
Me e l’arte.
Inconsapevolmente, in età prescolare, tutti noi siamo stati
artisti, lo siamo stati per il periodo in cui la ragione
era a noi estranea.
L’albero, la figura umana e la casa sono tre elementi
sempre presenti nei lavori infantili e sono, in questa fase
evolutiva, non la rappresentazione del mondo circostante,
ma il tentativo riuscito di dare visibilità a tutto quello
che, in modo primitivo e individualista, è già dentro di
noi.
L’arte, quando ancora ognuno è confine di se stesso e la
dimensione sociale ancora nebulosa, mostra segni pressoché
universali tanto è vero che i lavori si assomigliano tutti
ed è paradossale che quando la fase evolutiva possa
ritenersi compiuta questa universalità scompaia e ogni
manifestazione artistica cerchi la sua matrice e il suo
stile.
E’ questo il peccato originale dell’arte: aver costretto
molti a copiare.
Quando si tracciano i primi segni, istintivi e liberi, non
vi è decorazione, perché quel concetto è successivo la
decorazione, si dice, non sia arte ed è vero, ma si può
affermare che l’arte per essere tale deve rinunciare ad
essere decorativa?
Per rispondere andate davanti ad un quadro di Matisse e
tutto diventa chiaro: l’arte è stupore, libertà e
solitudine.
Lo stupore che quasi inebetisce, si dovrebbe, per legge,
non porsi domande, non cercare di capire, la via non è
quella della ragione, la vista un tramite. Guardare e non
vedere.
Liberi, perche l’unica cosa che liberi veramente l’uomo in
età adulta è l’arte.
Soli, perché quando si fa, o si è davanti all’arte si è
sempre soli, costretti a fare i conti con il proprio essere
profondo e intimo, perché solo a queste condizioni può
esistere confronto: l’arte non è mai scontro.
Per ultimo penso che l’arte non si nutra di parole casomai
è vero il contrario e di questo la critica militante
dovrebbe tenerne conto e fare ammenda per tutte le volte
che, parlandosi addosso, è arrivata in ritardo.
Questo è il mio pensiero e la mia biografia: poi se io sia
anche artista i miei lavori ancora non danno risposta.
Me
e il talento.
Il talento non è il punto d’arrivo, ma quello di partenza.
Spesso il talento viene scambiato con l’abilità tecnica che
sostiene il soggetto, ma in realtà è tutt’altra cosa.
Ogn’uno di noi, se vuole, sa e può riconoscere il proprio
limite, raggiungerlo anche e con fatica, spostarlo più
avanti, ma solo chi ha talento può saltare oltre, trovando
subito quello che altri sono costretti a cercare:
un’avventura in un mondo sconosciuto, un peso e un rischio
che pochi possono assumere.
Il talento consuma e io credo di non saper saltare.
Me
e l’opera
Il soggetto è soltanto un tramite, un pretesto per
raggiungere, quando è possibile, il fine del dipingere:
mostrare quello che la ragione non vede.
Se dipingo un paesaggio ciò che intendo fare è sopprimere
il rapporto reale con il soggetto per costruire l’idea
trascendente.
Quante volte davanti ad un tramonto abbiamo sentito dire: è
talmente bello che sembra finto. Appunto, talmente finto da
essere bello il che non vuol dire mettere i due termini in
relazione, ma sostenere che le immagini veicolate dalla
retina se lasciate libere, non sostano nella parte
razionale, ma raggiungono la parte “finta” che è in ogn’uno
di noi è la nostra immaginazione.
Una volta terminato il lavoro, l’intimità tra la creazione
e me finisce e anch’io divento uno spettatore come gli
altri sino al punto di non vederlo più mio.
Me e i primi dieci
1 Matisse
2 Rothko
3 De Kooning
4 Klee
5 Bacon
6 Fontana
7 Burri
8 Afro
9 Baselitz
10 Per ultimo Picasso perchè senza di lui nulla sarebbe
com'è.
Tra me
Se dico di essere bugiardo è possibile ritenere anche
quest’affermazione una bugia, pertanto non sarei quello che
dico di essere.
E’ dunque possibile, attraverso una menzogna, affermare una
verità.
In arte succede: attraverso una finzione si mostra una
verità celata.
L’arte è un’abitudine.
Oggi io cerco di fare meglio quello che mi viene male.
Vorrei avere l’occhio di Matisse, la mano di Picasso, la
fermezza di De Kooning e il colore di Rothko.
Non sopporterei dipingere lo stesso quadro per una vita.
Non sopporterei dipingere quadri che sembrino dipinti da
altri.
Deve esistere tra queste due situazioni una possibilità di
sopportazione.
Mentre dipingo preferisco togliere che aggiungere.
L’unico che possa dire se un lavoro sia valido, o no è il
lavoro stesso.
Senza Giacomo e a volte contro Giacomo tutto sarebbe più
scuro.
(Giuliano
Giuliani)
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“I
quadri di Giuliani non li vediamo davanti a noi, li
sentiamo nell’animo.
Non sono paesaggi da guardare, sono esperienze da vivere;
ciò che vediamo con gli occhi è solo l’immagine di quanto è
già dentro di noi".
Le forme e i colori che popolano i suoi dipinti ci
trascinano in una dimensione che va oltre il mondo il
visibile, oltre la dimensione razionale.
E’ come se i segni nell’opera esistessero al di là di ciò
che appare, è come se fossero già dentro di noi e si
rendessero visibili solo tramite i suoi quadri.
Sembra che l’arte di Giuliani, così come il sogno, sia il
canale capace di rendere visibile questa dimensione
nascosta; è il ponte tra il mondo reale e il mondo
interiore. Nei suoi paesaggi dipinti riconosciamo i nostri
stati d’animo e, ritroviamo l’essenza.
Macchie di colore, forme e linee che traducono per noi le
nostre emozioni più profonde, sono i paesaggi
dell’anima”.
(Giacomo
Belloni)

