavorevoli, che i profughi di Ginevra organizzavano una
congiura che si estendeva da Lione a tutto il mezzogiorno
della Francia, che la Francia si trovava sull'orlo di una
crisi industriale e commerciale, che i fabbricanti di
Roubaix avevano ridotto la giornata di lavoro, che i
prigionieri di Belle-Isle si erano ribellati, bastò che un
semplice Vaïsse evocasse lo spettro rosso, perché il
partito dell'ordine respingesse senza discussione una
proposta che avrebbe dato alla Assemblea nazionale una
popolarità immensa e avrebbe nuovamente gettato Bonaparte
nelle sue braccia. Invece di lasciarsi intimidire dal
potere esecutivo con la prospettiva di nuovi disordini,
l'Assemblea avrebbe dovuto dare un po' di campo libero alla
lotta di classe, per mantenere il potere esecutivo alle sue
dipendenze. Ma non si sentiva la forza di giocare col
fuoco.
Frattanto il cosiddetto ministero di transizione vegetò
fino a metà del mese di aprile. Bonaparte stancava
l'Assemblea nazionale e si faceva beffe di essa con sempre
nuove combinazioni ministeriali. Ora sembrava che volesse
costituire un ministero repubblicano con Lamartine e
Billault; ora un ministero parlamentare con l'inevitabile
Odilon Barrot, il cui nome non poteva mai mancare quando
occorreva un minchione; ora un ministero legittimista con
Vatimesnil e Benoit d'Azy; ora un ministero orleanista con
Maleville.
Mentre egli manteneva così le differenti frazioni del
partito dell'ordine in uno stato di tensione reciproca, e
le spaventava tutte con la visione di un ministero
repubblicano e della restaurazione in questo caso
inevitabile, del suffragio universale, nello stesso tempo
creava nella borghesia la convinzione che i suoi sforzi
sinceri per creare un ministero parlamentare si rompessero
contro l'inconciliabilità delle frazioni monarchiche. Ma la
borghesia reclamava un "governo forte" con tanto maggior
forza, e tanto più imperdonabile le sembrava il fatto che
si lasciasse la Francia "senza amministrazione", quanto più
pareva si avvicinasse una crisi commerciale generale che
avrebbe rafforzato il socialismo nelle città, come i bassi
prezzi rovinosi dei cereali lo rafforzavano nelle campagne.
Il commercio diventava di giorno in giorno più fiacco; il
numero delle braccia disoccupate aumentava a vista
d'occhio; a Parigi, 10.000 operai per lo meno erano senza
pane; a Rouen, Mulhouse, Lione, Roubaix, Tourcoing, St.
Etienne, Elbeuf, ecc., innumerevoli fabbriche erano chiuse.
In queste circostanze Bonaparte poté osare di restaurare,
l'11 aprile, il ministero del 18 gennaio: i signori Rouher,
Fould, Baroche, ecc., rafforzati dal signor Léon Faucher,
che l'Assemblea costituente, durante i suoi ultimi giorni
di vita, aveva colpito con un voto di sfiducia
all'unanimità, eccetto cinque voti di cinque ministri, per
divulgazione di comunicazioni telegrafiche false.
L'Assemblea nazionale aveva dunque riportato il 18 gennaio
una vittoria sul ministero; aveva lottato per tre mesi
contro Bonaparte, affinché l'11 aprile Fould e Baroche
potessero prendere come terzo nella loro associazione
ministeriale il puritano Faucher.
Se nel novembre 1849 Bonaparte si era accontentato di un
ministero non parlamentare e nel gennaio 1851 di un
ministero extraparlamentare, l'11 aprile si sentì
abbastanza forte per formare un ministero antiparlamentare,
un ministero che riuniva in sé in modo armonico i voti di
sfiducia delle due Assemblee, la Costituente e la
Legislativa, la repubblicana e la monarchica. Questa
successione di ministeri era il termometro secondo cui il
Parlamento poteva misurare la diminuzione del proprio
calore vitale. A fine aprile era caduto così in basso che
Persigny, in un abboccamento personale con Changarnier,
poté invitarlo a passare dalla parte del presidente.
Bonaparte, gli assicurò, considera completamente distrutta
l'influenza dell'Assemblea nazionale ed è già pronto il
proclama che dovrà essere pubblicato dopo il colpo di stato
continuamente progettato, ma per ora nuovamente rinviato.
Changarnier comunicò ai capi del partito dell'ordine questo
annunzio di morte, ma chi ha mai creduto che la morsicatura
delle cimici sia mortale? E il Parlamento, così battuto,
così disfatto, così agonizzante com'era, non poteva
rassegnarsi a vedere nel duello col capo grottesco della
Società dei 10 dicembre altra cosa che il duello con una
cimice. Ma Bonaparte rispose al partito dell'ordine come
Agesilao al re Agide: "Ti sembro formica ma un giorno sarò
leone".
VI
La coalizione con la Montagna e coi repubblicani puri, a
cui il partito dell'ordine si era visto condannato nei suoi
vani tentativi per restare in possesso del potere militare
e per riconquistare la direzione suprema del potere
esecutivo, provava in modo inconfutabile che esso aveva
perduto la propria maggioranza parlamentare. La forza pura
e semplice del calendario, la lancetta dell'orologio,
dette, il 29 maggio, il segnale della sua completa
decomposizione. Il 29 maggio cominciava l'ultimo anno di
vita dell'Assemblea nazionale. Essa doveva ormai decidersi,
o per la proroga senza modificazioni, o per la revisione
della Costituzione. Ma revisione della Costituzione non
significava soltanto l'alternativa: dominio della borghesia
o della democrazia piccolo-borghese, democrazia o anarchia
proletaria, repubblica parlamentare o Bonaparte;
significava altresì l'alternativa: Orléans o Borbone. Così
cadde in mezzo al Parlamento il pomo della discordia
attorno al quale doveva scoppiare apertamente il conflitto
di interessi che divideva il partito dell'ordine in
frazioni ostili. Il partito dell'ordine era una
combinazione di sostanze sociali eterogenee. La questione
della revisione creò una temperatura politica con la quale
il prodotto si scompose di nuovo nel suoi elementi
costitutivi.
L'interesse dei bonapartisti alla revisione era semplice.
Per essi si trattava innanzi tutto della soppressione
dell'articolo 45, che vietava la rielezione di Bonaparte e
la proroga dei suoi poteri. Non meno semplice sembrava la
posizione dei repubblicani. Essi respingevano in modo
assoluto ogni revisione; vedevano nella revisione una
congiura generale contro la repubblica. Poiché disponevano
di più di un quarto dei voti dell'Assemblea nazionale, e
poiché secondo la Costituzione si richiedevano i tre quarti
dei voti affinché si potesse legalmente decidere la
revisione e convocare un'Assemblea chiamata a realizzarla,
non avevano che da contare i loro voti per esser sicuri
della vittoria. E della vittoria erano sicuri.
Di fronte a queste posizioni chiare, il partito dell'ordine
era in preda a contraddizioni inesplicabili. Se respingeva
la revisione metteva in pericolo lo status quo perché
lasciava a Bonaparte una sola via d'uscita, il ricorso alla
forza; perché abbandonava la Francia, nel momento della
decisione, la seconda [domenica] di maggio del 1852,
all'anarchia rivoluzionaria, con un presidente che aveva
perduto la sua autorità, con un Parlamento che da tempo non
l'aveva più e con un popolo che pensava di riconquistarla.
Se votava per la revisione secondo la Costituzione, sapeva
che votava invano e che, secondo la Costituzione sarebbe
naufragato per il veto dei repubblicani. Se, violando la
Costituzione, dichiarava sufficiente la maggioranza dei
voti, poteva sperare di dominare la rivoluzione soltanto
sottomettendosi senza riserve alla discrezione del potere
esecutivo e facendo così di Banaparte il padrone della
Costituzione, della revisione e dello stesso partito
dell'ordine. Una revisione solamente parziale, che
prolungasse i poteri del presidente, spianava il cammino
all'usurpazione imperiale. Una revisione generale, che
abbreviasse l'esistenza della repubblica, portava
inevitabilmente a un conflitto delle aspirazioni
dinastiche, perché le condizioni per una restaurazione
borbonica e le condizioni per una restaurazione orleanista
non soltanto erano diverse, ma si escludevano a vicenda.
La repubblica parlamentare era più che il terreno neutrale
su cui le due frazioni della borghesia francese, i
legittimisti e gli orleanisti, la grande proprietà
fondiaria e l'industria, potevano vivere l'una accanto
all'altra a parità di diritti. Era la condizione
indispensabile del loro dominio comune, l'unica forma di
Stato in cui il loro interesse generale di classe potesse
subordinare a sé tanto le pretese delle sue frazioni
singole, quanto tutte le altre classi della società. Come
monarchici essi ricadevano nel loro vecchio antagonismo,
nella lotta per la supremazia della grande proprietà
fondiaria o del danaro, e l'espressione più alta di questo
antagonismo, la sua personificazione, erano i loro stessi
re, le loro dinastie. Di qui la resistenza del partito
dell'ordine al richiamo dei Borboni.
L'orleanista e rappresentante del popolo Créton aveva
presentato periodicamente, nel 1849, nel 1850 e nel 1851,
la proposta che venisse revocato il decreto che bandiva le
famiglie reali. Il Parlamento aveva quindi offerto,
altrettanto periodicamente, lo spettacolo di un'assemblea
di monarchici, che ostinatamente sbarrava ai re banditi la
porta attraverso la quale essi avrebbero potuto ritornare.
Riccardo III aveva assassinato Enrico VI dichiarando che
egli era troppo buono per questo mondo, e che il suo posto
era nel cielo. Essi dichiaravano che la Francia era troppo
cattiva per possedere di nuovo i suoi re. Costretti dalla
forza delle circostanze, erano diventati repubblicani e
sanzionavano di bel nuovo la decisione del popolo che aveva
cacciato dalla Francia i loro re.
La revisione della Costituzione - e le circostanze
costringevano a prenderla in considerazione - poneva in
discussione, insieme alla repubblica, anche il dominio
comune delle due frazioni della borghesia, e rendendo
possibile la monarchia, riattizzava la rivalità degli
interessi che la monarchia aveva rappresentato di volta in
volta in modo preminente; riaccendeva la lotta per la
supremazia di una frazione sull'altra. I diplomatici del
partito dell'ordine credevano di poter trovare un
compromesso con una unione delle due dinastie, con quella
che essi chiamavano una fusione dei partiti monarchici e
delle loro case reali. Ma la vera fusione della
Restaurazione e della Monarchia di luglio era la repubblica
parlamentare, in cui i colori orleanisti e legittimisti
erano svaniti e le differenti specie di borghesi erano
scomparse nel borghese senza aggettivi, nel genere
borghese. L'orleanista sarebbe ora dovuto diventare
legittimista, il legittimista orleanista. La monarchia, in
cui si incarnava il loro dissidio, sarebbe dovuta diventare
la incarnazione della loro unità; l'espressione dei loro
interessi esclusivi di frazione sarebbe dovuta diventare
l'espressione dei loro interessi comuni di classe; la
monarchia avrebbe dovuto fare ciò che soltanto la negazione
di due monarchie, cioè la repubblica, aveva potuto fare e
aveva fatto. Era questa la pietra filosofale, per fabbricar
la quale si rompevano la testa i dottori del partito
dell'ordine. Come se la monarchia legittima potesse mai
diventare la monarchia della borghesia industriale o il
regno della borghesia diventare il regno dell'aristocrazia
fondiaria ereditaria. Come se la grande proprietà fondiaria
e l'industria potessero fraternizzare sotto una sola
corona, mentre la corona poteva cadere sopra una testa
sola, o su quella del primogenito o su quella del cadetto.
Come se l'industria potesse, in generale, conciliarsi con
la proprietà fondiaria, sino a che la proprietà fondiaria
non si decide a diventare anch'essa industriale. Se Enrico
V morisse domani, il conte di Parigi non diventerebbe
perciò il re dei legittimisti, a meno che non finisse di
essere il re degli orleanisti. Ma i filosofi della fusione,
che tanto più si facevano avanti quanto più diventava
attuale la questione della revisione, che si erano creati
nell'Assemblée nationale un organo quotidiano ufficiale che
persino oggi (febbraio 1852) sono nuovamente all'opera,
attribuivano tutte le difficoltà alla resistenza e alla
rivalità delle due dinastie. I tentativi di riconciliare la
famiglia di Orléans con Enrico V, incominciati sin dalla
morte di Luigi Filippo, ma condotti, come tutti gli
intrighi dinastici, soltanto durante le ferie
dell'Assemblea nazionale, negli intermezzi, dietro le
quinte, più come una civetteria sentimentale con la vecchia
superstizione che come un affare presa sul serio, divennero
ora azioni capitali e di Stato, vennero portati dal partito
dell'ordine sulla scena pubblica e non più soltanto sulla
scena dei teatrini dei dilettanti. I corrieri volavano da
Parigi a Venezia, da Venezia a Claremont, da Claremont a
Parigi. Il conte di Chambord lancia un manifesto in cui
annuncia, "con l'aiuto di tutti i membri della sua
famiglia", non la propria restaurazione, ma ,la
restaurazione "nazionale". L'orleanista Salvandy si getta
ai piedi di Enrico V. I capi legittimisti Berryer, Benôit
d'Azy, Saint-Priest, si recano a Claremont per convincere
gli Orléans, ma invano. I fusionisti si accorgono troppo
tardi che gli interessi delle due frazioni della borghesia
non perdono il loro carattere esclusivo e non diventano più
facilmente conciliabili per il fatto che si acuiscono nella
forma di interessi di famiglia, di interessi di due case
reali. Anche se Enrico V avesse riconosciuto come suo
successore il conte di Parigi - e questo era l'unico
successo che nel migliore dei casi, la fusione potesse
avere -, la casa di Orléans non avrebbe guadagnato nessun
diritto che già non fosse assicurato dalla mancanza di
figli di Enrico V, e avrebbe perduto tutti i diritti che
aveva conquistato con la rivoluzione di luglio. Essa
avrebbe rinunciato alle sue pretese originarie, a tutti i
titoli che aveva strappato alla branca primogenita dei
Borboni in una lotta quasi secolare, avrebbe barattato le
sue prerogative storiche, le prerogative della monarchia
moderna, con la prerogativa del suo albero genealogico. La
fusione non era dunque altro che un'abdicazione volontaria
della casa di Orléans, la sua rinuncia legittimista, il suo
ritorno contrito dalla Chiesa di Stato protestante alla
Chiesa cattolica. E questo ritorno non la rimetteva nemmeno
sul trono che essa aveva perduto, ma soltanto sui gradini
del trono su cui era nata. I vecchi ministri orleanisti,
Guizot, Duchâtel, ecc., che si precipitarono egualmente a
Claremont per sollecitare la fusione, esprimevano in
sostanza soltanto il disgusto per la rivoluzione di luglio,
la mancanza di fiducia nella monarchia borghese e nella
monarchia dei borghesi, la fede superstiziosa nella
legittimità come ultimo amuleto contro l'anarchia. Mentre
immaginavano di essere mediatori tra gli Orléans e i
Borboni, erano effettivamente soltanto orleanisti
rinnegati, e come tali li ricevette il principe di
Joinville. La parte vitale, combattiva, degli orleanisti,
invece, Thiers, Baze, ecc., ebbero tanto miglior giuoco nel
convincere la famiglia di Luigi Filippo che se ogni
restaurazione monarchica immediata presupponeva la fusione
delle due dinastie, ogni fusione delle due dinastie
presupponeva però l'abdicazione della casa di Orléans,
mentre era pienamente conforme alla tradizione dei loro
predecessori riconoscere temporaneamente la repubblica ed
aspettare sino a che gli avvenimenti permettessero di
cambiare il seggio presidenziale in un trono. Si diffuse la
voce della candidatura presidenziale del principe di
Joinville; si mantenne desta la curiosità pubblica; e
alcuni mesi dopo, respinta la revisione, questa candidatura
venne proclamata pubblicamente.
Il tentativo di una fusione monarchica tra orleanisti e
legittimisti non era dunque soltanto fallito, ma aveva
anche spezzato la loro fusione parlamentare, la loro forma
comune repubblicana, e aveva nuovamente decomposto il
partito dell'ordine nei suoi elementi originari. Ma quanto
più diventavano tese le relazioni tra Claremont e Venezia,
quanto più si rompeva il loro accordo e l'agitazione per
Joinville guadagnava terreno, tanto più attive, tanto più
serie si facevano le trattative tra Faucher, il ministro di
Bonaparte, e i legittimisti.
La dissoluzione del partito dell'ordine non si arrestò ai
suoi elementi primitivi. Ognuna delle sue grandi frazioni
si suddivise ancora, a sua volta. Sembrava che tutte le
vecchie sfumature che si erano urtate e combattute
nell'interno di ognuno dei due gruppi, tanto dei
legittimisti quanto degli orleanisti, fossero tornate a
galla al pari di infusori disseccati messi a contatto con
l'acqua, come se avessero nuovamente acquistato tanta forza
da poter costituire gruppi propri e alimentare per proprio
conto degli antagonismi. I legittimisti sognavno di essere
tornati ai conflitti tra le Tuileries e il Pavillon Marsan,
tra Villlèle e Polignac. Gli orleanisti rivivevano l'età
dell'oro dei tornei tra Guizot, Molè, Broglie, Thiers e
Odilon Barrot.
La frazione del partito dell'ordine che era favorevole alla
revisione, ma era divisa a proposito dei limiti della
revisione stessa, composta di legittimisti, diretti da
Berryer e Falloux, da una parte, da La Rochejacquelein
dall'altra, e dagli orleanisti stanchi di combattere,
diretti da Molé, Montalembert e Odilon Barrot, si unì coi
rappresentanti bonapartisti per presentare la seguente
proposta indeterminata e generica: "I sottoscritti
rappresentanti, allo scopo di restituire alla nazione il
pieno esercizio della sua sovranità, propongono che la
Costituzione venga riveduta". In pari tempo però essi
dichiararono unanimemente, per bocca del loro relatore
Tocqueville, che l'Assemblea nazionale non aveva diritto di
proporre l'abolizione della repubblica e che questo diritto
spettava soltanto alla camera di revisione. Inoltre
aggiunsero che la Costituzione poteva essere riveduta
soltanto in modo "legale", cioè soltanto se lo decideva la
maggioranza di tre quarti dei voti prescritta dalla
Costituzione. Dopo sei giorni di dibattiti tumultuosi il 19
luglio, come era da prevedere, la revisione venne respinta.
Vi furono 446 voti a favore, ma 278 contro. Gli orleanisti
decisi, come Thiers, Changarnier, ecc., votarono coi
repubblicani e con la Montagna.
La maggioranza si dichiarava dunque contro la Costituzione;
ma la Costituzione stessa si dichiarava per la minoranza e
dava alla sua decisione carattere obbligatorio. Ma forse
che il partito dell'ordine non aveva subordinato la
Costituzione alla maggioranza parlamentare, il 31 maggio
1850 e il 13 giugno 1849? Forse che tutta la sua politica
non si era fondata, sino a quel giorno, sulla
subordinazione degli articoli della Costituzione alle
decisioni della maggioranza parlamentare? Non aveva esso
lasciato ai democratici e punito nei democratici la
credenza biblica alla lettera della legge? Ma in questo
momento revisione della Costituzione non significava altro
che proroga dei poteri presidenziali, e proroga della
Costituzione non significava altro che destituzione di
Bonaparte. Il Parlamento si era pronunciato per lui; ma la
Costituzione si pronunciava contro il Parlamento. Egli
agiva dunque secondo il pensiero del Parlamento se lacerava
la Costituzione, e agiva secondo lo spirito della
Costituzione se dava lo sfratto al Parlamento.
Il Parlamento aveva dichiarato "fuori della maggioranza" la
Costituzione e, con essa, il proprio dominio; con la sua
decisione aveva soppresso la Costituzione e prorogato i
poteri presidenziali, pur dichiarando in pari tempo che né
l'una poteva morire né gli altri potevano vivere sino a che
il Parlamento continuasse ad esistere. Ma già erano alle
porte coloro che dovevano sotterrarlo. Mentre esso
discuteva della revisione, Bonaparte allontanava il
generale Baraguay d'Hilliers, che si mostrava indeciso, dal
comando della prima divisione militare, e nominava al suo
posto il generale Magnan, il vincitore di Lione, l'eroe
delle giornate di dicembre, una delle sue creature, che già
sotto Luigi Filippo si era più o meno compromesso con lui
in occasione della spedizione di Boulogne.
Con la sua decisione circa la revisione, il partito
dell'ordine provava che non sapeva né dominare né servire,
né vivere né morire, né tollerare la repubblica né
rovesciarla, né mantenere la Costituzione né sbarazzarsene,
né collaborare col presidente né romperla con lui. Da chi
attendeva dunque la soluzione di tutte queste
contraddizioni? Dal calendario, dal corso degli
avvenimenti. Cessava di attribuirsi un potere sugli
avvenimenti. Provocava in questo modo gli avvenimenti a
fargli violenza; provocava il potere a cui nella lotta
contro il popolo aveva ceduto l'uno dopo l'altro i suoi
attributi, sino a trovarsi di fronte ad esso privo di
forza. Affinché il capo del potere esecutivo potesse
elaborare con maggior tranquillità il piano di lotta contro
di esso, rafforzare i suoi mezzi di attacco, scegliere le
sue armi, consolidare le sue posizioni, il partito
dell'ordine decise, in un momento così critico, di
abbandonare la scena e di aggiornarsi per tre mesi, dal 10
agosto al 4 novembre.
Non soltanto il partito parlamentare si era diviso nelle
sue due grandi frazioni, non soltanto ognuna di queste
frazioni a sua volta si disgregava, ma il partito
dell'ordine nel Parlamento era in contrasto col partito
dell'ordine fuori del Parlamento. Gli oratori della
borghesia e i suoi esegeti, la sua tribuna e la sua stampa,
in una parola, gli ideologi della borghesia e la borghesia
stessa, i rappresentanti e i rappresentati erano diventati
estranei gli uni agli altri e non si comprendevano più.
I legittimisti delle provincie, col loro orizzonte
ristretto e il loro entusiasmo illimitato, accusavano i
loro capi parlamentari, Berryer e Falloux, di aver
disertato nel campo bonapartista e abbandonato Enrico V. La
loro intelligenza liliale credeva al peccato originale ma
non credeva alla diplomazia.
Incomparabilmente più fatale e decisiva era la rottura tra
la borghesia commerciale e i suoi uomini politici. Essa non
rimproverava loro, come i legittimisti ai loro
rappresentanti, di aver abbandonato i principi, ma al
contrario, di rimaner attaccati a princìpi divenuti
inutili.
Ho già accennato prima che, dal momento dell'ingresso di
Fould nel ministero, quella parte della borghesia
commerciale che si era attribuita la parte del leone del
potere sotto Luigi Filippo, l'aristocrazia finanziaria, era
diventata bonapartista. Fould non rappresentava soltanto
gli interessi di Bonaparte in Borsa; egli rappresentava
anche gli interessi di Borsa presso Bonaparte. La posizione
del l'aristocrazia finanziaria è descritta nel modo più
evidente dal suo organo europeo, l'Economist di Londra. Nel
suo numero del I° febbraio 1851 questo giornale pubblica la
seguente corrispondenza da Parigi: "Abbiamo ora potuto
rilevare da tutte le parti che la Francia aspira
soprattutto alla tranquillità. La cosa è stata dichiarata
dal presidente nel suo messaggio all'Assemblea legislativa;
la tribuna dell'Assemblea gli ha fatto eco; i giornali lo
confermano; i preti lo proclamano dal pulpito; la cosa è
provata dalla sensibilità dei titoli di Stato alla minima
prospettiva di disordini, dalla loro fermezza ogni volta
che il potere esecutivo ha il sopravvento"
Nel suo numero del 29 novembre 1851 l'Economist dichiara,
in nome proprio: "In tutte le Borse d'Europa il presidente
è riconosciuto come sentinella dell'ordìne". L'aristocrazia
finanziaria condannava dunque la lotta parlamentare del
partito dell'ordine contro il potere esecutivo come cosa
che turbava l'ordine, e celebrava ogni vittoria del
presidente sui rappresentanti del sedicente partito
dell'ordine come vittoria dell'ordine. Si deve intendere
qui per aristocrazia finanziaria non soltanto i grandi
appaltatori di prestiti statali e gli speculatori sui
valori dello Stato, il cui interesse si comprende
agevolmente che coincida con gli interessi del potere dello
Stato. Tutti gli affari finanziari moderni, tutta
l'economia bancaria è connessa nel modo più intimo col
credito pubblico. Una parte del loro capitale commerciale
viene necessariamente investito in valori di Stato
rapidamente convertibili. I loro depositi, il capitale
posto a loro disposizione e da loro ripartito tra
commercianti e industriali, proviene in parte dai dividendi
dei possessori di rendita dello Stato. Se per il mercato
monetario nel suo complesso e per i sacerdoti di questo
mercato la stabilità del potere dello Stato in ogni epoca
ha fatto le veci di Mosè e dei profeti, come potrebbe
essere diversamente oggi in cui ogni diluvio minaccia di
travolgere, insieme ai vecchi Stati, anche i vecchi debiti
di Stato?
Anche la borghesia industriale, nel suo fanatismo
dell'ordine, era irritata dalle risse del partito
parlamentare dell'ordine col potere esecutivo. Thiers,
Anglès, Sainte-Beuve, ecc., dopo il loro voto del 18
gennaio in occasione della destituzione di Changarnier,
ricevettero rimostranze pubbliche proprio dai loro elettori
dei distretti industriali nelle quali specialmente la loro
coalizione con la Montagna veniva bollata come alto
tradimento della causa dell'ordine. Se è vero, come
,abbiamo visto, che le canzonature spavalde e gli intrighi
meschini in cui si era manifestata la lotta del partito
dell'ordine contro il presidente non meritavano accoglienza
migliore, è vero d'altra parte che questo partito borghese,
il quale esigeva che i suoi rappresentanti lasciassero
passare senza resistenza il potere militare dalle mani del
loro proprio Parlamento in quelle di un pretendente
d'avventura, non era nemmeno degno degli intrighi che si
ordivano nel suo interesse. Esso faceva capire che la lotta
per la difesa dei suoi interessi pubblici, dei suoi
interessi di classe, del suo potere politico, in quanto
disturbava i suoi affari privati lo molestava e gli dava
fastidio.
I notabili borghesi delle città di provincia, i magistrati,
i giudici di commercio ecc. ricevevano Bonaparte
dappertutto, quasi senza eccezione, nei suoi viaggi
circolari, nel modo più servile, anche se, come a Digione,
egli attaccava senza alcun riguardo l'Assemblea nazionale e
in special modo il partito dell'ordine.
Quando gli affari, andavano bene, come al principio del
1851, la borghesia commerciale si scagliava contro ogni
lotta parlamentare che potesse nuocere al commercio. Quando
il commercio andò male, come avvenne continuamente a
partire dalla fine del febbraio 1851, essa accusò le lotte
parlamentari di essere la causa del ristagno, e reclamò ad
alta voce che si facessero tacere, affinché il commercio
potesse riprendere voce. I dibattiti sulla revisione
caddero appunto in questo momento sfavorevole, e poiché si
trattava della vita o della morte della forma statale
esistente, tanto più la borghesia si sentì in diritto di
esigere dai suoi rappresentanti che mettessero fine a
quella tormentosa provvisorietà; in diritto di reclamare in
pari tempo il mantenimento dello status quo. Né c'era in
ciò contraddizione alcuna. Metter fine allo stato di cose
provvisorio significava per essa precisamente prolungarne
l'esistenza, rinviare a un futuro lontano il momento in cui
sarebbe stato necessario prendere una decisione. Lo status
quo poteva essere mantenuto soltanto in due modi: o con la
proroga dei poteri di Bonaparte, o col suo ritiro, conforme
alla Costituzione, e con la elezione di Cavaignac. Una
parte della borghesia desiderava quest'ultima soluzione, ma
non sapeva dare ai suoi rappresentanti nessun miglior
consiglio che di tacere e di lasciare impregiudicata questa
ardente questione. Se i suoi rappresentanti non avessero
parlato, pensava, Bonaparte non avrebbe agito. E desiderava
un Parlamento struzzo, che nascondesse la testa per non
farsi vedere. Un'altra parte della borghesia, poiché
Bonaparte già occupava il seggio presidenziale, desiderava
che continuasse ad occuparlo, affinché ogni cosa rimanesse
immutata. Essa s'irritava perché il suo Parlamento non
violava apertamente la Costituzione e non abdicava
puramente e semplicemente.
I Consigli generali dei dipartimenti, rappresentanze
provinciali della grande borghesia, riunitisi a partire dal
25 agosto durante le ferie dell'Assemblea nazionale, si
dichiararono quasi all'unanimità favorevoli alla revisione,
cioè contro il Parlamento e per Bonaparte.
Ancora più esplicita della rottura coi suoi rappresentanti
parlamentari fu la manifestazione della collera della
borghesia contro i suoi rappresentanti letterari, contro la
propria stampa. Le condanne a multe esorbitanti e a
spudorate pene detentive pronunciate dalle giurie borghesi
per ogni attacco dei giornalisti borghesi alle velleità di
usurpazione di Bonaparte, per ogni tentativo della stampa
di difendere contro il potere esecutivo i diritti politici
della borghesia, riempirono di stupore non solo la Francia,
ma tutta l'Europa.
Se, come ho mostrato sopra, il partito parlamentare
dell'ordine, a forza di gridare che occorreva la
tranquillità, si era condannato da sé all'inazione; se esso
aveva dichiarato il dominio politico della borghesia
incompatibile con la sicurezza e con l'esistenza della
borghesia stessa, distruggendo con le sue proprie mani,
nella lotta contro le altre classi della società, tutte le
condizioni del proprio regime, del regime parlamentare, la
massa extraparlamentare della borghesia, invece, con le sue
servilità verso il presidente, coi suoi oltraggi al
Parlamento, col modo brutale nel quale trattava la sua
stessa stampa, provocava Bonaparte a reprimere e a
sterminare i suoi oratori e i suoi scrittori, i suoi uomini
politici e i suoi letterati, la sua tribuna parlamentare e
la sua stampa, al fine di poter attendere ai propri affari
privati sotto la protezione di un governo forte e dotato di
poteri illimitati. Essa dichiarava nettamente che non
vedeva l'ora di sbarazzarsi del proprio dominio politico
per sbarazzarsi delle fatiche e dei pericoli del potere.
E questa borghesia che si indigna persino della lotta
puramente parlamentare e letteraria in difesa del potere
della propria classe e ha tradito i capi di questa lotta,
ora, quando, tutto è terminato, osa accusare il
proletariato di non essersi gettato per essa in una lotta
sanguinosa, in una lotta a morte. Questa borghesia che in
ogni momento ha sacrificato il suo interesse generale di
classe, cioè il suo interesse politico, al più gretto e
sordido interesse privato, e ha preteso dai suoi
rappresentanti lo stesso sacrificio, ora si lamenta,
dicendo che il proletariato ha sacrificato ai propri
interessi materiali i suoi ideali politici. Essa si
comporta come un'anima generosa che il proletariato,
traviato dai socialisti, avrebbe misconosciuto e
abbandonato nel momento decisivo. Ed essa trova un'eco
generale nel mondo borghese. Non parlo qui naturalmente dei
politicanti tedeschi da caffè e dei poveri di spirito. Mi
riferisco, per esempio, allo stesso Economist, che ancora
il 29 novembre 1851, cioè 4 giorni prima del colpo di
stato, aveva dichiarato Bonaparte "sentinella dell'ordine"
e Thiers e Berryer "anarchici", e già il 27 dicembre 1851,
dopo che Bonaparte ha messo a posto quegli anarchici,
denuncia il tradimento che sarebbe stato compiuto da "masse
proletarie ignoranti, incolte, stupide, ai danni del
talento, del sapere, della disciplina, dell'influenza,
dell'ingegno, delle risorse intellettuali e delle qualità
morali degli strati medi ed elevati della società". La
massa stupida, ignorante e volgare non era altro che la
massa stessa della borghesia.
È vero che la Francia ha attraversato nel 1851 una specie
di piccola crisi commerciale. Alla fine di febbraio si
manifestò una diminuzione delle esportazioni rispetto al
1850; in marzo il commercio diminuì e le fabbriche si
chiusero; in aprile la situazione dei dipartimenti
industriali sembrava essere disperata quanto dopo le
giornate di febbraio; in maggio gli affari non avevano
ancora ripreso; ancora il 28 giugno il portafoglio della
Banca di Francia indicava, con un enorme aumento dei
depositi e con una diminuzione altrettanto grande degli
anticipi su cambiali, la stasi della produzione; e solo
alla metà di ottobre vi era stata una nuova ripresa
progressiva degli affari. La borghesia francese si spiegò
questo ristagno degli affari con motivi d'ordine puramente
politico, con la lotta tra il Parlamento e il potere
esecutivo, con l'incertezza di una forma di Stato puramente
provvisoria, con la prospettiva paurosa della seconda
[domenica] di maggio del 1852. Non voglio negare che tutte
queste circostanze esercitassero una influenza deprimente
su alcune branche dell'industria a Parigi e nei
dipartimenti. Ad ogni modo, però, questa influenza delle
circostanze politiche era soltanto locale e insignificante.
Si può darne prova migliore del fatto che il miglioramento
del commercio si produsse proprio nel momento in cui la
situazione politica peggiorava, l'orizzonte politico si
oscurava e si attendeva ad ogni istante un colpo di folgore
dell'Eliseo, cioè verso la metà di Ottobre. Il borghese
francese, il cui "talento, il cui sapere, la cui
chiaroveggenza e le cui risorse intellettuali" non vanno
più in là del suo naso, poteva d'altra parte, per tutta la
durata dell'Esposizione industriale di Londra, sbattere il
naso nella causa della sua miseria commerciale. Mentre in
Francia si chiudevano le fabbriche, in Inghilterra
scoppiavano bancarotte commerciali. Mentre in aprile e
maggio in Francia toccava il colmo il panico industriale,
in aprile e maggio, in Inghilterra, toccava il colmo il
panico commerciale. L'industria inglese della lana soffriva
come quella francese; come quella francese soffriva la
manifattura inglese della seta. Le fabbriche inglesi di
cotone continuavano a lavorare, ma non facevano più gli
stessi profitti che nel 1849 e nel 1850. La differenza
stava soltanto nel fatto che la crisi era industriale in
Francia, commerciale in Inghilterra; che mentre in Francia
le fabbriche si fermavano, in Inghilterra si sviluppavano,
ma in condizioni più sfavorevoli che negli anni precedenti;
che in Francia i colpi principali erano subìti
dall'esportazione, in Inghilterra dall'importazione. La
causa comune, che naturalmente non deve essere ricercata
entro i limiti dell'orizzonte politico francese, era
evidente. Il 1849 e il 1850 erano stati gli anni di
grandissima prosperità materiale e di una sovrapproduzione
che si manifestò come tale soltanto nel 1851. Questa venne
ancora aggravata, in particolar modo all'inizio di
quest'anno, dalla prospettiva dell'Esposizione industriale.
A ciò si aggiunsero inoltre circostanze speciali: prima il
cattivo raccolto di cotone nel 1850 e nel 1851, poi la
sicurezza di un raccolto di cotone più abbondante di quello
che ci si aspettava; prima il rialzo, poi il ribasso
brusco, in una parola, le oscillazioni dei prezzi del
cotone. Il raccolto della seta greggia era caduto, almeno
in Francia, al di sotto della media. Le manifatture di
lana, infine, si erano talmente estese a partire dal 1848
che la produzione della lana non poteva tener loro dietro e
il prezzo della lana greggia aumentava in modo
sproporzionato all'aumento del prezzo dei manufatti di
lana. Abbiamo, quindi già qui, nelle materie prime di tre
industrie interessanti il mercato mondiale, tre serie di
cause di un ristagno del commercio. Astrazion fatta da
queste circostanze speciali, la crisi apparente del 1851
non fu altro che il momento di arresto che la
sovrapproduzione e la sovraspeculazione subiscono sempre
nel corso del ciclo industriale, prima di raccogliere tutte
le forze per attraversare febbrilmente l'ultima parte della
curva e giungere ancora una volta al suo punto di approdo,
alla crisi commerciale generale. Durante simili intervalli
della storia del commercio, in Inghilterra scoppiano
bancarotte commerciali, mentre in Francia è l'industria
stessa che si ferma, in parte perché costretta a ritirarsi
da tutti i mercati dalla concorrenza degli inglesi che
proprio allora diventa insopportabile, in parte perché
colpita in particolar modo dal ristagno del commercio in
quanto industria di lusso. In questo modo la Francia, oltre
alle crisi generali, attraversa le proprie crisi
commerciali nazionali, le quali però sono determinate e
condizionate più dallo stato generale del mercato mondiale
che da influenze locali francesi. Non sarà senza interesse
contrapporre al pregiudizio del borghese francese il
giudizio del borghese inglese. Una delle più grandi case di
Liverpool scrive nel suo bilancio annuale del 1851: "Pochi
anni hanno ingannato nelle previsioni fatte al loro inizio
più dell'anno testé trascorso. Invece della più grande
prosperità che unanimemente ci si attendeva, esso è stato
uno degli anni più scoraggianti dell'ultimo quarto di
secolo. Naturalmente questo vale per le classi commerciali,
non per le classi industriali. Eppure al principio
dell'anno vi erano senza dubbio dei motivi per attendersi
il contrario. Le riserve di prodotti erano scarse, il
capitale era sovrabbondante, i viveri a buon mercato; si
era sicuri di un raccolto ricco. Pace ininterrotta sul
continente e nessun disturbo politico o finanziario
all'interno del paese. In realtà, mai le ali del commercio
erano state più libere... A che cosa si deve attribuire
questo risultato sfavorevole? Crediamo che lo si debba
attribuire all'eccesso del commercio, sia d'importazione
che d'esportazione. Se i nostri negozianti non pongono essi
stessi limiti più ristretti alla loro attività, nulla potrà
mantenerci nella via normale, se non un panico ogni tre
anni".
Ci si immagini ora come il borghese francese, in mezzo a
questo panico commerciale, doveva avere il cervello, malato
come il suo commercio, torturato, confuso, stordito dalle
voci di colpi di stato e di restaurazione del suffragio
universale, dalla lotta tra il Parlamento e il potere
esecutivo, dalla guerra di fronda tra i legittimisti e gli
orleanisti, dalle cospirazioni comuniste nel sud della
Francia, dalle pretese jacqueries nei dipartimenti della
Nièvre e dello Cher, dalla pubblicità dei diversi candidati
alla presidenza, dalle parole d'ordine ciarlatanesche dei
giornali, dalle minacce dei repubblicani di voler difendere
la Costituzione e il suffragio universale con le armi alla
mano, dal vangelo degli eroi emigrati in partibus che
annunciavano la fine del mondo per la seconda [domenica] di
maggio del 1852, e si comprenderà come, in mezzo a questa
indicibile e assordante confusione di fusione, revisione,
proroga, costituzione, cospirazione, coalizione,
emigrazione, usurpazione e rivoluzione, il borghese
furibondo gridasse in faccia alla repubblica parlamentare:
"Meglio una fine con spavento, che uno spavento senza
fine!".
Bonaparte comprese questo grido. Il suo comprendonio era
reso più acuto dalla crescente petulanza dei creditori, i
quali in ogni tramonto di sole che avvicinava il 2 maggio
1852, giorno della scadenza dei suoi poteri, vedevano una
protesta del movimento degli astri contro le loro cambiali
terrestri. Essi erano diventati dei veri astrologhi.
L'Assemblea nazionale aveva tolto a Bonaparte ogni speranza
di proroga costituzionale del suo potere; la candidatura
del principe di Joinville non gli permetteva di esitare più
a lungo.
Se mai avvenimento ha proiettato davanti a sé la sua ombra
molto tempo prima di prodursi, esso è stato certamente il
colpo di stato di Bonaparte. Già il 29 gennaio 1849, un
mese appena dopo la sua elezione, egli lo aveva proposto a
Changarnier. Il suo proprio primo ministro, Odilon Barrot,
aveva denunciato in forma privata, nell'estate del 1849, la
politica dei colpi di stato; Thiers l'aveva denunciato in
modo aperto nell'inverno del 1850. Nel maggio 1851 Persigny
aveva cercato ancora una volta di guadagnare all'impresa
Changarnier, e il Messager de l'Assemblée aveva fatto
conoscere questa conversazione. I giornali bonapartisti
minacciavano un colpo di stato ad ogni tempesta
parlamentare, e quanto più la crisi si avvicinava, tanto
più il loro tono si faceva forte. Nelle orge che Bonaparte
celebrava ogni notte con lo swell mob di sesso maschile e
femminile, quando si avvicinava la mezzanotte e le
abbondanti libazioni snodavano le lingue ed eccitavano la
fantasia, il colpo di stato veniva deciso per il giorno
seguente. Si snudavano le spade; si toccavano i bicchieri;
i rappresentanti venivano gettati dalla finestra e il
mantello imperiale cadeva sulle spalle di Bonaparte, fino a
che le ore del mattino disperdevano ancora una volta le
larve e Parigi, stupefatta, apprendeva da alcune vestali
poco riservate e da paladini indiscreti il pericolo al
quale era sfuggita ancora una volta. Nei mesi di settembre
e di ottobre le voci di un colpo di stato si fecero sempre
più frequenti. In pari tempo l'ombra si arricchiva di
sfumature, come un dagherrotipo a colori. Si sfoglino i
giornali quotidiani europei dei mesi di settembre e di
ottobre e vi si troveranno informazioni, del tipo delle
seguenti, testuali: "Parigi è piena di voci di colpi di
stato. Si dice che la città verrà occupata militarmente
durante la notte e che il mattino dopo verranno pubblicati
dei decreti che scioglieranno l'Assemblea nazionale,
dichiareranno lo stato d'assedio nel dipartimento della
Senna, ristabiliranno il suffragio universale, e faranno
appello al popolo. Si dice che Bonaparte cerchi ministri
pronti a eseguire questi decreti illegali". Le
corrispondenze ,che danno queste notizie terminano sempre
con un fatale "rinviato". Il colpo di stato era sempre
stato l'idea fissa di Bonaparte. Con questa idea aveva
rimesso piede sul territorio francese. Questa idea lo
possedeva a tal punto che egli la tradiva e la divulgava
continuamente. Ma era così debole che in pari tempo
continuamente vi rinunciava. L'ombra del colpo di stato era
diventata così familiare ai parigini come fantasma, che
quando finalmente si presentò loro in carne ed ossa non
vollero credervi. Ciò che assicurò il successo del colpo di
stato non fu dunque né un atteggiamento riservato del capo
della Società del 10 dicembre, né una sorpresa che
prendesse l'Assemblea nazionale alla sprovvista. Se il
colpo di stato riuscì, riuscì malgrado la mancanza di
discrezione del primo, e con la conoscenza preventiva della
seconda, come risultato necessario inevitabile di tutta la
evoluzione precedente.
Il 10 ottobre Bonaparte annunciò ai suoi ministri la
decisione di voler ristabilire il suffragio universale; il
16 essi dettero le loro dimissioni; il 26 Parigi apprese la
costituzione del ministero Thorigny. In pari tempo il
prefetto di polizia Carlier veniva sostituito da Maupas e
il capo della prima divisione militare, Magnan, concentrava
nella capitale i reggimenti più sicuri. Il 4 novembre
l'Assemblea nazionale riprese le sue sedute. Non le restava
altro da fare che ripetere, in una breve e concentrata
prova generale, il corso che già essa aveva seguito; e dare
la prova che quando la sotterrarono era già morta.
La prima posizione che essa aveva perduto nella lotta
contro il potere esecutivo era stato il ministero. Essa
dovette riconoscere solennemente questa perdita, accettando
pienamente il ministero Thorigny, che era un semplice
ministero di comparse. La Commissione permanente aveva
accolto a risate il signor Giraud, quando egli si era
presentato in nome del nuovo ministero. Un ministero così
debole per delle misure così forti, come il ristabilimento
del suffragio universale! Ma si trattava precisamente di
non far nulla nel Parlamento, di far tutto contro il
Parlamento.
Il giorno stesso della sua riapertura l'Assemblea nazionale
ricevette un messaggio di Bonaparte, in cui questi chiedeva
il ristabilimento del suffragio universale e l'abrogazione
della legge dei 31 maggio 1850; lo stesso giorno i ministri
del Bonaparte presentarono un decreto in questo senso.
L'Assemblea respinse immediatamente la mozione d'urgenza
presentata dal ministero e il 13 novembre respinse la legge
stessa, con 355 voti contro 348. Essa lacerava così ancora
una volta il suo mandato; confermava ancora una volta di
essersi trasformata, da rappresentanza liberamente eletta
di un popolo, in Parlamento usurpatore di una classe;
riconosceva ancora una volta di avere essa stessa reciso i
muscoli che univano la testa parlamentare al corpo della
nazione.
Se il potere esecutivo, con la sua proposta di ristabilire
il suffragio universale, faceva appello dall'Assemblea
nazionale al popolo, il potere legislativo, con la sua
legge dei questori fece appello dal popolo all'esercito.
Questa legge dei questori tendeva a stabilire il diritto
dell'Assemblea di requisire direttamente la truppa, di
formare un esercito parlamentare. Se in questo modo il
potere legislativo faceva dell'esercito l'arbitro tra se
stesso e il popolo, tra se stesso e Bonaparte, se
riconosceva l'esercito quale potere decisivo dello Stato,
era costretto d'altra parte a confermare che da un pezzo
aveva rinunciato alla pretesa di comandare l'esercito
stesso. Nel momento in cui, invece di requisire senz'altro
le truppe, esso discuteva il diritto di requisirle, tradiva
i dubbi sulla propria forza. Respingendo la legge dei
questori l'Assemblea confessò apertamente la propria
impotenza. La legge venne respinta con una minoranza di 108
voti: la Montagna aveva dunque deciso dell'esito della
votazione. Essa si trovava nella situazione dell'asino di
Buridano, ma non tra due mucchi di fieno e dovendo decidere
quale fosse il più appetitoso, bensì tra due sacchi di
legnate e dovendo decidere quale fosse il più duro. Da un
lato la paura di Changarnier, dall'altro la paura di
Bonaparte. Si deve riconoscere che la situazione non aveva
niente di eroico. Il 18 novembre venne proposto un
emendamento alla legge sulle elezioni comunali presentata
dal partito dell'ordine, emendamento in base al quale,
invece di tre anni di domicilio, un anno solo doveva
bastare per gli elettori municipali. L'emendamento fu
respinto per un solo voto; però questo solo voto risultò
immediatamente conseguenza di un errore. Scindendosi nelle
sue frazioni ostili, il partito dell'ordine aveva perduto
da tempo la propria maggioranza parlamentare indipendente.
Ora mostrava che nel Parlamento non esisteva più
maggioranza di sorta. L'Assemblea nazionale era diventata
incapace di prendere una decisione. Le sue parti
costitutive elementari non erano più tenute assieme da
nessuna forza di coesione; essa aveva reso l'ultimo
respiro, era morta.
La massa extraparlamentare della borghesia, infine, doveva
confermare solennemente ancora una volta, alcuni giorni
prima della catastrofe, la sua rottura coi rappresentanti
della borghesia nel Parlamento. Thiers, in qualità di eroe
parlamentare, affetto in maniera speciale dalla malattia
inguaribile del cretinismo parlamentare, dopo la morte del
Parlamento aveva ordito un nuovo intrigo parlamentare col
consiglio di Stato, una legge sulla responsabilità che
avrebbe dovuto stringere il presidente nei ceppi della
costituzione. Bonaparte, che il 15 settembre, in occasione
dell'inaugurazione dei nuovi mercati di Parigi, aveva,
nuovo Masaniello, ammaliato le dames des halles, le
pescivendole - e del resto una pescivendola valeva di più,
come potere reale, di 17 burgravi -, che dopo la
presentazione della legge dei questori aveva riempito di
entusiasmo i tenenti da lui ospitati nell'Eliseo, il 25
novembre strappò l'adesione della borghesia industriale,
riunita nel Circo per ricevere di mano sua le medaglie dei
premi dell'Esposizione industriale di Londra. Riproduco qui
dal Journal des débats il passo più caratteristico del suo
discorso: "In presenza di successi così insperati, io sono
in diritto di dichiarare ancora una volta quanto la
repubblica francese sarebbe grande se le fosse permesso di
occuparsi dei suoi interessi reali e di riformare le sue
istituzioni, invece di essere continuamente turbata, da un
lato dai demagoghi, dall'altro lato da allucinazioni
monarchiche (applausi rumorosi, entusiastici e prolungati
in tutte le parti dell'anfiteatro). Le allucinazioni
monarchiche impediscono ogni progresso e ogni sviluppo
industriale serio. Invece del progresso non si ha che la
lotta. Si vedono degli uomini, che un tempo erano i
sostenitori più zelanti dell'autorità e delle prerogative
monarchiche, diventare partigiani di una Convenzione
unicamente allo scopo di indebolire l'autorità uscita dal
suffragio universale (applausi entusiastici e prolungati).
Vediamo alcuni uomini che più hanno sofferto della
rivoluzione e più se ne sono lamentati, provocarne una
nuova unicamente per incatenare la volontà della nazione...
Io vi prometto la tranquillità per l'avvenire, ecc. (Bravo!
Bravo! Applausi fragorosi)". In questo modo la borghesia
industriale applaude servilmente al colpo di stato del 2
dicembre, alla soppressione del Parlamento, alla fine del
suo proprio dominio, alla dittatura di Bonaparte. Al suono
degli applausi del 25 novembre rispose il tuono dei cannoni
del 4 dicembre, e la casa del signor Sallandrouze, il quale
aveva applaudito con maggiore entusiasmo, venne distrutta
dal maggior numero di bombe.
Cromwell, quando sciolse il Lungo parlamento, si recò da
solo in mezzo ad esso; cavò di tasca l'orologio, affinché
il Parlamento non vivesse un minuto di più di quanto egli
aveva fissato; e scacciò ogni singolo membro con oltraggi
serenamente umoristici. Napoleone, inferiore al suo
modello, per lo meno, il 18 brumaio si recò nell'Assemblea
legislativa e le lesse, sia pure con voce turbata, la sua
sentenza di morte. Il secondo Bonaparte, che del resto era
in possesso di un potere esecutivo ben diverso da quello di
Cromwell o di Napoleone, non cercò il suo modello negli
annali della storia, ma negli annali della Società del 10
dicembre, negli annali della giustizia criminale. Rubò alla
banca di Francia 25 milioni di franchi; comprò il generale
Magnan con un milione, i soldati con 15 franchi a testa e
con acquavite; si riunì la notte, di nascosto, come un
ladro, con i suoi complici; fece invadere le case dei capi
parlamentari più pericolosi e strappare dai loro letti
Cavaignac, Lamoricière, Leflô, Changarnier, Charras,
Thiers, Baze, ecc, fece occupare militarmente le piazze
principali di Parigi e l'edificio del Parlamento, e
affiggere al mattino su tutti i muri manifesti
ciarlataneschi, in cui si annunciava lo scioglimento
dell'Assemblea nazionale e del Consiglio di Stato, il
ristabilimento del suffragio universale e la messa in stato
d'assedio del dipartimento della Senna. Poco dopo fece
inserire nel Moniteur un documento falso, secondo il quale
un certo numero di parlamentari influenti si erano riuniti
attorno a lui in una Consulta di stato.
I resti del Parlamento, composti soprattutto di
legittimisti e di orleanisti, si riunirono nella sede della
municipalità del decimo mandamento, e al grido ripetuto di
"Viva la repubblica", decisero la destituzione di
Bonaparte; arringarono invano la folla che stazionava
davanti all'edificio e, infine, vennero trascinati, sotto
la scorta dei cacciatori d'Africa, nella caserma d'Orsay, e
poi stivati nelle vetture cellulari e trasportati nelle
prigioni di Mazas, Ham e Vincennes. Così finivano il
partito dell'ordine, l'Assemblea legislativa e la
Rivoluzione di febbraio. Prima di passare alla conclusione,
diamo uno schema riassuntivo della loro storia
I - Primo periodo. Dal 24 febbraio al 4 maggio 1848.
Periodo di febbraio. Prologo. Frenesia di fratellanza
universale.
II - Secondo periodo. Periodo della Costituzione della
repubblica e dell'Assemblea nazionale costituente.
1) dal 4 maggio al 25 giugno 1848. Lotta di tutte le classi
contro il proletariato. Disfatta del proletariato nelle
giornate di giugno.
2) dal 25 giugno al 10 dicembre 1848. Dittatura dei
repubblicani borghesi puri. Elaborazione della
Costituzione. Stato d'assedio a Parigi. La dittatura della
borghesia viene liquidata dall'elezione di Bonaparte a
presidente.
3) dal 20 dicembre 1848 al 29 maggio 1849. Lotta della
Costituente contro Bonaparte e contro il partito
dell'ordine alleato con Bonaparte. Fine della Costituente.
Caduta della borghesia repubblicana.
III - Terzo periodo. Periodo della repubblica
costituzionale e dell'Assemblea nazionale legislativa.
1) dal 29 maggio 1849 al 13 giugno 1849. Lotta dei piccoli
borghesi contro la borghesia e contro Bonaparte. Disfatta
della democrazia piccolo-borghese.
2) dal 13 giugno 1849 al 31 maggio 1850. Dittatura
parlamentare del partito dell'ordine. Questo partito corona
il proprio dominio con la soppressione del suffragio
universale, ma perde il ministero parlamentare.
3) dal 31 maggio 1850 al 2 dicembre 1851. Lotta tra
borghesia parlamentare e Bonaparte.
a) dal 31 maggio 1850 al 12 gennaio 1851. Il Parlamento
perde il comando supremo dell'esercito.
b) dal 12 gennaio all'11 aprile 1851. Il Parlamento è
sconfitto nei suoi tentativi di impadronirsi nuovamente del
potere amministrativo. Il partito dell'ordine perde la sua
maggioranza parlamentare indipendente. Sua coalizione coi
repubblicani e con la Montagna.
c) dall'11 aprile al 9 ottobre 1851. Tentativi di
revisione, di fusione e di proroga. Il partito dell'ordine
si decompone nel suoi singoli elementi costitutivi. La
rottura del Parlamento borghese e della stampa borghese con
la massa della borghesia diventa definitiva.
d) dal 9 ottobre al 2 dicembre 1851. Rottura aperta tra il
Parlamento e il potere esecutivo. Il Parlamento formula il
proprio atto di decesso e soccombe, abbandonato dalla sua
propria classe, dall'esercito e dalle altre classi. Fine
del. regime parlamentare e del dominio della borghesia.
Vittoria di Bonaparte. Parodia di restaurazione imperiale.
VII
Alla soglia della rivoluzione di febbraio la repubblica
sociale era apparsa come frase, come profezia. Nelle
giornate di giugno del 1848 venne soffocata nel sangue del
proletariato di Parigi; ma essa è presente come uno spettro
nei successivi atti del dramma. Si annuncia poi la
repubblica democratica. Essa sparisce il 13 giugno 1849
assieme ai suoi piccoli borghesi sgominati; ma nella fuga
essa sparge dietro a sé una pubblicità tanto più rumorosa.
La repubblica parlamentare si impadronisce con la borghesia
di tutta la scena; gode di tutta la pienezza della sua
esistenza, ma il 2 dicembre del 1851 la sotterra, mentre i
monarchici coalizzati gridano con angoscia: "Viva la
repubblica!".
La borghesia francese, inalberatasi contro il dominio del
proletariato lavoratore, ha messo al potere il
sottoproletariato, guidato dal capo della Società del 10
dicembre. La borghesia aveva tenuto la Francia ansante di
sgomento per i futuri orrori dell'anarchia rossa: Bonaparte
le ha scontato questo avvenire il 4 dicembre, facendo
prendere a fucilate alle loro finestre, dall'esercito
dell'ordine ubriaco di acquavite, i rispettabili borghesi
del Boulevard Montmartre e del Boulevard des Italiens. La
borghesia aveva fatto l'apoteosi della spada: la spada
domina. Aveva distrutto la stampa rivoluzionaria: la sua
stessa stampa viene distrutta. Aveva posto le riunioni
popolari sotto il controllo della polizia: ora stanno sotto
il controllo della polizia i suoi salotti. Aveva sciolto le
Guardie nazionali democratiche: viene sciolta la sua
propria Guardia nazionale. Aveva proclamato lo stato
d'assedio: lo stato d'assedio viene proclamato contro di
essa . Aveva sostituito alle giurie commissioni militari:
ora sono le sue giurie che vengono sostituite da
commissioni militari.
Aveva affidato ai preti l'istruzione popolare: ora sono i
preti che le impongono la loro propria istruzione. Aveva
deportato senza giudizio e senza giudizio viene deportata.
Aveva represso con la forza pubblica ogni moto sociale: ora
viene represso dalla forza pubblica ogni movimento della
sua società. Per amore della sua borsa si era ribellata
contro i propri uomini politici e scrittori: ora i suoi
uomini politici e i suoi scrittori sono stati eliminati, e
dopo che la si è imbavagliata e che si è spezzata la sua
penna si mette a sacco anche la sua borsa. La borghesia non
si era stancata di gridare alla rivoluzione come
sant'Arsenio ai cristiani: "Fuge! Tace! Quiesce! Fuggi,
taci, sta tranquillo!". Ed ora è Bonaparte che grida alla
borghesia: "Fuge! Tace! Quiesce! Fuggi, taci, sta
tranquilla!".
La borghesia francese aveva risolto da tempo il dilemma di
Napoleone: Dans cinquante ans l'Europe sera républicaine ou
cosaque. Essa lo aveva risolto con la République cosaque.
Non è stata una Circe a trasformare in mostro con un
maleficio il capolavoro della repubblica borghese. Questa
repubblica non ha perduto altro che l'apparenza della
rispettabilità. La Francia di oggi era già tutta intiera
nella repubblica parlamentare. Era sufficiente un colpo di
baionetta perché la vescica scoppiasse e il mostro
apparisse agli occhi di tutti.
Perché il proletariato di Parigi non insorse dopo il 2
dicembre?
La caduta della borghesia era stata soltanto decretata; il
decreto non era ancora stato portato a esecuzione. Ogni
seria insurrezione del proletariato le avrebbe dato nuova
vita, l'avrebbe riconciliata con l'esercito e avrebbe valso
agli operai una seconda disfatta di giugno.
Il 4 dicembre il proletariato venne incitato alla lotta dai
borghesi e dagli épiciers. La sera dello stesso giorno
parecchie legioni della Guardia nazionale promisero di
scendere in campo armate e in uniforme. Borghesi e
épiciers, infatti, avevano finito per accorgersi che
Bonaparte, in uno dei suoi decreti del 2 dicembre,
sopprimeva il voto segreto e imponeva loro di scrivere nei
registri ufficiali il loro sì o il loro no accanto al loro
nome. La resistenza del 4 dicembre intimidì Bonaparte.
Durante la notte egli fece affiggere agli angoli di tutte
le strade di Parigi dei manifesti che annunciavano il
ristabilimento del voto segreto. Borghesi e épiciers
credettero di aver raggiunto il loro scopo e il mattino
seguente chi non si presentò furono gli épiciers e i
borghesi.
Il proletariato parigino era stato privato dei suoi
dirigenti, dei capi delle barricate, da un colpo di mano
eseguito da Bonaparte nella notte fra l'1 e il 2
dicembre[15]. Esercito senza ufficiali, al quale le
reminiscenze del giugno 1848 e 1849 e del maggio 1850
toglievano ogni voglia di battersi sotto la bandiera dei
montagnardi, esso lasciò alla sua avanguardia, alle società
segrete, il compito di salvare l'onore insurrezionale di
Parigi, onore che la borghesia parigina aveva abbandonato
alla soldatesca con tanta facilità che Bonaparte, in
seguito, poté disarmare la Guardia nazionale allegando
sarcasticamente che temeva le sue armi non venissero
adoperate dagli anarchici contro di essa.
"C'est le triomphe complet et définitif du socialisme".
Così Guizot caratterizzò il 2 dicembre. Ma se è vero che la
caduta della repubblica parlamentare contiene in germe il
trionfo della rivoluzione proletaria, il suo primo
risultato tangibile fu la vittoria di Bonaparte sul
Parlamento, del potere esecutivo sul potere legislativo,
della forza senza frase sulla forza della frase. Nel
Parlamento la nazione elevava la sua volontà generale
all'altezza di legge, cioè faceva della legge della classe
dominante la sua volontà generale. Davanti al potere
esecutivo essa rinuncia a ogni propria volontà e si
sottopone alle ingiunzioni di un estraneo, all'autorità; il
potere esecutivo, in opposizione al potere legislativo,
esprime l'eteronomia della nazione, in opposizione alla sua
autonomia. La Francia sembra dunque sia sfuggita al
dispotismo di una classe soltanto per ricadere sotto il
dispotismo di un individuo, e precisamente sotto l'autorità
di un individuo privo di autorità. La lotta sembra dunque
essersi calmata perché tutte le classi, egualmente
impotenti e mute, si inginocchiano davanti ai calci dei
fucili.
Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora
attraversando il purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2
dicembre non ha condotto a termine che la prima metà della
sua preparazione; ora sta compiendo l'altra metà. Prima ha
elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per
poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato,
essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce
alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di
fronte come l'unico ostacolo, per concentrare contro di
esso tutte le sue forze di distruzione. E quando la
rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del
suo lavoro preparatorio, l'Europa balzerà dal suo seggio e
griderà: Ben scavato, vecchia talpa!
Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione
burocratica e Militare, col suo meccanismo statale
complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di
mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione
di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che
avvolge come un involucro il corpo della società francese e
ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della
monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui
caduta aiutò a rendere più rapida. I privilegi signorili
della proprietà fondiaria e delle città si trasformarono in
altrettanti attributi del potere dello Stato, i dignitari
feudali si trasformarono in funzionari stipendiati, e la
variopinta collezione dei contraddittori diritti sovrani
medioevali divenne il piano ben regolato di un potere dello
Stato, il cui lavoro è suddiviso e centralizzato come in
un'officina.
La prima Rivoluzione francese, a cui si poneva il compito
di spezzare tutti i poteri indipendenti di carattere
locale, territoriale, cittadino e provinciale, al fine di
creare l'unità borghese della nazione, dovette
necessariamente sviluppare ciò che 1a monarchia assoluta
aveva incominciato: l'accentramento; e in pari tempo
dovette sviluppare l'ampiezza gli attributi e gli strumenti
del potere governativo. Napoleone portò alla perfezione
questo meccanismo dello Stato. La monarchia legittima e la
monarchia di luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una
più grande divisione del lavoro, che si sviluppava nella
stessa misura in cui la divisione del lavoro nell'interno
della società borghese creava nuovi gruppi di interessi, e
quindi nuovo materiale per l'amministrazione dello Stato.
Ogni interesse comune fu subito staccato dalla società e
contrapposto ad essa come interesse generale, più alto,
strappato all'iniziativa individuale dei membri della
società e trasformato in oggetto di attività del governo, a
partire dal ponti, dagli edifici scolastici e dai beni
comunali del più piccolo villaggio, sino alle ferrovie, al
patrimonio nazionale e all'Università di Francia. La
repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a
rafforzare, nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme
alle misure di repressione, gli strumenti e la
centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i
rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa
macchina, invece di spezzarla. I partiti che
successivamente lottarono per il potere considerarono il
possesso di questo enorme edificio dello Stato come il
bottino principale del vincitore.
Ma sotto la monarchia assoluta, durante la prima
rivoluzione, sotto Napoleone, la burocrazia era stata
soltanto un mezzo per preparare il dominio di classe della
borghesia. Sotto la Restaurazione, sotto Luigi Filippo,
sotto la repubblica parlamentare, essa era stata lo
strumento della classe dominante, per quanto grandi fossero
i suoi sforzi per diventare un potere indipendente.
È soltanto sotto il secondo Bonaparte che lo Stato sembra
essere diventato completamente indipendente. La macchina
dello Stato si è talmente rafforzata di fronte alla società
borghese, che le basta avere alla sua testa il capo della
Società del 10 dicembre, un avventuriero qualsiasi venuto
dal di fuori, levato sugli scudi da una soldatesca ubriaca,
che egli ha comprato con acquavite e salsicce, e a cui deve
continuamente gettare altra salsiccia. Di qui la cupa
disperazione, il senso di umiliazione infinita e di
degradazione che stringe la Francia alla gola e le mozza il
respiro. La Francia si sente come disonorata.
Eppure il potere esecutivo non è sospeso nel vuoto.
Bonaparte rappresenta una classe, anzi, la classe più
numerosa della società francese, i contadini' piccoli
proprietari.
Come i Borboni furono la dinastia della grande proprietà
fondiaria, come gli Orléans furono la dinastia del denaro,
così i Bonaparte sono la dinastia dei contadini, cioè della
massa del popolo francese. E l'eletto dei contadini non è
il Bonaparte che si sottomette al Parlamento borghese, ma
il Bonaparte che dà lo sfratto a questo Parlamento. Per tre
anni le città erano riuscite a falsificare il senso
dell'elezione del 10 dicembre ed a frodare ai contadini la
restaurazione dell'Impero. L'elezione del 10 dicembre 1848
ha trovato il suo coronamento soltanto nel colpo di stato
del 2 dicembre 1851.
I contadini piccoli proprietari costituiscono una massa
enorme, i cui membri vivono nella stessa situazione, ma
senza essere uniti gli uni agli altri da relazioni
molteplici. Il loro modo di produzione, anziché stabilire
tra di loro rapporti reciproci, li isola gli uni dagli
altri. Questo isolamento è aggravato dai cattivi mezzi di
comunicazione della Francia e dalla povertà dei contadini
stessi. Il loro campo di produzione, il piccolo
appezzamento di terreno, non consente nessuna divisione di
lavoro nella sua coltivazione, nessuna applicazione di
procedimenti scientifici e quindi nessuna varietà di
sviluppo, nessuna diversità di talenti, nessuna ricchezza
di rapporti sociali. Ogni singola famiglia contadina è
quasi sufficiente a se stessa, produce direttamente la
maggior parte di ciò che consuma, e guadagna quindi i suoi
mezzi di sussistenza più nello scambio con la natura che
nel commercio con la società. Un piccolo appezzamento di
terreno, il contadino e la sua famiglia; un po' più in là
un altro piccolo appezzamento di terreno, un altro
contadino e un'altra famiglia. Alcune diecine di queste
famiglie costituiscono un villaggio e alcune diecine di
villaggi un dipartimento. Così la grande massa della
nazione francese si forma con una semplice somma di
grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di
patate risulta dalle patate che sono in un sacco.
Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in
condizioni economiche tali che distinguono il loro modo di
vita, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre
classi e li contrappongono ad esse in modo ostile, esse
formano una classe. Ma nella misura in cui tra i contadini
piccoli proprietari esistono soltanto legami locali e la
identità dei loro interessi non crea tra di loro una
comunità, una unione politica su scala nazionale e una
organizzazione politica, essi non costituiscono una classe.
Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel
loro proprio nome, sia attraverso un Parlamento, sia
attraverso una Convenzione. Non possono rappresentare se
stessi; debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante
deve in pari tempo apparire loro come il loro padrone, come
un'autorità che si impone loro, come un potere governativo
illimitato, che li difende dalle altre classi e
distribuisce loro dall'alto il sole e la pioggia.
L'influenza politica del contadino piccolo proprietario
trova quindi la sua ultima espressione nel fatto che il
potere esecutivo subordina la società a se stesso.
La tradizione storica ha fatto sorgere nei contadini
francesi la credenza miracolistica che un uomo chiamato
Napoleone renderà loro tutto il loro splendore. E si è
trovato un individuo il quale, dato che porta il nome di
Napoleone, ha potuto spacciarsi per quest'uomo,
conformemente al codice Napoleone, il quale stabilisce: "La
recherche de la paternité est interdite". Dopo un
vagabondaggio di venti anni e una serie di avventure
grottesche, la leggenda diventa realtà e l'uomo diventa
imperatore dei francesi. L'idea fissa del nipote si è
realizzata, perché essa coincideva con l'idea fissa della
classe più numerosa della popolazione francese .
Ma, mi si obbietterà, e le insurrezioni di contadini in una
metà della Francia, la caccia data dall'esercito ai
contadini, e le incarcerazioni e le deportazioni in massa
dei contadini?
Dai tempi di Luigi XIV la Francia non ha mai conosciuto una
persecuzione di contadini "per mene demagogiche", simile a
questa.
Intendiamoci. La dinastia dei Bonaparte non rappresenta il
contadino rivoluzionario, ma il contadino conservatore; non
il contadino che vuole liberarsi dalle sue condizioni di
esistenza sociale, dal suo piccolo appezzamento di terreno,
ma quello che vuole consolidarli; non quella parte della
popolazione delle campagne che vuole rovesciare la vecchia
società con la sua propria energia, d'accordo con le città,
ma quella che invece, ciecamente confinata in questo
vecchio ordinamento, vuole essere salvata e ricevere una
posizione privilegiata, insieme col suo piccolo pezzo di
terreno, dal fantasma dell'Impero. Essa non rappresenta la
cultura progressiva, ma la superstizione del contadino, non
il suo giudizio, ma il suo pregiudizio, non il suo
avvenire, ma il suo passato, non le sue moderne Cévennes,
ma la sua moderna Vandea.
I tre anni di duro dominio della repubblica parlamentare
avevano liberato una parte dei contadini francesi dalla
illusione napoleonica e l'avevano resa rivoluzionaria,
sebbene ancora solo superficialmente. Ma ogni volta che
essi si misero in movimento, la borghesia li respinse
indietro con la violenza. Sotto la repubblica parlamentare
la coscienza moderna dei contadini francesi si urtò con la
loro coscienza tradizionale. Il processo si svolse nella
forma di una lotta continua tra i maestri di scuola e i
preti. La borghesia batte i maestri di scuola. Per la prima
volta i contadini fecero degli sforzi per avere una
posizione indipendente dinanzi all'azione del governo. Ciò
apparve nei conflitti continui tra i sindaci e i prefetti.
La borghesia destituì i sindaci. Infine, durante il periodo
della repubblica parlamentare, i contadini si sollevarono
in parecchie località contro la loro stessa progenitura,
l'esercito. La borghesia li punì con gli stati d'assedio e
con le vendite all'asta. E questa stessa borghesia grida
ora contro la stupidità delle masse, della vile multitude
che l'ha tradita in favore di Bonaparte. Ma essa stessa ha
rafforzato con la violenza le simpatie della classe dei
contadini per l'Impero; ha conservato le condizioni che
hanno dato origine a questa religione dei contadini. Vero è
che la borghesia è costretta ad aver paura della stupidità
delle masse sino a che queste rimangono conservatrici, ed è
costretta ad aver paura della loro intelligenza non appena
diventano rivoluzionarie.
Nelle rivolte che ebbero luogo dopo il coup d'état, una
parte dei contadini francesi protestò, con le armi alla
mano contro il proprio voto del 10 dicembre 1848.
L'esperienza fatta dopo il 1848 li aveva scaltriti. Ma essi
si erano venduti agli dèi infernali della storia; la storia
li prese in parola e la maggioranza era ancora così
accecata che, proprio nei dipartimenti più rossi, la
popolazione contadina votò apertamente per Bonaparte.
Secondo il loro modo di vedere, l'Assemblea nazionale gli
aveva impedito di muoversi. Egli ora non aveva fatto altro
che spezzare le catene che le città avevano imposto al
volere della campagna. In alcuni luoghi essi nutrivano
persino l'idea grottesca di porre accanto a Napoleone una
Convenzione.
Dopo che la prima rivoluzione ebbe trasformato i contadini
semiservi in liberi proprietari di terra, Napoleone aveva
consolidato e regolato le condizioni in cui essi potevano
sfruttare in pace il suolo della Francia caduto nelle loro
mani e soddisfare la loro giovane passione per la
proprietà. Ma ciò che porta oggi alla rovina il contadino
francese è il suo stesso piccolo appezzamento di terreno,
la ripartizione del suolo, la forma di proprietà che
Napoleone ha consolidato in Francia. Sono state le
condizioni materiali che hanno fatto del contadino feudale
francese un contadino piccolo proprietario e di Napoleone
un imperatore. Due generazioni sono bastate per produrre,
come risultato inevitabile, il peggioramento progressivo
dell'agricoltura e l'indebitamento progressivo
dell'agricoltore. La forma di proprietà "napoleonica" che,
all'inizio del secolo decimonono, era la condizione per la
liberazione e per l'arricchimento della popolazione
francese delle campagne è diventata, nel corso di questo
secolo, la legge della schiavitù e del suo impoverimento.
Ed è precisamente questa legge la prima delle "idées
napoléoniennes" che il secondo Bonaparte deve difendere. Se
egli condivide ancora con i contadini l'illusione che non
nella piccola proprietà stessa, ma al di fuori di essa,
nell'influenza di circostanze secondarie, debba essere
ricercata la causa della rovina di questa proprietà, i suoi
esperimenti scoppieranno come bolle di sapone, al contatto
con i rapporti di produzione.
Lo sviluppo economico della piccola proprietà ha
radicalmente capovolto i rapporti tra i contadini e le
altre classi della società. Sotto Napoleone il
frazionamento della terra era nelle campagne il complemento
della libera concorrenza e dell'inizio della grande
industria nelle città. La classe dei contadini era una
protesta onnipresente contro l'aristocrazia fondiaria da
poco rovesciata. Le radici che la piccola proprietà aveva
gettato nel suolo della Francia avevano tolto ogni alimento
al feudalesimo. I limiti di questa proprietà costituivano
la fortezza naturale della borghesia contro ogni ritorno
offensivo dei suoi antichi signori. Ma nel corso del secolo
decimonono il posto del signore feudale è stato preso
dall'usuraio della città, il posto della servitù feudale
della gleba dalle ipoteche, il posto della grande proprietà
aristocratica dal capitale borghese. Ormai, il piccolo
appezzamento del contadino è soltanto il pretesto che
permette al capitalista di cavare profitto, interesse e
rendita dal terreno, lasciando all'agricoltore la cura di
vedere come può tirarne fuori il proprio salario. Il debito
ipotecario che grava in Francia sulla terra impone ai
contadini francesi il pagamento di un interesse eguale
all'interesse annuale di tutto il debito pubblico
dell'Inghilterra. La piccola proprietà, in questa schiavitù
del capitale a cui la spinge inevitabilmente il suo
sviluppo, ha trasformato la massa della nazione francese in
trogloditi. Sedici milioni di contadini (comprese le donne
e i bambini) vivono in caverne, di cui una grande parte ha
una sola apertura, altre solo due e le migliori non ne
hanno più di tre. Le finestre sono per una casa ciò che i
cinque sensi sono per la testa. L'ordine borghese che, al
principio del secolo decimonono, fece dello Stato la
sentinella della piccola proprietà appena formata e la
concimò di allori, è diventato un vampiro che le succhia il
sangue e il midollo, che la getta nel, crogiuolo da
alchimista dei capitale. Il Code Napoléon non è più altro
che il codice del sequestro, della vendita all'asta e della
messa all'incanto. Ai quattro milioni (compresi i bambini,
ecc.) di poveri ufficialmente riconosciuti, di vagabondi,
di delinquenti e di prostitute che conta la Francia, si
devono aggiungere cinque milioni che si trascinano
sull'orlo dell'abisso e vivono in campagna oppure si
trasferiscono continuamente, coi loro stracci e coi loro
bambini, dalla campagna alle città e dalle città alla
campagna. L'interesse dei contadini non è quindi più, come
ai tempi di Napoleone, in accordo, ma in contrasto con gli
interessi della borghesia col capitale. Essi trovano quindi
il loro naturale alleato e dirigente nel proletariato
urbano, il cui compito è il rovesciamento dell'ordine
borghese. Ma il governo forte e assoluto - e questa è la
seconda "idée napoléonienne" che il secondo Napoleone deve
mettere in pratica, - è chiamato a difendere con la forza
questo ordine "materiale". Questo "ordre matériel" è
persino diventato la parola d'ordine fondamentale in tutti
i problemi di Bonaparte contro i contadini in rivolta.
Assieme all'ipoteca, che vien fatta gravare dal capitale
sul piccolo appezzamento di terreno, grava su questo il
peso dell'imposta. L'imposta è la sorgente di vita della
burocrazia, dell'esercito, dei preti e della corte, in
breve, di tutto l'apparato del potere esecutivo. Governo
forte e imposte forti sono la stessa cosa. La piccola
proprietà è adatta, per la sua stessa natura, a servire di
base a una burocrazia onnipotente e innumerevole. Essa crea
su tutta la estensione del paese un livello eguale di
rapporti e di persone: permette quindi di agire in egual
modo su tutti i punti di questa massa uniforme partendo da
un centro supremo. Essa distrugge gli strati aristocratici
intermedi tra la massa del popolo e il potere dello Stato:
provoca quindi dappertutto l'intervento diretto di questo
potere dello Stato e l'ingerenza dei suoi organi diretti.
Crea infine una popolazione in soprannumero, senza lavoro,
che non trova posto né in campagna né in città, che ricerca
quindi gli impieghi dello Stato come una specie di
elemosina onorevole e ne provoca la creazione. Aprendo con
la baionetta nuovi mercati e saccheggiando il Continente,
Napoleone rimborsò ad usura le imposte forzose. Queste
imposte erano allora uno stimolo per l'industria del
contadino, mentre ora esse privano il contadino delle
ultime risorse della sua industria e finiscono per renderlo
del tutto impotente di fronte al pauperismo. E una enorme
burocrazia, ben gallonata e ben nutrita, è la "ìdée
napoléonienne" che maggiormente sorride al secondo
Bonaparte. Come potrebbe essere diversamente, dal momento
che egli è costretto a dar vita, accanto alle classi reali
della società, a una casta artificiale, per la quale il
mantenimento del suo regime diventa una questione di pasto
quotidiano?. Perciò una delle sue prime operazioni
finanziarie è consistita nel riportare gli stipendi degli
impiegati al loro vecchio livello e nella creazione di
nuove sinecure.
Un'altra "idée napoléonienne" è il dominio dei preti come
mezzo di governo. Ma se la piccola proprietà appena sorta,
nel suo accordo con la società, nella sua dipendenza delle
forze della natura e nella sua sottomissione all'autorità
che la difendeva dall'alto, era naturalmente religiosa, la
piccola proprietà rovinata dai debiti, in rottura con la
società e con l'autorità, spinta al di là della sua
grettezza, è naturalmente irreligiosa. Il Cielo era un
supplemento gradito per il piccolo pezzo di terreno appena
conquistato, tanto più che ad esso erano dovuti il buono e
il cattivo tempo; ma diventa un insulto quando lo si vuole
imporre come risarcimento per il pezzo di terreno stesso.
Ormai il prete appare allora soltanto come il consacrato
segugio della polizia terrena - un'altra "idée
napoléonienne". La spedizione contro Roma avrà luogo la
volta prossima nella Francia stessa, ma in senso opposto a
quello che vorrebbe il signor di Montalembert.
Il punto culminante delle "idées napoléoniennes" è,
finalmente, la preponderanza dell'esercito. L'esercito era
il point d'honneur del piccolo contadino: era il piccolo
contadino stesso trasformato in eroe, che difendeva la
nuova forma di proprietà contro lo straniero, esaltava la
sua nazionalità da poco conquistata, saccheggiava il mondo
e vi portava la rivoluzione. L'uniforme militare era la sua
pubblica divisa; la guerra. la sua poesia; la patria era il
piccolo appezzamento prolungato e arrotondato dalla
fantasia; il patriottismo era la forma ideale del
sentimento di proprietà. Ma i nemici contro cui il
contadino francese deve difendere oggi la sua proprietà non
sono più i cosacchi; sono gli huissiers e gli agenti delle
imposte. Il piccolo appezzamento di terreno non si trova
più nella cosiddetta patria, ma nel registro delle
ipoteche. L'esercito stesso non è più il fiore della
gioventù contadina; è l'infiorescenza di palude del
sottoproletariato agricolo. Esso si compone in gran parte
di remplaçants, di sostituti, che prendono il posto di
altri, così come il secondo Bonaparte è anche lui soltanto
un remplaçant, un surrogato di Napoleone. Le sue azioni
eroiche consistono ora nelle caccie e nelle battute contro
i contadini, nel servizio di gendarmeria; e se le
contraddizioni interne del suo sistema spingeranno il capo
della Società del 10 dicembre al di là dei confini della
Francia, dopo aver compiuto alcuni atti di banditismo,
l'esercito non raccoglierà allori, ma legnate.
Come si vede, tutte le "idées napoléoniennes" sono idee
della piccola proprietà non ancora sviluppata,
giovanilmente fresca; esse sono un controsenso per la
piccola proprietà che sopravvive a se stessa. Esse non sono
altro che allucinazioni della sua agonia, parole diventate
frasi, spiriti diventati fantasmi. Ma la parodia
dell'Impero era necessaria per liberare la massa della
nazione francese dal peso della tradizione e per elaborare
in tutta la sua purezza il contrasto tra il potere dello
Stato e la società. Con la rovina crescente della piccola
proprietà crolla tutto l'edificio dello Stato sopra di essa
costruito. La centralizzazione statale di cui la società
moderna ha bisogno può essere realizzata soltanto sulle
rovine della macchina statale militare e burocratica che è
stata forgiata nella lotta contro il feudalesimo.
La situazione dei contadini francesi ci spiega l'enigma
delle elezioni generali del 20 e 21 dicembre, che
condussero il secondo Bonaparte sulla cima del Sinai, non
per ricevere delle leggi, ma per farne.
Alla borghesia non rimaneva evidentemente ora altra scelta
che eleggere Bonaparte. Quando i puritani, nel Concilio di
Costanza, lamentavano la vita dissoluta dei papi e
strillavano circa la necessità di una riforma dei costumi,
il cardinale Pierre d'Ailly gridò loro con voce di tuono:
"Soltanto il diavolo in persona può salvare la Chiesa
cattolica, e voi chiedete angeli". Così la borghesia
francese ha gridato dopo il colpo di stato: "Soltanto il
capo della Società del 10 dicembre può ancora salvare la
società borghese! Soltanto il furto può ancora i salvare la
proprietà; soltanto lo spergiuro può salvare la religione;
il bastardume, la famiglia; il disordine, l'ordine!"
Bonaparte, come forza del potere esecutivo resosi
indipendente, sente che la sua missione consiste
nell'assicurare "l'ordine borghese". Ma la forza di
quest'ordine borghese è la classe media. Egli si considera
perciò rappresentante della classe media e in questo senso
emana decreti. Ma egli è diventato qualche cosa soltanto
perché ha spezzato il potere politico di questa classe
media e ogni giorno torna a spezzarlo. Perciò si considera
avversario del potere politico e letterario della classe
media. Ma, proteggendone la forza materiale, ne crea di
nuovo il potere politico. Dunque egli deve mantenere in
vita la causa, sopprimere l'effetto dovunque si manifesti.
Ma ciò non può avvenire senza qualche piccola confusione
tra la causa e l'effetto, perché ambedue perdono,
nell'azione reciproca, i loro tratti caratteristici. Quindi
nuovi decreti, che cancellano la linea di demarcazione. In
pari tempo Bonaparte si considera rappresentante dei
contadini e del popolo in generale contro la borghesia e
vuole, entro la società borghese, rendere felici le classi
popolari inferiori. Ed ecco nuovi decreti, che frodano in
anticipo i "veri socialisti" della loro sapienza
governativa. Ma Bonaparte si considera soprattutto capo
della Società del 10 dicembre, rappresentante del
sottoproletariato, al quale appartengono egli stesso, il
suo entourage, il suo governo e il suo esercito, e per il
quale si tratta anzitutto di aver cura dei propri interessi
e di trarre dal tesoro pubblico premi per la lotteria della
California. E come capo della Società dei 10 dicembre, egli
si afferma con decreti, senza decreti e malgrado i decreti.
Questo suo compito pieno di contraddizioni spiega le
contraddizioni del suo governo, il confuso marciare a
tastoni, i tentativi di guadagnare o di umiliare ora questa
ora quella classe, che finiscono per sollevarle tutte
ugualmente contro di lui; l'incertezza pratica che
contrasta in modo comicissimo con lo stile imperativo,
categorico, degli atti di governo, ricalcato servilmente su
quello dello zio.
L'industria e il commercio, cioè gli affari della classe
media, devono prosperare, sotto un governo forte, come in
una serra calda. Una grande quantità di linee ferroviarie
sono quindi date in concessione. Ma il sottoproletariato
bonapartista deve arricchirsi. Di qui le speculazioni in
borsa sulle concessioni ferroviarie da parte degli
iniziati. Ma non si presenta nessun capitale per finanziare
le ferrovie. Si obbligano quindi le banche a dare anticipi
sulle azioni delle società ferroviarie. Ma in pari tempo
Bonaparte deve sfruttare personalmente la Banca; perciò
deve accarezzarla. Si libera quindi la Banca dall'obbligo
di pubblicare settimanalmente i suoi bilanci. Contratto
leonino della Banca col governo. Si deve dare lavoro al
popolo. Si ordinano quindi dei lavori pubblici. Ma i lavori
pubblici accrescono il carico fiscale del popolo. Riduzione
delle imposte, quindi, a detrimento dei rentiers, con la
conversione al quattro e mezzo per cento delle rendite al
cinque per cento. Ma il ceto medio deve ricevere a sua
volta douceur. Si raddoppia quindi l'imposta sul vino per
il popolo che lo compra al minuto, e la si riduce alla metà
per il ceto medio, che lo beve all'ingrosso. Scioglimento
delle vere associazioni operaie, ma celebrazione delle
meraviglie future dell'associazione. Si devono aiutare i
contadini. Banche ipotecarie, quindi, che accelerino
l'indebitamento dei contadini e la concentrazione della
Proprietà. Ma queste banche devono servire per cavar denaro
dai beni della casa di Orléans, confiscati. Nessun
capitalista vuole accettare questa condizione, che non è
espressa nel decreto, e la banca ipotecaria rimane un puro
e semplice decreto, ecc., ecc.
Bonaparte vorrebbe apparire come il patriarcale benefattore
di tutte le classi. Ma non può dar nulla all'una di esse
senza prenderlo all'altra. Come al tempo della Fronda si
diceva del Duca di Guisa, ch'egli era l'uomo più obligeant
della Francia, perché aveva trasformato tutti i suoi beni
in obbligazioni dei suoi seguaci verso di sé, cosi
Bonaparte vorrebbe essere l'uomo più obligeant della
Francia e trasformare tutta la proprietà, tutto il lavoro
della Francia, in un'obbligazione verso di sé. Egli
vorrebbe rubare tutta la Francia, per farne un regalo alla
Francia, o piuttosto per poter comprare la Francia con
denaro francese, perché come capo della Società del 10
dicembre, deve comprare ciò che gli deve appartenere. E
allo scopo di comprare servono tutte le istituzioni dello
Stato: il Senato, il Consiglio di Stato, il Corpo
legislativo, la Legion d'onore, la medaglia militare, i
lavatoi e gli edifici pubblici, le ferrovie, lo état major
della Guardia nazionale senza soldati, i beni confiscati
della casa di Orléans. Ogni posto nell'esercito e
nell'apparato governativo diventa strumento di una compera.
L'essenziale però, in questo procedimento per cui la
Francia viene derubata per farle dei regali, sono le
percentuali che durante tale circolazione cadono nelle mani
del capo e dei membri della Società del 10 dicembre. Il
motto di spirito con cui la contessa L., l'amante del
signor di Morny, ha definito la confisca dei beni degli
Orléans: "C'est le premier vol de l'aigle", si adatta ad
ognuno dei voli di quest'aquila, che è piuttosto un corvo.
Egli stesso e i suoi seguaci si ripetono ogni giorno le
parole dette dal certosino italiano all'avaro che enumerava
pomposamente i beni che per anni ancora gli restavano da
divorare: "Tu fai conto sopra i beni; bisogna prima fare i
conti sopra gli anni". Per non sbagliarsi nel calcolo degli
anni, costoro contano i minuti. Alla corte, nei ministeri,
alla testa dell'amministrazione e dell'esercito si accalca
una massa di individui, del migliore dei quali si può dire
che non si sa donde venga; una bohème turbolenta,
malfamata, avida di saccheggio che strisciando indossa
abiti gallonati, con la stessa dignità grottesca dei grandi
dignitari di Soulouque. Ci si può fare un'idea di questo
strato superiore della Società del 10 dicembre se si pensa
che Véron-Crevell è il suo moralista e Granier de Cassagnac
il suo pensatore. Quando Guizot, al tempo del suo
ministero, si serviva di questo Granier in un foglio
equivoco contro l'opposizione dinastica, era solito farne
l'elogio dicendo: "C'est le roi des drôles", "è il re dei
furfanti". Non sarebbe giusto ricordare, a proposito della
corte e della tribù di Luigi Bonaparte, la Reggenza di
Luigi XV. Perché la "Francia ha conosciuto un numero
abbastanza grande di governi di mantenute ma non aveva
ancora mai avuto un governo di hommes entretenus".

